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Mons. Loris Capovilla – Segretario particolare di Sua Santità Giovanni XXIII – Due ricordi

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

Il “Papa buono” in ascolto dell’ispirazione

Intervista all’arcivescovo Loris Capovilla, ex segretario di Giovanni XXIII, che ricorda come maturò l’idea del Vaticano II.

Porta sulle sue spalle i ricordi più intimi del suo Papa Giovanni XXIII il segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, classe 1915. Nella abitazione a Sotto il Monte a Ca’ Maitino nel Bergamasco ogni oggetto, cimelio, arredo sacro rievoca e parla della biografia del Pontefice del Concilio, della Pacem in terris, del libro testamento Il giornale dell’anima ma soprattutto è ancora intatta la memoria del custode della vita pubblica e privata del “Papa buono”: «Divenni suo segretario quasi per caso – rievoca divertito monsignor Capovilla –. Appena nominato patriarca di Venezia cercava un  segretario e la scelta sulla mia persona nacque da una casuale consultazione con il vicario capitolare della diocesi lagunare monsignor Erminio Macacek. Flemmatica fu infatti la risposta di quest’ultimo riguardo a questo parere: “Eminenza è un buon prete, bravo, non gode però di buona salute e avrà vita breve”. E subito il cardinale Roncalli commentò con quel suo fare che conquistava immediatamente: “Beh, se non ha salute verrà con me e morirà con me”. E invece sono qui a parlarne oggi, e ho superato gli anni di vita dello stesso Papa Giovanni».Assieme al cardinale Domenico Tardini Capovilla fu una delle prime persone a venire a conoscenza del proposito di indire da parte di Roncalli un Concilio ecumenico a quasi cento anni dal primo. Una confidenza che fu accolta con trepidazione e sgomento dall’allora giovane sacerdote veneziano: «Quando il Papa me ne parlò per la prima volta, era Pontefice da appena cinque giorni. Fece un cenno vago, disse: “Sul mio tavolo si riversano tanti problemi, interrogativi e preoccupazioni. Ci vorrebbe qualcosa di singolare e di nuovo, non solo un Anno Santo. Nel Codice di Diritto canonico, allora da poco promulgato, c’è un capitolo chiamato “De Concilio oecumenico”.  Più avanti, me ne ha parlato un’altra volta, e io sono sempre rimasto in silenzio. È venuto poi quella sera del 21 dicembre del 1958, me ne riparlò e mi disse: “Il tuo superiore ti ha accennato a quest’eventualità, che ritengo essere ispirazione del Signore? Tu non hai detto neanche una parola…”. E toccandomi il braccio, mi disse: “Il fatto è che tu ragioni un po’ umanamente, come un impresario che fa un progetto e chiama l’architetto, i consulenti, che si intende con le banche. Per noi invece è già un gran dono di Dio accettare una buona ispirazione e parlarne. Non pretendo di arrivare a celebrarlo, a me basta annunciarlo”».Una convinzione quella di un Concilio, è la testimonianza di Capovilla, che maturò pian piano nel cuore e nella mente del “Papa buono”: «Rammento che si recò nella stanza dove era morto il suo predecessore Pio XII a Castel Gandolfo per pregare e ricevere la giusta ispirazione a questa importante decisione. Ricordo che le parole rassicuranti di Tardini all’idea di un Concilio (“Dio ama le cose grandi e belle”) aiutarono e confermarono a superare le prime titubanze e resistenze di papa Giovanni sul proposito di radunare a Roma un’assise ecumenica di quelle proporzioni».

Ci fu una trasformazione del progetto conciliare dal suo annuncio alla sua apertura?
«Nella sostanza mi pare di poter dire di no, tanto è vero che il 25 gennaio 1959 Papa Giovanni indicò le tre parole chiave fede, amore, santità. Il Pontefice era soprattutto mosso da questa intuizione per il Concilio e fatta di due parole: “fedeltà e rinnovamento”. Comprendeva più di altri che se la Chiesa fosse solo fedeltà sarebbe un museo fatto di memoria ma anche di polvere e quindi era necessario un rinnovamento, prima di tutto liturgico; un rinnovamento che voleva dire arrivare ai lontani ma anche riscoprire, come direbbe Charles Péguy, le sorgenti più autentiche della nostra fede; un attingere alla sorgente, nel senso letterale della parola».

Quali istantanee porta con sé dell’annuncio di quel 25 gennaio 1959…
«Ricordo come fosse ieri il Papa silenzioso e raccolto che si avvia verso San Paolo fuori le Mura. Alcuni cardinali sapevano che finita la Messa egli avrebbe presieduto un Concistoro nell’aula capitolare dell’Abbazia benedettina. E lì pronunciare quelle parole divenute indelebili: “Venerati fratelli, pronunzio innanzi a voi, certo tremando un poco di emozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito il nome e la proposta della duplice celebrazione di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale”. Per un riguardo ai cardinali e ai vescovi residenti fuori Roma, la pubblicazione del testo verrà ritardata, e non per apportarvi, come insinuarono alcuni, modificazioni e aggiunte».

Si narra che fu proprio Papa Roncalli a indicare nella commissione teologica preparatoria del Concilio i nomi di Henri de Lubac e di Yves Marie Congar. Un gesto che fu letto come un atto di riabilitazione da molti media francesi…
«Da una parte fu certamente così una riabilitazione dopo tanti anni di censura e di esilio dalle cattedre universitarie dei due grandi esponenti del rinnovamento teologico d’Oltralpe. Ma non solo questo. Roncalli era un uomo che ascoltava i suoi collaboratori e poi era stato otto anni in Francia come nunzio apostolico. La scelta di volere questi due nomi così importanti ma anche simbolici, visto il giudizio non favorevole che pendeva su di loro del Sant’Uffizio, dipese anche dalla buon considerazione che nutrivano l’allora arcivescovo di Parigi Maurice Feltin ma anche quello del belga arcivescovo di Bruxelles, Leo Joseph Suenens, (soprattutto dopo la sua creazione a cardinale nel dicembre del 1961) nei confronti del gesuita e domenicano francesi. Fu dunque una riabilitazione ma anche una scelta molto ponderata».

Come visse Giovanni XXIII l’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962?
«Visse quell’evento con una grande fiducia in Dio. Era severo e trepidante. “Tantum aurora est”, siamo all’ aurora. Dirà all’apertura del Concilio. Siamo agli inizi dell’evangelizzazione; abbiamo ancora i millenni davanti: comprendeva che la sua azione rappresentava una piccola porzione rispetto ai disegni di Dio».

Quella sera stessa di quel giovedì di cinquant’anni fa il Papa pronunciò, inaspettatamente, il discorso della luna. E’ vero che Lei lo spinse ad affacciarsi?
«No, papa Giovanni non aveva bisogno di essere spinto, seguiva il suo intuito e ispirazione. Venendo a quel giorno, ricordo che il programma era stato molto intenso. La giornata doveva concludersi con una fiaccolata dell’Azione cattolica in piazza San Pietro ed egli avrebbe dovuto affacciarsi per benedire la folla, ma alla fine si era dimenticato di aver lui stesso chiesto al cardinale Amleto Cicognani di rappresentarlo. Usai un piccolo espediente, una “gherminella”. Conoscendo la sua proverbiale curiosità, gli dissi: “Santità non si affacci, non parli, ma guardi attraverso le fessure delle persiane che spettacolo, piazza san Pietro è piena di fiaccole, sembra incendiata!”. Infatti andò alla finestra, dicendomi poco dopo: “Mettimi la stola”. E avviò quella conversazione con la folla del colonnato intenta a guardare la luna con lui…».

Il giugno del 1963 segna il passaggio ideale, nel bel mezzo del Concilio, di consegne tra Papa Giovanni e Paolo VI.Cosa le torna in mente di quei giorni…

«Certamente l’agonia di papa Giovanni ma anche la sua serenità nell’affidarsi a sorella morte: era comunque convinto che il Concilio sarebbe andato avanti. Ricordo la stima che Papa Roncalli aveva di Montini. Sul letto di morte espresse un auspicio: “Il mio successore potrebbe essere Montini”. Paolo VI è stato eletto Papa a mezzogiorno del 21 giugno 1963. Quel che più mi ha impressionato è che mi abbia confidato di aver accettato il pontificato per continuare l’opera iniziata da papa Giovanni».

(Avvenire, 22/06/2012 – Intervista di Filippo Rizzi)


Pio IX nel pensiero e sul cuore di Giovanni XXIII

I due pontefici che verranno beatificati insieme il 3 settembre sembrano agli antipodi: l’ultimo Papa re e il Papa buono. Ma non è così. Angelo Roncalli aveva una venerazione particolare per Pio IX come spiega in questo studio il suo segretario, monsignor Capovilla

di Loris Francesco Capovilla (Agosto 2000)

Giovanni XXIII e Loris Francesco Capovilla, suo segretario particolare prima a Venezia poi in Vaticano

1. In apertura di queste note, non volendo discostarmi dal tema né avanzare proposizioni e conclusioni personali, amo dare subito la parola a Giovanni XXIII, il Pontefice che auspicò tra i cattolici italiani una conoscenza di Pio IX meno approssimativa e più documentata. Sono quattro righe della sua agenda 1962, alla data del 31 agosto: «Nel pomeriggio veramente magnifica ed indimenticabile la visita improvvisa a Marino (Laziale). Un vero trionfo, di rispetto e di amore al Papa. La ricorderò finché viva. Egualmente cara la visita che feci a monsignor Alberto Canestri e infine alla cripta rimessa a nuovo della chiesa parrocchiale di Castello».

Quell’avverbio e quell’aggettivo: «egualmente cara», da sentirsi quindi animato a conservare della visita il ricordo «finché viva» vorrebbero, accanto alla copiosa illustrazione fotografica, la rilettura della relazione redatta, con encomiabile misura, dal compianto monsignor Alberto Canestri (La visita di Sua Santità al postulatore, 31 agosto 1962. Estratto da La Voce di Pio IX, n. 47, 1962). Mi accontento della conclusione: «Gesù benedetto, spoglia chi scrive da qualsiasi senso di vanità per tanto onore, e lascia nel suo cuore soltanto, con la doverosa umiltà e la devozione al tuo Vicario, il desiderio di una vicina glorificazione del suo grande predecessore: il Papa dell’Immacolata e della infallibilità. Nei giorni che hanno seguito il fausto avvenimento sino ad oggi, il postulatore è stato coperto da una pioggia di telefonate e lettere di congratulazioni per lui e di ammirazione per la paterna degnazione del Papa».
Giovanni XXIII, entrato nella successione dell’apostolo Pietro il 28 ottobre 1958, non attese molto tempo per mettersi in relazione con monsignor Canestri. Lo attesta un delizioso biglietto autografo, di cui diamo il testo: «Vaticano 12 gennaio 1959. Saluto di cuore il rev.mo monsignor Alberto Canestri, di cui ho letto il discorso sulla “Coscienza di un Papa dell’Ottocento”. So della sua validissima cooperazione alla causa di beatificazione di Pio IX, di cui mi compiaccio assai. Intanto umilmente ma fervidamente benedico la sua persona che sarei ben lieto di accogliere in udienza, e lo incoraggio per una santa impresa che mi sta molto a cuore, come questa della glorificazione di Pio IX. Joannes XXIII Pp.».
Pio IX, uomo eminente, sacerdote integerrimo, rimase sempre vivo nella memoria di Angelo Giuseppe Roncalli, non a seguito di mitica infatuazione, bensì come espressione di festosa conoscenza, di profondo rispetto, di devoto amore. Piace ricordare che il 16 ottobre 1958, nell’imminenza del conclave, si recò al Verano per soffermarsi, in cimitero, presso la tomba dei suoi antichi superiori del Seminario romano e per venerare, a San Lorenzo, l’ipogeo di Pio IX.
Divenuto papa, gli riuscì naturale e ritenne doveroso riferirsi ripetutamente alla persona e all’operato di Pio IX. Seppe farlo senza alcuna inibizione, così che non si potrebbe asserire essersi trattato di improvvisa simpatia né di omaggio protocollare reso a un suo lontano predecessore. Volle anzitutto leggere quanto, in proposito, gli venne sotto mano: i volumi dei processi, editi dalla postulazione e dalla Congregazione dei riti; il Pio IX di Alberto Serafini, primo volume, pubblicato a fine settembre 1958 e non potuto presentare a Pio XII cui era dedicato; il Pie IX (primo volume) di Pierre Fernessole. Questo lo lesse in due notti, e dispose che il cardinale Tardini, segretario di Stato, redigesse un riscontro non di semplice complimento, ma auspicante la prosecuzione del lavoro: «Sa Sainteté, qui n’a pas oublié les souvenirs de ses rencontres avec vous à la nonciature de Paris, forme les meilleurs voeux pour que vous puissiez mener à bon terme l’oeuvre que vous avez entreprise» (Lettera 57604, 15 mars 1961).
Non minore attenzione egli portò sui tre volumi del gesuita Pietro Pirri: La laicizzazione dello Stato sardo, La Questione romana, La Questione romana dalla Convenzione di settembre alla caduta del potere temporale. Su quest’ultimo si soffermò con particolare curiosità. Esplorò sovente la Biographie du Souverain Pontife Pie IX, di Francesco Massi, nella collezione “Actes et histoire du Concile Oecuménique de Rome MDCCCLXIX”, Pilon et Lemercier, Impr., Paris.

Troppo lungo sarebbe enumerare le svariate letture proseguite ininterrottamente; ed ancor più arduo determinare il giudizio che se ne sarebbe fatto su ciascuna. Su alcune delle citate pubblicazioni i competenti nutrivano non poche riserve. Egli lo sapeva.
Lo storico Giacomo Martina, pur riconoscendo che il Serafini pubblicò «vari documenti interessanti», giudica l’opera nel suo complesso «farraginosa, apologetica, prolissa»; e definisce l’altra, del Fernessole, addirittura «tipico esempio di un’apologetica deteriore ascientifica» (G. Martina, Pio IX e mondo moderno, in Studium, 1976, p. 199). Molti personaggi dei dicasteri e degli atenei romani potrebbero attestare circa l’interesse che Giovanni XXIII portava alle ricerche e agli studi intesi a far piena luce sulla vita e sul pontificato di Pio IX, e a sgombrare il terreno verso la sua eventuale e da molti desiderata glorificazione. È sintomatico l’inciso di Arturo Carlo Jemolo in un suo articolo su papa Giovanni: «Desidererei procedesse la canonizzazione di Pio IX, di cui pur gli avversari riconobbero la profonda bontà, la generosità, la fede sconfinata» (Un Papa di genio, in La Stampa, 2 giugno 1964).
Quanto a Giovanni XXIII, piace citare una nota della sua agenda 1960, con l’elenco delle persone ricevute mercoledì 23 novembre: «…padre [Ferdinando] Antonelli, procuratore (sic!) della Fede ai Riti. Lo interessai vivamente per il processo di beatificazione del S[anto] P[adre] Pio IX».
All’udienza generale del 6 settembre 1961, rivolgendosi ai millecinquecento pellegrini di Senigallia, il Papa ricordò subito la figura del suo antecessore marchigiano: «I pellegrini di Senigallia vantano una gloria specialissima: Pio IX. E il vecchio Pio IX deve tornare a farsi vedere. Il pensiero va spesso a questo insigne servo di Dio e non è disgiunto dal desiderio per una sua glorificazione, riconosciuta anche sulla terra. Ci sarà il Concilio Vaticano II, il quale non può, in qualche modo, non riallacciarsi al Concilio Vaticano I, voluto e aperto da Pio IX. Chissà che in tale circostanza non ci sia pure l’auspicabile gaudio di vedere Pio IX oggetto di particolare venerazione. Sarà, comunque, quel che Iddio disporrà per la sua maggior gloria. Il Signore è mirabilis in sanctis tuis, tanto in quelli decorati con l’aureola della venerazione ufficiale decretata dal capo visibile della Chiesa, quanto in tutti gli altri che popolano il paradiso.
Noi dobbiamo attendere, quaggiù, alla nostra santificazione, il che equivale a imitare i moltissimi che hanno bene compiuto, con la fede e le opere, il pellegrinaggio terreno» (L’Osservatore Romano, 8 settembre 1961; cfr. La Civiltà Cattolica, 7 ottobre 1961, q. 2671, pp. 73-74; Voce misena, Senigallia, 16 settembre 1961).
Poco dopo, avendo letto l’indirizzo preparato e non potuto proclamare in aula dal vescovo Umberto Ravetta, dispose che il cardinale Cicognani, segretario di Stato, gli scrivesse in questi termini: «Il Santo Padre, che ben ricorda il folto gruppo guidato da Vostra Eccellenza, e le fervide testimonianze di fede, con cui esso ha sottolineato le espressioni del suo paterno discorso, riferentesi al servo di Dio Pio IX, gloria imperitura di cotesta diocesi, ha avuto così una nuova conferma della sincerità e intensità di quei sentimenti, e un motivo di più intima consolazione» (11 settembre 1961).

2. Giovanni XXIII fu buon conoscitore della storia della Chiesa, con particolare riferimento al periodo che corre dal Concilio di Trento al Vaticano I.
Docente di storia nel seminario della sua Bergamo (1906-1920), egli si era impegnato a coltivare, del maestro di questa scienza, le doti che in una sua dissertazione del 1907, aveva attribuite al Baronio: «Carattere inflessibile, così da non volere che la verità ad ogni costo, per quanto l’esporla nettamente gli costasse talora sacrifici molto gravi ed amarezze estreme, sostenute sempre dal principio che Dio non ha bisogno delle nostre bugie o dei nostri ripieghi, e che, mi sia permesso il ripeterlo, la migliore apologia della Chiesa è la storia schietta della sua vita; prerogativa questa molto apprezzata nel Baronio dagli stessi avversari, i quali come il Casaubono [Isaac Casaubon] ed il Sarpi proibirono che si attaccasse il nostro storico di mala fede o di menzogna; lavoratore instancabile, e prodigioso, mentre lo stesso Ruggero Bonghi scriveva nella Nuova Antologia, che l’opera di lui fu, quanto a copia e ricerca di documenti, per i tempi in cui si compì, mirabilissima, e quanto a ricchezza di erudizione e instancabilità di lavoro mirabile in tutti i tempi; santo, infine, mantenendo sempre indirizzate e subordinate le sue fatiche ai tre grandi ideali della sua vita: Dio, la Chiesa, le anime» (Angelo Roncalli, Il cardinale Cesare Baronio, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 21961, p. 41).
Avendo buon fiuto Giovanni XXIII riusciva con facilità ad individuare le fonti, ad affrontare un fatto, a collocarvi gli attori, a confrontare tra loro gli avvenimenti; a scoprire i rapporti tra gli avvenimenti religiosi e politici. Nell’accingersi alla lettura di un volume, sapeva cogliere ed apprezzare di primo acchito tutto l’apparato scientifico: presentazione, note marginali, appendici, indici.
Si fosse imbattuto in evidenti scogli, non era proclive né a condanne aprioristiche né ad assoluzioni pietistiche. Nemmeno subiva il fascino dell’esaltazione trionfalistica, incline com’era ad usare la vena dell’humour che disincanta e disintossica; d’altro canto, insofferente per sé e per gli altri del culto della personalità o del lasciarsi infettare – come diceva egli – dal morbus biographicus, non era facile agli incantesimi di carismi eccezionali, sempre bisognosi di venire adeguatamente studiati e autenticati.
Le motivazioni apologetiche, non infrequenti agli inizi di questo secolo, allorquando il Roncalli conchiudeva i suoi studi a Roma (di questa apologetica taluno potrebbe, in vero, trovare traccia nel Giornale dell’anima) e si avviava sui sentieri del suo iter pastorale, non spegnevano la sua vigilanza critica. Basterà aggiungere che egli ebbe sempre in uggia il romanzo storico, e mai trovò gusto al romanzo tout court, fatta eccezione per I promessi sposi del Manzoni.
Si ebbe più volte la riprova di questa sua equità dinanzi a possibili scandali, ove si fosse divulgata questa o quella notizia, essendogli familiare il rigido criterio biblico enunciato nel libro di Giobbe: «Vorresti forse in difesa di Dio dire il falso e in suo favore parlare con inganno?» (13, 7).

3. Due domande tuttavia si impongono: era Giovanni XXIII conoscitore di uomini nel profondo? Non si lasciava egli facilmente influenzare? Alla prima risponderei positivamente, alla seconda negativamente. Ho riflettuto su questi come su altri quesiti. So bene che non basta la mia testimonianza. Epperò quando essa verrà confrontata coi documenti d’archivio – essi pure sempre insufficienti, giacché il molto che si vive, in minima parte viene anche trascritto – le mie affermazioni saranno convalidate.

È pur vero che quando un personaggio gli era entrato nell’animo, egli ne viveva il rapporto come un’antica amicizia, a prescindere dal periodo storico in cui fosse vissuto. Si dovrà dire pertanto che, più che devoto, egli fu amico di Lorenzo Giustiniani, di Carlo Borromeo, di Gregorio Barbarigo, di Cesare Baronio – per citare solo alcuni – e di alcune grandi figure di vescovi e di spirituali condottieri dei secoli XVII, XVIII, XIX sino a san Pio X, al quale, nonostante la polemica non ancora spenta sui controversi rapporti con persone che al Roncalli furono carissime – dicasi il cardinale Ferrari, il vescovo Radini Tedeschi, i professori Pedrinelli e Mojoli, suoi condiscepoli bergamaschi –, si sentì affettuosamente legato, nonostante scoprisse via via qualcosa, e più di qualcosa, che ne lo diversificava.
Aveva asserito nei suoi giovani anni: «L’anima nostra è fatta così: penetrando oltre le apparenze, si sente attrarre istintivamente là dove si cela la vera grandezza, e innanzi a questa, tutto che circonda gli uomini grandi, anche le piccole cose che li riguardano, assumono talora proporzioni imprevedute, altissimi significati» (A. Roncalli, Il cardinale Cesare Baronio, op. cit., p. 25).
Incline al rispetto di chicchessia, anche peccatore, o in errore, alla prudente valutazione, all’ottimismo sereno, egli pur tuttavia non fu facile sottoscrittore di decreti proclamanti eroicità delle virtù.
Dobbiamo altresì osservare che egli aveva fiducia nella grazia di stato: dottrina questa facilmente accolta da teologi ed asceti. Dio proporziona le grazie alla particolare vocazione di ciascuno e al servizio che l’uomo è chiamato a svolgere nella Chiesa e nell’umanità, beninteso ammessa la disponibilità generosa del chiamato.
Dottrina valida per Maria santissima come per san Giuseppe, per gli apostoli di ogni tempo e per i pastori imperterriti di tutte le epoche. La applicava innocentemente ed incredibilmente a se stesso. Alcune volte, conversando con monsignor Dell’Acqua, o col confessore monsignor Cavagna, o con me, lo si udì raccontare: «Stamane in udienza la tal persona mi ha detto che dopo la benedizione del Papa, nel tal infermo s’è riscontrato un miglioramento… oppure la guarigione. Non amo soffermarmi a fantasticare su queste cose. Ma è pur vero che io ho pregato con fervore e con convinzione, e non troverei niente di strano che il Signore porgesse ascolto alla voce del suo servo obbediente e fedele…».

4. La devozione di Angelo Giuseppe Roncalli a Pio IX nacque in famiglia, si dilatò in parrocchia e si perfezionò in diocesi. In casa egli vedeva nelle mani del prozio Zaverio, il suo educatore, una biografia popolare di Pio IX. Così pure nella modesta abitazione sorrideva alle pareti una oleografia del Pontefice. A Sotto il Monte, egli apprese a chiamarlo «l’angelico Pio», in eco alle tante volte che don Francesco Rebuzzini, il santo parroco del suo battesimo, l’aveva così presentato nelle sue catechesi.

D’altronde Pio IX era morto da tre anni appena, allorquando Angelo Giuseppe Roncalli venne recato al fonte battesimale, il giorno stesso della sua nascita, il 25 novembre 1881.
Le gesta del Papa marchigiano continuavano a risuonare in tutta la Bergamasca negli anni dell’adolescenza del predestinato successore di Pio IX.
Richiamandosi ai ricordi lontani, Giovanni XXIII confidò un giorno ai soci del Circolo di San Pietro: «Legittimo è ricordare il passato. E se si ripensa a quanto si è dovuto soffrire e superare, viene naturale il proposito di essere altrettanto forti nelle odierne circostanze, senza, perciò, lamentarci dei tempi nostri, ma cercando fervidamente di santificarci, anzitutto con la buona condotta, la buona parola, con la fedeltà a quella dottrina di cui san Tito è stato illustre assertore ed esecutore. Sempre vera e luminosa è l’affermazione di Pio IX. In qualsiasi evenienza, il Papa sa di poter contare sul cuore dei suoi figli, sulla loro forza e risolutezza, sulla devozione che essi professano per il Sommo Pontefice, i vescovi, i sacerdoti e per quanti amano la santa Chiesa cattolica, apostolica e romana» (Discorsi, messaggi, colloqui del santo padre Giovanni XXIII, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1960-1967, vol. I, p. 598).
Vescovi e sacerdoti di Bergamo, educatori ed educatrici insigni, fondatori e fondatrici di istituti religiosi e di istituzioni caritative erano stati in rapporto diretto con Pio IX, suscitando in città e diocesi entusiasmi non passeggeri.
Il vescovo Radini Tedeschi, accanto al quale don Angelo Roncalli esercitò l’ufficio di segretario per dieci anni, fu un fervido ammiratore di Pio IX. Ho potuto rintracciare, assieme ad altri consimili documenti, il discorso declamato a Sant’Ignazio, in Roma, nel 1894, per il primo centenario della nascita di Giovanni Mastai Ferretti. Ne erano trascorsi sedici dalla morte. L’introduzione del discorso, da sola sarebbe testimonianza tanto più sorprendente quando si sapesse che Radini Tedeschi era uno dei beniamini di Leone XIII, il quale non eccedette davvero in elogi nei confronti del suo immediato antecessore. Dicasi inoltre che Radini Tedeschi parlò a Sant’Ignazio, tempio notoriamente riservato allora a manifestazioni ufficiali: «Commemorare un grande, al cospetto di chi vivente lo conobbe sì bene, e tanto lo venerò ed amò; dopo che degne ed eloquenti labbra ne dissero splendido e commovente sulla tomba l’elogio; quando vivo e parlante quasi sta ancora in mezzo a mille cuori, che ne ricordano le angeliche virtù, le amabili sembianze, il cuore amante di padre e di re, è compito soprammodo malagevole. Ti avessi almeno potuto conoscere, o Pio IX! Come ti venerai da lungi, e come fosti visione incantevole de’ miei primi anni, e palpito tenerissimo del mio cuore, e ideale di pontefice e di sovrano; avessi potuto il bacio mio stampare sulla tua destra benedicente, sul piede a te che evangelizzavi la pace e il bene, sul tuo labbro anzi su cui errava eterno il sorriso e dal quale sgorgava l’accento della verità e della vita!» (Parole di monsignor Giacomo Radini Tedeschi dette nella chiesa di Sant’Ignazio di Roma nella solenne Accademia per la celebrazione del primo centenario della nascita del grande Pontefice, Tip. Arcivescovile, Bologna 1894).

5. A dare respiro alla testimonianza su Pio IX, amo richiamare quattro momenti particolarmente significativi: il venticinquesimo dei Patti Lateranensi (1954); il Discorso mariano a Santa Maria Maggiore (1960); il centenario dell’unità d’Italia (1961); il Concilio Vaticano II.

A. Il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli è l’unico vescovo italiano, salvo errori ed omissioni, che celebrò il venticinquesimo dei Patti Lateranensi, esattamente l’11 febbraio 1954, con un discorso nella Basilica di San Marco a Venezia, presenti le massime autorità cittadine e gran folla di popolo. Questo lo schema del discorso: Letizia e pace. Principato civile legittimo e sacro. Pio IX e l’idea nazionale italiana. Tempi umili e infausti. L’ora del Signore. Un vaso infranto. Il significato dei Patti Lateranensi. Benedizioni, auguri, preghiere: per la Chiesa, per l’Italia.
Anzitutto egli ricordò la ripercussione suscitata nel mondo dall’avvenimento al suo compiersi. «Gli amici sinceri d’Italia se ne compiacquero; gli amici non sinceri se ne dolsero; i cattolici retti ed onesti ne esultarono dinanzi al Signore» (Angelo Giuseppe card. Roncalli, Scritti e discorsi, Edizioni Paoline, Roma 1959-1962, vol. I; tutto il discorso: pp. 160-170).
Il cardinale Roncalli prospettava la Questione romana nei suoi termini esatti e complessi, per segnalare che sulla tessitura buona dell’unità si era frammischiato un più vasto disegno di irreligione, lotta inaspritasi durante le guerre per l’indipendenza: «Da allora, giorno per giorno, si fece chiara la verità circa l’intimo sentimento dei romani pontefici in faccia al duplice problema della unità italiana da una parte, e degli interessi individuali e collettivi delle anime dall’altra: e prese fine la leggenda che sete di dominio temporale determinasse le attitudini del papa nei riguardi del suo principato civile. Questo gli era stato affidato dalla Provvidenza a difesa e a sostegno del suo ministero spirituale ed universale; sovente la sua legittimità venne confermata dalla voce del popolo, e dallo stesso tumulto degli avvenimenti; e nessuna dinastia d’Europa fu mai meglio fondata in un diritto legittimo e sacro di questa pontificale, che le precedette tutte, le vide nascere e scomparire, e per suo conto non impiegò mai la rapacità, né la violenza con alcuno come instrumentum regni, ma più volte ne fu innocente vittima.
Episodi isolati e mutevoli di debolezze personali nulla tolgono alla magnifica trama del principato civile dei papi, che rispondeva al suo compito di difesa e di sostegno degli interessi più alti dello spirito umano e cristiano, nell’atto di servire alla stessa pace fra i vari Stati d’Italia e d’Europa.
Ma era un compito indiretto e provvisorio, abbandonato alla mutabilità dei tempi e degli uomini. La Provvidenza del Signore aveva apprestato ai successori di san Pietro questo piccolo patrimonio per la libertà e la santa indipendenza della loro missione supernazionale e mondiale» (Scritti…, I, op. cit.).
Non diversamente si era espresso Leone XIII il 15 giugno 1887, dieci anni dopo la morte di Pio IX – in conformità perfetta dunque col pensiero e la parola del suo immediato predecessore –, in una lettera al cardinale Rampolla, suo segretario di Stato: «L’autorità del sommo pontefice istituita da Gesù Cristo e conferita a san Pietro, e per esso ai suoi legittimi successori, i romani pontefici, destinati a continuare nel mondo, fino alla consumazione dei secoli, la missione riparatrice del Figlio di Dio, arricchita delle più nobili prerogative, dotati di poteri sublimi, propri e giuridici, quali si richiedono per il governo di una vera e perfettissima società, non può, per la stessa natura e per la espressa volontà del suo divin fondatore, sottostare a veruna potestà terrena, deve anzi godere della più piena libertà nell’esercizio delle sue eccelse funzioni. E poiché da questo supremo potere e dal libero esercizio di esso dipende il bene di tutta la Chiesa, era della più alta importanza che la nativa sua indipendenza e libertà fosse assicurata, garantita, difesa attraverso i secoli nella persona di chi ne era investito. […] Importa grandemente osservare che la ragione e l’indipendenza della libertà pontificia nell’esercizio dell’apostolico ministero, piglia una forza maggiore e tutta propria quando si applica a Roma, sede naturale dei sommi pontefici, centro della vita della Chiesa, capitale del mondo cattolico».

L’anno dopo, Leone XIII, nel suo cinquantesimo di sacerdozio, ricevendo in udienza il cardinale Alimonda e i sacerdoti italiani convenuti a Roma, tornava ancora sull’argomento (25 settembre 1888): «Si osa affermare che le rivendicazioni del Pontefice sono dettate da spirito di ambizione e da cupidigia di mondana grandezza… Ben più in alto sono rivolte le nostre mire: in verità è la grande causa della libertà e della indipendenza della Chiesa che ora si agita».
Sessantasei anni dopo, il cardinale Roncalli, nel citato discorso del XXV dei Patti Lateranensi, respingendo e confutando la troppo ripetuta accusa di «libidine del potere», raccontava, mite e faceto, un episodio della sua giovinezza sacerdotale: «La stampa spregiudicata e mondana tornava sovente sulla insinuazione maliziosa del Papa affetto, lui e i suoi più vicini collaboratori, dalla libidine del potere. Giusto quando il beato Pio X – e lo ascoltai io stesso, con i miei due orecchi, da giovane prete, al termine di un colloquio riservato con il mio vescovo, che io accompagnavo – “Figuratevi, monsignore, – e lo diceva in dialetto veneto – che cosa mi succede. Ieri ho ricevuto una commissione di personaggi degni e gravi venuti a propormi di risolvere la Questione romana accontentandomi di Roma, che il governo italiano potrebbe lasciarmi. Oh, monsignore, adesso ci vorrebbe anche Roma, da governar, anca Roma da governar, con tutte quelle poche brighe che mi procura già il governo di questa brava e buona gente qui dentro”. E sorrideva piacevolmente» (Scritti…, I, op. cit., p. 165).
Il discorso dell’11 febbraio 1954 spazia su vasto orizzonte e affronta senza sottintesi il nocciolo della questione, finendo col collocare Pio IX al suo giusto posto. Gli riconosce infatti il diritto di difendere «questo piccolo patrimonio apprestato dal Signore per la libertà e la santa indipendenza della missione supernazionale e mondiale» della Chiesa: «Era naturale – ripetiamolo bene – che il Papa lo dovesse difendere ad ogni costo, fino al giorno in cui un nuovo segno venisse dall’alto, e che trovasse un’eco nella sacra intimità della sua coscienza pontificale, ad arrestare il corso delle sue doverose affermazioni e rivendicazioni» (Scritti… I, op. cit., p. 162).
Veramente solenne, quasi volesse prevenire la obiettiva, spassionata valutazione di tutto quel periodo dolorosissimo, appare la pagina intitolata: Pio IX e l’idea nazionale italiana, meritevole di attenta considerazione, dacché tocca il nocciolo della questione: «Quanto agli interessi d’Italia, ed al movimento nazionale inteso alla sua unità, conviene ricordare che cosa ne pensasse Pio IX, che aveva iniziato il suo pontificato nel 1846 con le parole: “Gran Dio, benedite l’Italia!”.
È di questi giorni la esumazione della testimonianza di un famoso diplomatico protestante (von Bülow), a proposito di un certo conte, tedesco e cattolico, che deplorava innanzi al Papa le sventure che il movimento per l’unità d’Italia recava alla Chiesa. Il Papa ascoltò pensoso e sembrò dare segni di tacita approvazione. Ma, congedato il personaggio, disse al gentiluomo italiano di servizio, che gli stava accanto: “Questo signore non capisce niente della grandezza e della bellezza della idea nazionale italiana”.
Parole espressive: come la risposta che con lo spirito arguto e buono che gli era congenito, lo stesso Pio IX diede ad un cardinale che lo confortava: “Santità, faccia cuore: la barca di san Pietro non sarà preda della tempesta: è parola del Signore”. “Già” rispose “ma il Signore non ha parlato dell’equipaggio!”.

Sopraggiunsero avvenimenti gravi. Il 1870 segnò l’apogeo della potenza spirituale del Papa nel successo e nella gloria del Concilio Vaticano; ma il passaggio della violenza militare, attraverso la breccia di Porta Pia, fu anche l’inizio di anni difficili, di disagio e di tribolazioni, per la Santa Sede, e per i cattolici d’Italia.
Ad onore di Pio IX basta la testimonianza di uno degli uomini politici più in vista di quel tempo, e non molto tenero per la Chiesa: “Questo vecchio sacerdote, scemato di potere, stremato di forze […] perseguito ormai da tanti vituperi da quanti applausi era stato assordato un giorno; che non s’inchina né davanti a chi lo difende né davanti a chi l’offende; che non si concilia un nemico solo, con una menzogna o una umiliazione; che negli spiriti dei suoi fedeli tenta di riaccendere l’antica fiamma, facendo guizzare più viva quella dell’animo proprio, provocando l’amore del sacrificio in tanta parte del mondo; […] mantenendo fra i suoi devoti e nel clero una maggiore e più ferma unità che non s’è mai vista, e ciò con il nudo imperio della parola; questo vecchio sacerdote è il più straordinario e mirabile fatto dei tempi nostri, tempi già tanto pieni di novità e di meraviglie” [Ruggero Bonghi]» (Scritti…, I, op. cit., pp. 162-163).

B. Secondo momento. L’8 dicembre 1960, nella cornice stupenda della solennità dell’Immacolata e dell’itinerario devozionale alla colonna di piazza di Spagna, durante la celebrazione mariana a Santa Maria Maggiore, Giovanni XXIII incastonava la gemma stupenda dell’omaggio a Pio IX.
Giusto nel testo di questo discorso, monsignor Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, e io stesso avevamo ritenuta ridondante una certa dichiarazione in esso contenuta, la quale avrebbe potuto meglio trovar posto in una bolla di canonizzazione. Non potrei precisarne con esattezza i termini: essi comunque risuonano dentro di me. Si fece osservare al Papa che la prassi non consentiva e la prudenza sconsigliava di spingersi tanto oltre. Egli amabilmente accettò l’osservazione contentandosi di mantenere la sostanza delle sue affermazioni, ben esplicite del resto e cariche di significato, come risulta evidente: «In questo otto dicembre, che tutti gli anni ricorda la solenne e più che centenaria proclamazione del domma soave e luminosissimo dell’Immacolata, il pensiero nostro corre spontaneamente a colui, che di esso fu la voce autorevole, l’infallibile oracolo. La soave figura del nostro predecessore Pio IX, di grande, di santa memoria, ci è particolarmente venerata e cara, perché egli nutrì per la Vergine un amore tenerissimo e si applicò fin dai giovani anni allo studio ed alla penetrazione del privilegio dell’immacolato concepimento di Maria santissima. Risalendo a ritroso nei secoli egli amò avvolgersi nello stesso mantello di gloria di cui si ornarono tanti suoi illustri antecessori nel romano pontificato, nelle ripetute testimonianze di devozione e di amore a Maria, che il popolo romano riconosce ufficialmente quale sua salute invocata e benedetta, salus populi romani, e che tutto il mondo acclama, del cielo e della terra regina» (Discorsi…, op. cit., III, p. 75).
Un papa non scrive in tal senso, né lo proclama così autorevolmente, al cospetto del popolo romano, se non ne è intimamente convinto. La circostanza non ammette divagazioni puramente sentimentali.

Giovanni XXIII richiamava ed esaltava la devozione a Maria, invocata nel suo privilegio di donna preservata dal peccato originale, da parte di otto pontefici, anteriormente alla dogmatica definizione: Benedetto XIV, Clemente XI, Innocenzo XII, Clemente IX, Alessandro VII, Clemente VIII, san Pio V, Sisto IV, per aprirsi il varco a ciò che più gli premeva di rivelare: «Questo breve excursus storico ci riconduce alla mitissima figura del pontefice Pio IX. La luce di Maria Immacolata posata sopra di lui ci fa comprendere il segreto di Dio nel servizio altissimo e santo che egli diede alla santa Chiesa.
Trentadue anni di pontificato gli permisero di toccare tutti i punti della cattolica dottrina, di volgersi paterno e suadente ai figli suoi del mondo intero per un richiamo sollecito, affettuoso, instancabile di disciplina, di onore, di coraggio, in faccia alle accresciute difficoltà, agli attacchi velati o aperti, alle sfide gettate alla religione, proprio allora quando da persone di alta fama si proclamava moribonda, o già morta.
Pio IX seppe contro speranza credere alla speranza (cfr. Rm 4, 18), e tenere radunato con incrollabile fermezza e infinita amorevolezza il gregge spaurito e incerto; e così mite che egli era, non ebbe timori davanti alle macchinazioni tenebrose delle sètte, non vacillò di fronte alle opposizioni, non indietreggiò in faccia alle calunnie.
Amiamo ripeterlo! Sì: la luce di Maria Immacolata – definita tale ad alta voce, solennissima, in faccia a tutta la Chiesa, nonostante il clamore canzonatorio degli increduli e il timido sussurrare di alcuni incerti –, la luce della Immacolata, diciamo, batteva sulla fronte e sul cuore del grande Pontefice, e fu la animatrice delle sue fatiche e il conforto della sua immolazione» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 76-77).

C. Terzo momento da valutare attentamente è quello del centenario dell’unità d’Italia: 1961, durante la presidenza di Giovanni Gronchi, col ricevimento in Vaticano dell’onorevole Amintore Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri. Nella sua garbata allocuzione, il Papa sottolineò anzitutto l’ambito caratteristico delle attribuzioni specifiche della Chiesa e dello Stato, con particolare sottolineatura sulla essenza e sulla variazione dei rapporti che devono intercorrere tra le due entità: «La singolare condizione della Chiesa cattolica e dello Stato italiano – due organismi di diversa struttura, fisionomia ed elevazione, quanto alle caratteristiche finalità dell’uno e dell’altro – suppone una distinzione ed un tal quale riserbo di rapporti, pur fatti di garbo e di rispetto, che rendono tanto più gradite le occasioni dell’incontrarsi, di tratto in tratto, dei loro più alti rappresentanti, anche a titolo di comune letizia e di edificante incoraggiamento verso la ricerca dei beni più preziosi per la vita sociale» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 204-205).
Poi offrì, in nome suo proprio e del governo centrale della Chiesa, l’attestato di una presenza festosa alla celebrazione, quasi a cancellare – come più compiutamente avrebbe fatto col pellegrinaggio a Loreto e Assisi nel 1962 – un secolo talora turbato da reciproca incomprensione: «La ricorrenza che in questi mesi è motivo di sincera esultanza per l’Italia, il centenario della sua unità, ci trova, sulle due rive del Tevere, partecipi di uno stesso sentimento di riconoscenza alla Provvidenza del Signore, che pur attraverso variazioni e contrasti, talora accesi, come accade in tutti i tempi, ha guidato questa porzione elettissima d’Europa verso una sistemazione di rispetto e di onore nel concerto delle nazioni, grazie a Dio depositarie, sì, oggi ancora, della civiltà che da Cristo prende nome e vita» (Discorsi…, op. cit., III, p. 205).
Tutto questo, a mio avviso, per introdurre, infine, il diffuso accenno a Pio IX «che del suo nome, della sua storia ha lasciato un’orma così profonda nel nostro Paese» (Discorsi…, op. cit., I, p. 617), come aveva detto esplicitamente due anni prima. Niente e nessuno lo obbligava a farlo; forse taluno, temendo, da questo inciso, una ulteriore “scapigliatura” della stampa, l’avrebbe dissuaso. Ecco il testo proclamato, notisi bene, dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dello Stato democratico e repubblicano: «Ai figli d’Italia, per cui negli anni più accesi del movimento per l’unità nazionale certa letteratura, alquanto scapigliata, fu motivo di turbamento, non può sfuggire che astro benefico e segno luminoso, invitante al trionfo del magnifico ideale, fu papa Pio IX, che lo colse nella sua significazione più nobile e, da parte sua, lo vivificò come palpito della sua grande anima così retta e pura» (Discorsi…, op. cit., III, p. 205).
Astro benefico e luminoso! Non sono parole cadute dalla penna a caso. Esse insinuavano un giudizio storico; non direi che lo imponessero; miravano piuttosto ad indicare l’opportunità di uscire da vecchi schemi preconcetti e di ricominciare da capo e in profondità la valutazione del pontificato di Pio IX. Impareggiabile nella sua finezza di autentico principe della parola rispettosa e della comunione cordiale, principe della Chiesa e del popolo di Dio, Giovanni XXIII si congedò con estrema delicatezza, compendiando, per così dire, l’apertura del cuor suo in un’immagine primaverile: «Questo semplice tocco, che ci siamo permessi di offrirle, signor presidente, è come un fiore di campo sull’avviarsi della primavera. Esso è accompagnato dal voto che quotidianamente eleviamo innanzi al Signore per il capo dello Stato – che in questi giorni seguiamo con viva simpatia e con paterni auguri –, eleviamo per lei e per quanti con lei dividono le responsabilità nel governo della pubblica cosa, come l’abbiamo invocato nella liturgia della settimana santa: religionis integritas et patriae securitas. Qui sta invero la sostanza dei Patti Lateranensi: esercizio della religione libero e rispettato, ispirazione cristiana della scuola, nozze sacre, espansione di apostolato per la verità, per la giustizia, per la pace» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 205-206).
Non sfuggì ai figli d’Italia! Sarebbe interessante lo spoglio dei giornali e delle riviste dell’epoca: lavoro che converrà compiere, essendo io convinto della sua estrema utilità ai fini di conoscere gli umori dell’opinione pubblica, per constatare che, ad ogni buon conto, di acqua ne era passata sotto i ponti del Tevere. Per quanto so ricordare, la stampa italiana, di partito e di informazione, fatta eccezione del commento acido da parte di un paio di fogli, fu pressoché unanime nell’apprezzare nel suo complesso la parola e le argomentazioni del Papa. Tanta sua amabile accortezza dovette indurre a tranquillo silenzio l’eventuale resto di intolleranza di giudizio ancor diffuso nell’aria nei confronti di Pio IX.
Nel discorso, nessun riferimento diretto ai «tempi umili e infausti» (Scritti…, op. cit., I, p. 164); eppure davanti al suo sguardo dovettero apparire le seguenze «del disagio e delle condizioni insopportabili create alla Santa Sede e alla Chiesa cattolica in Roma, in quegli anni che corsero dal 1870 allo scoppio della prima guerra europea»: dal fallito tentativo di gettare sul Tevere le spoglie di Pio IX, «per cui tutto il mondo aveva palpitato e che morendo non aveva chiesto per sé altro favore che di dormire l’ultimo sonno nell’Agro Verano, in mezzo al popolo suo»; dall’oltraggiosa inaugurazione nel 1888 «e a pochi passi dal Vaticano» di una statua a Giordano Bruno «monaco infelice e ribelle»: quell’anno stesso, Zaverio Roncalli, prozio di Angelino, pellegrinò all’Urbe con un nutrito gruppo di bergamaschi; dall’«augurio laico e compassionevole: l’avvenire riposa sulle ginocchia di Giove», fatto stupidamente recitare al capo dello Stato, lo scettico Umberto I, proprio «mentre Leone XIII inaugurava dal Vaticano l’anno santo, con invito a tutto il mondo alla implorazione delle celesti grazie per la purificazione e la salute dei popoli»; sino alla celebrazione del 20 settembre 1900 – trentennio della presa di Roma –, a motivo della quale i pellegrini vennero sollecitati ad abbandonare la capitale: il chierico Roncalli era tra costoro, e ne profittò per recarsi a Loreto ed Assisi.

D. Quarto momento: il Concilio: l’ora di Dio e dell’appuntamento della storia. Nel citato discorso dell’8 dicembre 1960, Giovanni XXIII aveva espressamente accostato la sua alla persona di Pio IX, con riferimento alle difficoltà manifestatesi un secolo innanzi e sempre prevedibili nel succedersi dei papi e dei grandi fatti della Chiesa, ma considerate nella luce della fede: «Come la sua figura si leva alta e indicatrice davanti a noi! e ci propone la via giusta, noi ci teniamo con l’aiuto di Dio ad imitarlo e lo imiteremo nel proseguire il nostro apostolico ministero: con calma, con mitezza, con inespugnabile pazienza, con sicurezza, ardore di speranza e di vittoria spirituale: qualunque cosa ci accada.
Il volgersi delle circostanze di umane convenienze, talora propizie, tal altra avverse o silenziose alle nostre imprese, non potrà né esaltarci oltre misura, né deprimere le nostre energie, che contano soprattutto su l’intercessione della Madre immacolata di Gesù: Mater Ecclesiae, et Mater nostra dulcissima» (Discorsi…, op. cit., III, p. 77).
Le due anime gemelle: Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Maria Mastai Ferretti si accostavano per proseguire insieme lo stesso cammino.
L’evidente proposito di volersi collegare all’azione magisteriale e pastorale di Pio IX apparve chiarissima nel sermone: «Dalla contemplazione della figura mite e forte di Pio IX, prendiamo ispirazione per inoltrarci di buon passo nella grande impresa del Concilio Vaticano II, che ci sta innanzi.
Anche in questo impegno, forse il più grave della nostra umile vita di “servus servorum Dei” ci conforta e ci fortifica la sicurezza di obbedire alla buona e potente volontà del Signore. E questa sicurezza, se è motivo di tranquillità, e di consueto abbandono alla grazia dell’alto, corrobora altresì l’anima nostra, le nostre imprese, elevandole sulle ali di una attesa, che tutta si fonda in Dio» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 77-78).
Il 24 novembre, giusto quattordici giorni innanzi a quell’8 dicembre, il Papa, parlando ai suoi collaboratori e figli di Roma, nell’atto di commentare gli atti del primo Sinodo diocesano, celebrato in gennaio, aveva confidato con risolutezza i suoi propositi di forte lavoro nel valico, com’egli si trovava come Pio IX nella stessa circostanza, tra il settantanovesimo e l’ottantesimo anno di vita: «Da mesi, il Papa dà alcune delle sue ore subsecivae alla storia degli ultimi concilii, con speciale riferimento al Vaticano I; ed in questa giornata, sentendo intorno alla nostra umile persona gli echi di tante buone parole di augurio per la continuazione della lunga vita che il Signore ci ha concesso, pensiamo al venerato predecessore nostro Pio IX di gloriosissima e santa memoria, che appunto all’età nostra esatta, sul finire del suo settantanovesimo anno, e sull’inizio dell’anno ottantesimo, come accade a noi in quest’ora, si accingeva alla apertura immediata del Concilio Vaticano, che tanto beneficio nell’ordine spirituale e pastorale doveva apportare e portò alla Chiesa cattolica nel mondo intero.
Da tempo amiamo applicare a noi stessi quanto diceva di sé il cardinale Federigo Borromeo (Manzoni, I promessi sposi, cap. XXVI): “Dio conosce i miei mancamenti e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi”. Ed è per questo che anche nella circostanza dell’ottantesimo vi preghiamo di lasciarci quasi nell’ombra del grande nostro predecessore Pio IX, di cui amiamo leggervi una testimonianza che teniamo nelle nostre note personali.
“La sua salute è perfetta” scriveva Luigi Veuillot. “Egli conversa con tanta finezza che bontà. Il suo occhio riconosce sempre i suoi amici, nella folla, ed ama dire di averli veduti qua e là. La sua mano, che pure sostiene una così gran parte di peso del mondo, non trema affatto. Il suo orecchio ascolta e comprende il cuore commosso di rispetto e di amore di chi gli parla a bassa voce. Il suo spirito è presente a tutto, e ricorda tutto, tranne le ingiurie” [Louis Veuillot, Rome pendant le Concile, ed. Lethielleux, Paris 1927, p. 366]» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 50-51).

6. Nella stima riverente di Giovanni XXIII, il pontefice dell’Immacolata e del Vaticano I fu il papa del magistero e della strenua difesa della fede, colui che osò convocare la grande assise ecumenica in tempi procellosi, proprio perché la sua fede era solida come la roccia: «All’annunzio del Concilio ecumenico Vaticano I (1869-1870) vi fu chi, con voce ritenuta tra le più risonanti del tempo, non esitò a scrivere al Sommo Pontefice che se un concilio poteva comprendersi agli albori del cristianesimo, come fu il primo Concilio di Nicea (325), un simile avvenimento, indetto nei tempi moderni, poteva significare soltanto la fine della Chiesa. Ma il Signore ha pienamente smentito l’incauto presagio. La Chiesa vive ed è più che mai fiorente nel mondo, anche se non mancano ostacoli, contrarietà, martiri» (Discorsi…, op. cit., IV, p. 677).
«L’importante è di basarsi saldamente sul più vitale ed eccellente principio: il Vangelo da una parte; l’insegnamento, la cultura dall’altra. Come a proposito sovveniva la squisita parola d’ordine del sommo pontefice Pio IX: “Illuminate, illuminate, illuminate!” prodigarsi, cioè, non solo a dissipare le tenebre dell’ignoranza e dell’errore, ma anche a fornire non effimeri luccichii, bensì corroboranti fulgori» (Discorsi…, op. cit., I, p. 634).
«Oh! grande Pio IX, amabile e forte, custode inflessibile della verità, e previdente apostolo dei tempi moderni! quale esempio continua a darci di vera grandezza, di costanza tenace, di illuminata prudenza, a conforto e incoraggiamento delle nostre umili, ma generose intraprese!» (Discorsi…, op. cit., pp. 9-10).

7. È stato detto che Giovanni XXIII avrebbe fatto una certa pressione sulla congregazione preposta alle cause dei servi di Dio, avrebbe anzi, addirittura segnato per iscritto la circostanza in cui avrebbe dovuto aver luogo la beatificazione di Pio IX. Pressione è termine equivoco; non si addice alla natura, al temperamento, alla formazione di Giovanni XXIII. È risaputo, invece, che egli chiese spesso, potremmo aggiungere ansiosamente, anche per rispondere a sollecitazioni che gli venivano da distinte persone: «Ditemi quali obiezioni si fanno alla conclusione della causa, quali scogli realmente si presentano, se sormontabili o meno».
Ritengo importantissime, anche se contenenti notizie conosciute, due lettere di monsignor Alberto Serafini, a me indirizzate, ulteriore testimonianza dell’interessamento di Pio XII e Giovanni XXIII per questa “benedetta” causa. Esse meritano attento studio, perché lasciano trasparire i contorni precisi della coscienza di papa Pacelli e di papa Roncalli a questo proposito.
È dunque provato che Giovanni XXIII volesse ad ogni costo beatificare Pio IX? E in quale circostanza avrebbe desiderato l’auspicata glorificazione? L’indicazione, nel senso di voto ardente del cuore, riguardava la chiusura del Concilio Vaticano II, che avrebbe dovuto essere, nella mens di Giovanni XXIII, una solenne celebrazione della santità della Chiesa cattolica, una grande festa di ognissanti: provenienti da ogni popolo, lingua ed area culturale. Espresse questo voto a voce e per iscritto numerose volte: come il 25 agosto 1959, primo anno del suo pontificato, a Genazzano, rievocando la visita fatta a quel santuario della Mater Boni Consilii dall’angelico Pio, novantacinque anni innanzi: «Pio IX: ecco un nuovo motivo di preghiera al Signore perché, se a lui piacerà, si degni di affrettare il giorno della glorificazione anche in terra del grande e venerato Pontefice» (Discorsi…, op. cit., I, p. 785).
Passeranno tre anni. Il 22 agosto 1962 in udienza pubblica, ricordando la festa del Cuore immacolato di Maria, Giovanni XXIII farà riapparire dinanzi alla commossa assemblea il Papa dell’Immacolata, nuovamente compromettendosi sul tema della glorificazione del servo di Dio: «Eccelsa e nobile figura di pastore, del quale fu anche scritto, nell’avvicinarlo all’immagine di nostro Signore Gesù Cristo, che nessuno fu più di lui amato e odiato dai contemporanei. Ma le sue imprese, la sua dedizione alla Chiesa rifulgono oggi più che mai; unanime è l’ammirazione: mi conceda, cioè, il Signore il grande dono di poter decretare gli onori dell’altare, durante lo svolgimento del XXI Concilio ecumenico a colui che indisse e celebrò il XX, il Vaticano I» (Discorsi…, op. cit., IV, p. 849).
Nel conchiudere questa timida esposizione, riprendo il mano Il giornale dell’anima di Giovanni XXIII, la raccolta delle «espressioni immediate, candide e pie della sua intima cronaca spirituale» (Insegnamenti di Paolo VI, XI, 1973): il libro cioè delle effusioni spontanee di un ecclesiastico mite e forte, pio e zelante; e mi soffermo su quattro righe, stilate nel raccoglimento del suo ritiro spirituale del 1959, riassumenti lo stato d’animo del Pontefice, ben consapevole, per lunga esperienza, che la croce è inscindibile dal servizio: «Io penso sempre a Pio IX di santa e gloriosa memoria: ed imitandolo nei suoi sacrifici vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione».
Giovanni XXIII non celebrò l’auspicata glorificazione di Pio IX. Ci si è arrivati oggi, ma la beatificazione in sé importa sino a un certo punto: vale assai più la pubblicazione di carteggi e di testi, affidata alla decifrazione di persone rette e giudiziose, affinché, in prosieguo di tempo, il personaggio si riaffacci alla ribalta della storia nei suoi contorni più nitidi e sia consentita una più esatta definizione della sua personalità. In tal modo verrebbe, inoltre, dimostrato che i suoi devoti sono ansiosi di verità non di trionfalismi; che la comunità dei fedeli vuol trarne edificazione e incoraggiamento; che la Chiesa non ha nulla da temere dalla scoperta di un’ombra quando il quadro nel suo insieme risultasse luminoso.
Credo di poter asserire che questo fosse, in concreto, il pensiero di Giovanni XXIII: nessuna ansietà pretenziosa da parte sua di pronunciare un giudizio definitivo ed inappellabile; ma egualmente nessuna negligenza nell’impostazione e nel prosieguo dell’indagine, essendo noi doverosamente invitati ad individuare i “segni dei tempi” e a scoprire in ciascuno di essi, persona o episodio, il nascosto disegno della Provvidenza. Nel caso potrebbe trattarsi della divina rivelazione, più convenientemente presentata, della libertà religiosa strenuamente difesa, della incontaminata devozione mariana, dell’unione col papa, del servizio apostolico.
Ho finito. Mi accade sovente di salire dalle Marche sino al valico umbro, per ridiscendere di là nella meravigliosa vallata spoletana, cantata da Francesco d’Assisi: «Nihil iucundius vidi valle mea spoletana»; e di rivivere, come in sogno, l’itinerario lauretano-assisano compiuto da papa Giovanni nel 1900 e nel 1962. Allora, ripercorrendo a ritroso alcuni decenni, mi immagino di incontrare uno studente di teologia chino sui rozzi banchi di un’improvvisata aula di caserma, mentre svolge il suo componimento d’italiano agli esami per la promozione a sergente: “La presa di Spoleto da parte delle truppe italiane (1860)”. E risento la voce melodiosa che a distanza di oltre sessant’anni commentava quell’episodio non senza una vena di humour: «Allo scritto me la cavai discretamente con i fatti d’arme di Spoleto. Ma nella esercitazione pratica, dovendo comandare l’attacco del mio plotone all’assalto, poco mancò che i soldati, se avessero fatto sul serio, si infilzassero l’uno l’altro… Decisamente il comando militare non mi era congeniale».
Caro papa Giovanni! Sorridevate compiaciuto ai ricordi della vostra innocente giovinezza, e di questo vostro esame di sergente.

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