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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 5, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Fra i tanti incontri che Gesù ha con la gente, ce ne sono alcuni con persone la cui fede è “grande”. È Gesù stesso a riconoscerlo e, in qualche modo, a porli come esempio per i discepoli e per la folla.

È il caso del centurione, a Cafarnao (Lc 7, 1-10), che chiede a Gesù la guarigione del suo servo amato.

In questo stesso capitolo 7, Gesù rimanda giustificata una donna che lo ha raggiunto nella casa di un fariseo, Simone, e ha compiuto verso di Lui intensi gesti d’amore; e lo fa dicendole che, a salvarla, è stata la sua stessa fede (Lc 7,50).

La stessa frase, Gesù la dice all’emorroissa (Lc 8,48), e potremmo citare altri casi.

In che senso la loro fede è grande, e ottiene il miracolo di cui ha bisogno?

Mi sembra, a partire da questi casi, che è grande la fede di chi non sa neanche di aver fede, di chi non si preoccupa della propria fede.Di chi è spinto al Signore da una grande necessità, da un grande dolore o da un grande amore.

È grande la fede dei piccoli.

Questa premessa ci permette di ascoltare il brano di Vangelo di oggi (Lc 17,5-10), tratto da un capitolo in cui vengono affrontati diversi aspetti della vita comunitaria.

Le questioni prese in considerazione oggi sono due, la fede e il servizio, ma unico è l’orizzonte in cui le due questioni vengono poste, ovvero quello della dialettica tra grandezza e piccolezza.

Nella prima parte, i discepoli chiedono a Gesù di poter avere una fede grande, e Gesù risponde loro che basta una fede piccola quanto è piccolo un granello di senape, uno dei semi più piccoli che esista.

E questo per uscire da quella tentazione di pensare alle dinamiche della fede in un’ottica di grandezza, di potere, di capacità, di riuscita: la fede non fa di noi persone grandi, né migliori, perché la fede è quell’atteggiamento di chi continuamente ritorna bambino, di chi non cessa di stupirsi, di chiedere, di desiderare.

E non la si ottiene accrescendola, ma divenendo piccoli e puri di cuore, nello spirito delle beatitudini.

Non è un caso discepoli siano spesso rimproverati per la loro poca fede (Lc 8,22-25): e lo dimostrano perché, nel momento del bisogno, si lasciano sopraffare dalla paura, sentendo insufficienti le proprie forze. I poveri, invece, non si basano sulle proprie forze, e sanno trasformare il bisogno in preghiera, ed in preghiera insistente.

Quando la fede invece è davvero grande, e nasce da un cuore povero, allora ha un risultato sorprendente, quello di ristabilire l’uomo nel suo dominio buono sul creato, per cui, in qualche modo, tutto viene di nuovo stabilito sotto la sua autorità: basta dire una parola, e anche gli alberi obbediscono (Lc 17,5).

La stessa dinamica, per certi versi, la ritroviamo nella secondaparte del brano (Lc 17, 7-10).

Anche lì c’è qualcuno tentato di pensarsi grande, una volta che ha fatto tutto il proprio dovere.

Ma non è così: la sequela di Gesù non rende i discepoli persone importanti, con tanti diritti e privilegi, perché l’unico privilegio è quello di essere servo.

Quando si vive così, come dei servi contenti di essere servi, allora si diventa autorevoli, si possiede il vero potere, che è quello di dare la vita.

Gesù tornerà spesso su questa dinamica, per cui è veramente grande solo chi è capace di accogliere, di servire, di farsi ultimo.

Chi volesse basare la propria autorità su altre prerogative, diverrebbe come un padrone, che comanda e che ordina: ma allora il suo potere non sarebbe diverso da quello di qualsiasi altro dominatore di questo mondo.

+Pierbattista

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