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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXIX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 19, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel Vangelo di Luca ricorre spesso il tema della preghiera, sia riferito a Gesù, che diverse volte si ritira in disparte a pregare, sia riferito ai discepoli, che chiedono a Gesù di insegnar loro a pregare, o che sono invitati da Gesù stesso a pregare.

Due parabole, in modo particolare, si riferiscono alla preghiera: una è quella che abbiamo ascoltato oggi, e l’altra si trova al capitolo 11 (Lc 11, 5-8).

In entrambe ritorna una sorta di paradosso: in Luca 11 troviamo un uomo che, di notte, si vede arrivare in casa un amico, al quale non ha nulla da offrire. Va perciò da un altro amico e, con insistenza, gli chiede qualcosa da mangiare. Quest’ultimo, vinto più dall’insistenza dell’amico che dalla propria generosità, ad un certo punto si alza per dargli qualcosa.

Nel Vangelo di oggi, protagonista è un giudice ingiusto che, infastidito per l’insistenza di una vedova che continuamente ricorre a lui, si decide a farle giustizia.

Ma, in entrambe le parabole, coloro che alla fine, quasi controvoglia, fanno ciò che viene loro chiesto, sono presi come esempi “al negativo”, per dire che il Padre, al contrario del giudice e dell’amico, non ha bisogno di farsi pregare con insistenza, perché darà cose buone ai suoi figli (Lc 11, 9-12) e le darà subito (Lc 18,7).

Allora, dobbiamo dedurre che, secondo l’insegnamento di Gesù, la preghiera deve essere insistente, ma che poi l’esaudimento della preghiera non dipende dall’insistenza di chi prega.

Ma allora, perché bisogna insistere nella preghiera?

Ciò che Gesù vuole farci comprendere, non è il fatto che bisogna pregare a lungo per convincere il Padre a darci qualcosa: Dio è assolutamente libero ed è assolutamente buono.

Gesù piuttosto sposta l’attenzione verso la “nostra parte”, quella di chi prega, e ci dice in sostanza che bisogna imparare a chiedere, ovvero a vivere in un atteggiamento di costante attesa, di bisogno, di dipendenza. Atteggiamenti che sono propri dei poveri, come la vedova, appunto, o come l’amico che non ha nulla in casa da offrire agli altri.

Se il Padre è Colui che dona sempre, l’uomo è colui che sempre accoglie: questa è l’insistenza a cui siamo chiamati, che non riguarda tanto un ripetere all’infinito la stessa richiesta, ma nello stare davanti a Dio sempre con fiducia, con una fiducia insistente, illimitata.

E questo, poi, accade dentro lo scandalo della vita, che non è mai “giusta”. La vita, infatti, ci mette davanti agli occhi, continuamente, lo scandalo del male, del dolore innocente, dell’ingiustizia. E di fronte a tutto ciò, le possibilità sono due: ribellarsi, cedere alla tentazione di accusare Dio per tutto il male che vediamo davanti a noi; oppure pregare, per avere occhi capaci di scorgere il modo assolutamente originale con cui Dio ha scelto di “fare giustizia” (Lc 18,7), che è quello della Pasqua.

In questo modo, proprio lo scandalo dell’ingiustizia diventa il luogo dove nasce la preghiera, e dove imparare a vedere come Dio esaudisce. Non lo fa secondo le logiche umane, come abbiamo visto più volte lungo il corso della lettura del Vangelo di Luca, e come vedremo alla fine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove ogni preghiera umana sarà ascoltata ed esaudita.

Quindi, se il giudice e l’amico si decidono ad assecondare i loro interlocutori per essere liberati dalla seccatura che questi comportano, per Dio, per il Padre, è esattamente il contrario: Dio esaudisce non per liberarsi dalla relazione con noi, ma per rimanervi, perché si commuove di fronte al nostro dolore, ed ascolta la nostra preghiera che chiede di non essere abbandonati.

All’uomo è dato il compito di questa insistenza, di questa fiducia: questa è la fede che Gesù vorrebbe trovare, quando ritornerà sulla terra, come Egli stesso si domanda nell’ultimo versetto del Vangelo di oggi (Lc 18,8). Troverà persone che sanno stare nel bisogno, che sanno attendere, che sanno chiedere, che sanno fidarsi e affidarsi al Padre buono?

+Pierbattista

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