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Solennità del Corpus Domini

Giu 22, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che la Liturgia ci offre in questa festa del Corpus Domini contiene diversi paradossi, come se volesse mostrarci qualcosa di eccessivo, delle esagerazioni.

È il brano che racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù secondo la versione di Luca (9,11b-17).

Il primo eccesso è dato dalla fame della gente. È tanta la fame, ed è tanta la folla, visto che l’evangelista si preoccupa di dirci che c’erano circa cinque mila uomini (Lc 9,14).

Eccessiva è anche la povertà dei discepoli, che non hanno altro se non cinque pani e due pesci (Lc 9,13).

Decisamente sfavorevoli sono anche le condizioni in cui tutto questo accade: è ormai sera, e siamo in una zona desertica (Lc 9,12).

Quello che l’evangelista vuole sottolineare è dunque la situazione di estrema fragilità, di estremo bisogno in cui ci si viene a trovare; una situazione che rispecchia tutta la realtà della vita umana, profondamente segnata da questa condizione di massima precarietà.

Ma vuole anche sottolineare il fatto che umanamente sembra non ci siano vie di uscita, non vi siano soluzioni: c’è una sproporzione tra il bisogno della folla e le reali possibilità dei discepoli.

L’unica soluzione, a questo punto, sembra essere quella proposta dai discepoli, ovvero che la gente vada via, e che ognuno cerchi da sé e per sé ciò che può saziare la propria fame (Lc 9,12). Ai discepoli proprio non viene in mente che vi possano essere altre vie d’uscita.

Per cui risulta assolutamente paradossale l’invito di Gesù, l’invito a che la gente rimanga (Lc 9,13), e che i discepoli stessi diano da mangiare a tutti: un invito umanamente impossibile da realizzare!

Invece è proprio ciò che accade.

Innanzitutto, Gesù chiede di dividerei presenti in piccoli gruppi: non più dunque una folla anonima, ma piccole comunità, dove sia più facile la condivisione e la reciprocità.

E poi Gesù non fa altro che mettere in comunione quel poco che si ha, che tutti credevano non potesse bastare a nulla. Invece basta. Il miracolo che Gesù compie è questo.

Nella storia della salvezza, spesso accade così: accade che ciò che è tanto non basta e non serve, e il poco, al contrario, riesce a bastare per tutti.

Pensiamo alla vedova di Zarepta di Sidone (1Re 17): il profeta Elia viene mandato da una povera vedova, che non ha più quasi nulla da mangiare. Sarà lei a sostenere e nutrire il profeta, e così facendo non mancherà nulla neanche per lei e per suo figlio.

Ma pensiamo a Gesù stesso: non ci salva con mezzi potenti e ricchi, ma, al contrario, con il suo farsi povero e ultimo, uno di noi. Come dice san Paolo, “Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).

Noi siamo abituati a pensare che la salvezza ci porti fuori da una situazione di precarietà e povertà; al contrario, la salvezza è tale quando ci porta dentro, ci fa abitare la nostra povertà, ce la fa vivere come una ricchezza, come una possibilità di condivisione e di comunione, di affidamento, di dono.

Dio non salva mai con la ricchezza: questo lo saprebbero fare tutti. Dio salva con la povertà, perché è in essa che risplende la ricchezza vera, non data dalle cose, dai mezzi, dalle possibilità, ma dal dono reciproco di sé stessi.

Il brano si conclude con un ultimo elemento eccessivo: si tratta di ciò che avanza, che riesce a riempire ben dodici ceste (Lc 9,17).

Lì dove ci si arricchisce vicendevolmente con tutto il poco che si ha, allora si fa esperienza di essere veramente ricchi, di essere nell’abbondanza, di avere più di quanto si osava sperare.

+ Pierbattista

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