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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 12, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica scorsa abbiamo visto i discepoli chiedere a Gesù di dare loro una fede grande (Lc 17,6), e abbiamo visto che, per Gesù, non è tanto importante che la fede sia grande in termini di quantità, quanto che sia una fede viva, come vivo è il seme, che cresce e che diventa un albero, che porta frutto.

Oggi (Lc 17,11-19), nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù incontra un gruppo di persone e, in una di loro, riconosce una fede grande, così grande da essere in grado di salvare la sua vita.

Da questo incontro, possiamo riconoscere un duplice insegnamento di Gesù.

Innanzitutto, Gesù dice cos’è la fede.

Il miracolo che viene descritto nel brano di oggi è molto particolare: dieci lebbrosi chiedono a Gesù di essere guariti. Gesù, in risposta alla loro richiesta, non fa alcun gesto, né pronuncia alcuna parola che possa mediare la guarigione. Semplicemente li invia al sacerdote.

Ebbene, tutti e dieci i lebbrosi hanno fede in Gesù al punto tale da chiedergli la guarigione.

E tutti e dieci, ancora, hanno fede al punto tale da mettersi in cammino verso il sacerdote prima ancora di vedersi guariti.

Ma uno solo ha una fede che lo salva, cioè in uno solo la fede giunge al suo compimento, alla sua maturazione.

La fede che salva è quella di chi, vedendosi guarito, torna da Gesù per fare due cose, per adorare e per ringraziare. Esprimere, cioè, la propria fede, il proprio riconoscimento in Colui che lo ha guarito, e per dire “grazie” (Lc 11, 16), lodando Dio a gran voce, proclamando e cantando la sua gioia (Lc 11,15).

Allora potremmo dire che la fede è questo, è il cammino che continuamente ritorna lì dove ha sperimentato la salvezza, che vive di una continua gratitudine, che continuamente si stupisce per il dono ricevuto.

Per cui non esiste altro prima di Colui che ha donato nuovamente la vita.

Gli altri nove, invece, vedendosi guariti, continuano il loro cammino verso i sacerdoti: spettava ai sacerdoti, infatti, accertare la guarigione perché coloro che erano stati infetti potessero essere riammessi nel consesso sociale.

Per i nove, questo è più importante e più urgente che non dire grazie a Gesù e, in qualche modo, rimangono chiusi dentro la loro stessa guarigione.

Il Samaritano esce, non si preoccupa neanche di venir proclamato guarito, perché l’urgenza è quella di lodare Dio, semplicemente. Tutto il resto viene dopo, o scompare.

Allora, potremmo anche dire che la fede nasce nella preghiera di supplica, ma poi si compie nella preghiera di lode e di gratitudine. E, tornando al Vangelo di domenica scorsa, potremmo aggiungere che una fede così è quel granello di senape, piccolo, ma vivo e tenace, capace di spostare il gelso e di trapiantarlo in mare (Lc 17,6).

Il secondo insegnamento riguarda il discepolo. Gesù presenta un modello di credente.

L’unico a tornare da Gesù per ringraziarlo, infatti, non è stato una persona qualsiasi del popolo eletto, con tutte le credenziali necessarie per essere in grado di adorare Dio in modo corretto.

È stato invece un Samaritano, ovvero un eretico e scismatico, considerato alla stregua di un pagano.

Ebbene, proprio in costui Gesù riconosce una fede grande.

Quindi, ancora una volta, ci è detto che il credente non si distingue per un’appartenenza etnica o tribale, per un’osservanza, per un titolo, per una perfetta professione di fede, ma per un moto personale del cuore, per una capacità di affidarsi al Signore, per la sua capacità di dire “grazie”.

+Pierbattista

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