• Subcribe to Our RSS Feed

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Nov 16, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Anche se il brano di Vangelo di oggi (Lc 21,5-19) non segue immediatamente, nel racconto di Luca, quello di domenica scorsa (Lc 20,27-38), potrebbe essere utile tenerli presenti insieme.

Siamo ancora nel tempio, e sono ormai finite le dispute con i capi del popolo, gli scribi e i sadducei.

In questo ultimo capitolo, che precede il racconto della Passione, Gesù invita i suoi discepoli alla vigilanza, perché i tempi che si vanno preparando sono tempi difficili.

L’occasione per questa riflessione di Gesù viene da alcuni che si soffermano a parlare della bellezza del tempio, delle sue pietre e dei suoi doni votivi (Lc 21,5). Ebbene – dice Gesù –  tutto questo è vero, ma il tempio non è eterno; anzi, verranno giorni, nei quali di tutta questa bellezza non rimarrà praticamente nulla (Lc 21,6). Il tempio è bello, ma non durerà per sempre.

Domenica scorsa, con l’esempio della donna che ha avuto sette mariti diversi, abbiamo ascoltato il racconto di una vita sterile che, nonostante tutti i tentativi permessi e suggeriti dalla Legge, era incapace di vincere la morte.

Qui vediamo un tempio, uno spazio sacro che, nonostante tutta la sua bellezza, non può reggere l’urto del tempo e quindi non può essere davvero un luogo di salvezza.

Ma allora, dove cercare salvezza, dove appoggiare la propria vita nei tempi difficili annunciati dal Messia?

La risposta di Gesù è paradossale, e dice che la realizzazione del Regno non si riconosce dal fatto che tutto va bene, che le cose funzionano, che si ha successo… Di tutto questo, come le pietre belle del tempio, non rimane nulla. Al contrario, la presenza del Regno del Padre si riconosce infallibilmente da un unico segno sicuro, ovvero dal fatto che i discepoli incontreranno difficoltà e persecuzione.

Verrebbe spontaneo pensare il contrario, e giudicare il Regno con i criteri umani del successo e della riuscita.

Gesù invece richiama i suoi a fare attenzione a non cadere nel tranello del successo, ed è su questo che bisogna essere vigilanti e non farsi ingannare: è necessario uno sguardo nuovo, come quello del cieco guarito che Gesù ha incontrato alle porte di Gerico (Lc 18,35-42).

Se lo sguardo è malato, si confonde, non vede il Signore dove Lui si fa presente e lo vede invece dove non c’è (Lc 21,8: “Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!”)

Dove i suoi discepoli incontrano invece il Signore? Ovunque attraversano la prova (Lc 21,12: “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno”) e l’attraversano senza paura, senza la preoccupazione di doversi difendersi da sé (Lc 21,13: “Avrete allora occasione di dare testimonianza”), con la fiducia che il Padre custodisce anche il più piccolo particolare della loro vita (Lc 21,18: “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”).

La persecuzione è in qualche modo necessaria, perché è segno di quella mentalità nuova, che il mondo non riconosce come sua e che quindi rifiuta. È necessaria, ma non è l’ultima parola, non è tutto, perché proprio dentro la persecuzione i cristiani possono testimoniare la loro appartenenza al loro Signore: non si riconoscono da altri segni se non da questa capacità di attraversare la prova senza paura di morire.

Tutto questo, però, non viene da loro, dalle loro forze o capacità: “Io vi darò parola e sapienza” (Lc 21,15).

È un dono, che va semplicemente accolto, ma proprio per questo suo essere dono, questa capacità è sicura, stabile, definitiva, a differenza delle belle pietre del tempio, che non reggono il tempo e la violenza degli uomini.

Allora si tratta di essere vigilanti, che non significa cercare in ogni modo di evitare il dolore, il rifiuto, la morte.

Rimaniamo, al contrario, persone fragili, ma libere dall’ossessione di doversela sempre cavare, di doversi salvare da sé, di non dovere sbagliare mai; libere dall’idolatria del nostro io, dal dover curare l’apparenza, come le pietre belle del tempio.

Libere dall’idea che la sofferenza sia sbagliata, che la debolezza sia frustrante, e capaci di riconoscere come, dentro la nostra umanità debole, il Signore ci unisce a Sé.

+Pierbattista

Leave a comment

You must be logged in to post a comment.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi