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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 28, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per entrare nel brano di Vangelo di oggi (Lc 18,9-14), partiamo da un piccolo particolare, che troviamo al v. 13: raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù dice che quest’ultimo “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto…”.

Questo gesto, del battersi il petto, ritorna altre due volte nel Vangelo di Luca, entrambe al capitolo 23, ovvero durante il racconto della passione.

La prima sulla via del Calvario (Lc 23,27), quando si dice che una gran moltitudine di folla e di donne seguivano Gesù, battendosi il petto e facendo lamenti su di lui.

Costoro, in realtà, vengono richiamati da Gesù perché non piangano su di lui:

La seconda avviene dopo la morte di Gesù: il centurione romano, vedendo come Gesù era morto, dà gloria a Dio e riconosce che Gesù è un uomo giusto (Lc 23,47), e “così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto” (Lc 23,48).

Dopo aver visto la morte di Gesù, la folla, che prima piangeva su di lui, piange su se stessa, e si batte il petto riconoscendo non più la sventura di colui che saliva il Calvario per esservi crocifisso, ma riconoscendo la propria sventura, il proprio peccato.

Ebbene, tornando al Vangelo di oggi, mi sembra importante questo aggancio per capire cos’è la preghiera.

Abbiamo visto, domenica scorsa, che è importante pregare sempre, con insistenza. Ma cos’è la preghiera?

Dalla parabola di oggi, così come dall’episodio sul Calvario, traiamo alcune considerazioni.

La prima è legata al vedere.

Nella parabola di oggi vediamo che i due protagonisti, entrambi saliti al tempio a pregare, hanno sguardi diversi.

Lo sguardo del fariseo è su di sé (Lc 18,11-12): elenca con sicurezza tutte le proprie bravure, le proprie perfomance spirituali, e così facendo rimane chiuso in se stesso. Si guarda e si piace molto, per cui non ha bisogno di altro e si sente in diritto di guardare tutti con disprezzo.

Diverso è lo sguardo del pubblicano: non osa alzare lo sguardo verso Dio, vede se stesso nella propria verità di peccatore, si batte il petto.

Ebbene, anche sul Calvario troviamo uno sguardo: è quello della folla, che ha visto Gesù morire come un giusto. E da questo sguardo, cambia il modo di vedere se stessi, cambia tutto.

Potremmo dire che, sul Calvario, la gente si sente guardata da quest’uomo innocente che dà la vita, e allora -solo allora- riconosce il proprio peccato.

Ebbene, questa è la preghiera cristiana: non innanzitutto un vedere, ma un lasciarsi vedere, un lasciarsi guardare dallo sguardo buono di Colui che sta morendo per noi. È un riconoscere che quell’uomo sta morendo proprio per i nostri peccati, ricevendo, in quel momento, la compunzione del cuore, espressa nel gesto del battersi il petto.

Il pubblicano, nella parabola, fa questo, e prega. Non così il fariseo.

La seconda indicazione è legata proprio al fariseo. Anche qui ci può aiutare il collegamento con un altro brano di Vangelo. In Matteo (7,22-23), Gesù parla della fine dei tempi, e dice così: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?  Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”.

Dunque ci saranno “molti” che penseranno di aver fatto cose molto buone per il Signore, proprio come il fariseo di oggi. Ma Gesù, queste opere buone, non le ha mai viste, non le conosce.

Perché non si tratta di fare opere buone, ma di riconoscere cosa Lui ha fatto per noi morendo sulla croce, contemplando con stupore questo gesto d’amore con cui Lui ci ha amati. Si tratta di lasciarsi incontrare dallo sguardo del Signore, che cambia il cuore e, quindi, la vita.

Allora non saremmo più i protagonisti soddisfatti della nostra vita, ma gli umili annunciatori della misericordia di Dio, come il pubblicano del Vangelo di oggi, come il Samaritano guarito del Vangelo di due domeniche fa (Lc 17,11-19).

+Pierbattista

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