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DJ Fabo e il Mistero della morte

Mar 5, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

Proponiamo alcune riflessioni sul caso della morte del DJ Fabo, avvenuta il 27 febbraio 2017 in Svizzera, e che tanto ha toccato le coscienze di tutti gli italiani, credenti o meno.

Proponiamo:

  • Stralci dell’intervista rilasciata al TG5 dal Cardinale Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale della CEI
  • Stralci dell’intervista rilasciata da Mons. Moraglia, Patriarca di Venezia
  • L’intervento apparso su Nuova Scintilla del nostro Vescovo Adriano Tessarollo
  • Il racconto del fisiatra che è stato accanto a Fabo per 2 anni
  • L’intervista al prete che ha incontrato Fabo
  • La testimonianza di un operatore – direttore dell’unità AULS Romagna – che da anni si occupa di cure palliative
  • Un intervento dell’On. Rocella, sul “bluff radicale” utilizzato da questa parte poltica per giustificare il loro operato
  • Un intervento del Giurista Anzani su Avvenire, dove spiega il vero funzionamento delle cliniche in Svizzera (ed i loro costi e guadagni)
  • Un intervento apparso sull’Osservatore Romano, il 22/02/2017, quindi prima della drammatica morte di DJ Fabo

Il cardinale Bagnasco al Tg5. Eutanasia, la legge non dimentichi la dignità dell’uomo.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è stato intervistato dal Tg5 sul caso del suicidio assistito, in una clinica svizzera, di dj Fabo.
È una sconfitta grave e dolorosa per tutta la società, per tutti noi – ha detto Bagnasco –, perché la vita umana trae spunto, forza e valore anche dal fatto di vivere dentro delle relazioni di amore, di affetto, dove ognuno può ricevere e può donare amore. Fuori da questo è difficile per chiunque vivere, la solitudine uccide più di tutto il resto“.
Da sacerdote, come si può accompagnare un disabile grave che chiede di morire?
Solamente Dio può raggiungere il cuore di ciascuno di noi, nessun’altro così in profondità. E allora la prima forma di vicinanza è proprio quella della mia e della nostra preghiera. ma anche quella della parola, del sostegno, del contatto fisico di cui tutti abbiamo tanto bisogno.
In casi particolarmente drammatici si può parlare di diritto all’eutanasia?
Ognuno di noi riceve la vita, non se la dà e questo è evidente e pertanto ne siamo dei servitori, dei ministri. responsabili, intelligenti, ma senza potere mai dominare la vita nostra e tanto più degli altri. Per qualunque normativa l’importante è partire dai principi giusti, soprattutto in concreto dalla visione giusta di chi è l’uomo nella sua grandissima dignità, responsabilità, ma soprattutto nel vivere la vita in completa relazione con gli altri.

28 febbraio 2017


Fine vita: mons. Moraglia (Venezia), “rendere vivibile e dignitosa l’esistenza umana, in ogni fase, è la sfida di cui dobbiamo farci carico”.

Di fronte a chi ritiene di non aver più futuro e si dibatte in gravissime sofferenze fisiche, psicologiche e spirituali c’è innanzitutto il senso di un profondo rispetto, di una grande vicinanza e solidarietà. Questi drammi e sofferenze interpellano l’uomo in quanto tale, sia esso credente sia non credente. Chi segue e accompagna questi malati e i loro familiari constata come vi possano essere risposte fra loro differenti se non, addirittura, opposte”. Lo ha dichiarato oggi il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, in riferimento ad alcune vicende di attualità relative al fine vita. “Rendere vivibile e dignitosa la vita umana anche in questi frangenti e nelle fasi di maggiore sofferenza: è questa la grande sfida di fronte alla quale tutti siamo doverosamente e appassionatamente impegnati e a cui sono chiamate a rispondere una scienza medica e una società che pongano l’uomo e la sua vita al centro di tutto, senza mai darsi per vinte”. Per il patriarca, è “questa la sfida di cui deve farsi carico una collettività che si vuole prender cura dell’uomo, mai considerato – come sempre più spesso dice Papa Francesco – prodotto di scarto”. Se “i limiti che accompagnano l’uomo e che l’uomo sperimenta costantemente lungo la sua esistenza – al di là dei diversi convincimenti culturali – portano a considerare l’esistenza di soglie, demarcazioni e delimitazioni che dicono qualcosa di significativo per l’uomo e il suo agire”, “la vita è la più rilevante di queste soglie che identificano l’uomo. In alcun modo, poi, possiamo strumentalizzare il dolore e la disperazione di queste persone e dei loro familiari”.

01 marzo 2017


Una riflessione sulla “qualità della vita”  –  + Adriano Tessarollo

Quali e quanti sono gli elementi che concorrono a determinare la qualità della vita di una persona? C’è lo stato di salute fisica, della salute psicologica e spirituale, del benessere o della povertà economica, della positività o del fallimento delle relazioni affettive, familiari e sociali… e si possono aggiungere tantissimi altri aspetti che per ciascuna persona possono avere peso diverso. Per qualcuno persino una ‘brutta figura’ o una ‘ripicca’ può essere una ragione sufficiente per decidere di rinunciare a vivere. Il gran parlare di questi giorni a proposito di questo problema mi pare abbia posto e continui a porre al centro il tema della libertà che ogni persona deve avere di decidere quando e come ritiene di rinunciare alla vita, valutando che non avrebbe più la qualità per cui vada la pena o possa essere vissuta. Libertà individuale, diritto all’autodeterminazione sulle decisioni che riguardano la propria vita, strutture e persone che aiutano o collaborano a rendere esecutiva da parte del soggetto tale decisione.
Alla fin fine, che sia stato il dj a schiacciare con la propria bocca la pompetta che metteva in circolazione la bevanda terminale o che l’avesse premuta un altro con il suo consenso non cambiava nulla: ritengo si sia trattato di spettacolarizzazione dell’evento mortale. Per me il problema più importante, e se ne parla poco, sta nel ruolo che possono avere ‘gli aiutanti’ nell’aiutare a vivere o a morire, offrendo motivazioni di ogni ordine al soggetto per vivere o morire. La medicina fa il suo compito di alleviare il dolore, prendendo atto che non può illudere che col tempo le condizioni di ‘mobilità’ o di ‘minor disagio’ senz’altro miglioreranno, anzi potranno anche peggiorare. Ma tutti i soggetti che stanno attorno, o si propongono di farlo, ritengo che abbiano molta parte nel fare nascere la consapevolezza che la condizione fisica non è l’unico componente, e spesso neanche il principale, che può dare senso a relazioni che danno ‘qualità’ e ‘significato’ al vivere umano. E’ vero che viviamo nel corpo, ma mi chiedo se tutta la qualità della vita dipenda esclusivamente e totalmente dalle condizioni del corpo. Voglio dire, in poche parole, che ogni scelta cosiddetta ‘libera’ matura a seguito di molteplici motivazioni: quando uno decide di morire consapevolmente, significa che non ha trovato né in sé né in chi gli sta attorno motivazioni sufficienti per continuare a vivere, nonostante il forte disagio fisico in cui si è venuto a trovare. Il male e il disagio proprio, e forse anche quelli provocati ai vicini, hanno prevalso sulle altre relazioni e motivazioni. Rivendicare libertà della decisione è anche prendere atto che è mancato qualcos’altro che talvolta, come dice il Manzoni del coraggio, “uno non se lo può dare”. Ora forse sta in pace lui e anche quelli che lo hanno accompagnato a questa scelta, liberati dalla fatica di condividere quel dolore e quel disagio, magari qualcuno di essi orgoglioso di avere reso possibile l’esercizio di quella libertà finale. Io non muoio di ammirazione per queste cliniche fautrici di libertà mortale, anche se sono svizzere… E anche gli ‘aiutanti’ spero non ne abbiano vanto, anche se si autodenunciano.

Da Nuova Scintilla n.9 – 05 marzo 2017


Il fisiatra: accanto a Fabo per 2 anni. «Poi ha smesso di lottare»

Parla lo specialista che ha seguito il dj: all’inizio aveva voglia di farcela, non siamo riusciti a fermarlo.
Sono stati fino all’ultimo i grandi amici di Fabiano Antoniani, che anche loro chiamano Fabo. Dal novembre del 2015, quando è tornato a casa dall’ospedale dopo l’incidente, sono stati con lui ogni giorno dandogli cura, sollievo ed ascolto: «Eravamo a casa sua cinque giorni a settimana, c’erano il fisioterapista, l’infermiere, un ausiliario, all’inizio anche la logopedista e una psicologa, di cui, però, poi ha deciso di fare a meno. Ho scritto io il suo piano di riabilitazione e lui collaborava con molta volontà, aveva una gran voglia di farcela. Poi è successo qualcosa».
Angelo Mainini, medico fisiatra, è il direttore sanitario della ‘Maddalena Grassi’, fondazione laica di diritto privato, specializzata nell’assistenza domiciliare ai disabili gravi e attrezzata per i casi più complessi. «In venti anni di attività abbiamo accompagnato la vita e la morte di centinaia di persone come Fabo o in condizioni analoghe – spiega lo specialista – e attualmente seguiamo anche un centinaio di bambini». Tra questi – scopriamo – anche Matteo Nassigh, il ragazzo ormai 19enne che non parla ed è completamente immobilizzato, ma che dalle nostre pagine domenica aveva lanciato un ultimo appello proprio a Fabo: «Non andare a morire, noi due possiamo migliorare il mondo». «L’ultima volta che siamo andati da lui è stato venerdì, il giorno prima della sua partenza per la Svizzera. C’era anche il cappellano, don Vincent, chiamato da Fabo, non so che cosa si siano detti… Non giudico quanto è successo poi, questi sono temi di assoluta delicatezza e talmente legati alla situazione di ogni singolo individuo che è impossibile dettare regole generali, ma certamente questo epilogo è una sconfitta per tutti: la scienza medica fa progressi impensabili per migliorare e allungare la vita, ma nessuno è stato in grado di dare a Fabo la motivazione sufficiente a continuare ad amare la sua». Perché è questa la profonda questione: «In decenni a contatto diretto con pazienti come Fabo – continua Mainini – vediamo che il problema è avere o non avere qualcosa per cui valga la pena vivere. Penso a tante persone come lui, anche più sofferenti, che a un certo punto trovano la spinta per voler proseguire sulla strada della vita, e in questo non ci sono regole o automatismi, sarebbe troppo facile: non dipende dalla gravità della malattia, non è nemmeno una questione di fede, il contesto familiare incide (se si sentono amati o non amati), ma poi ogni storia è a sé. Ecco perché fare una legge su situazioni così mutevoli significherebbe voler dare confini netti e cose che non possono averli».
E chi, come i radicali, si appropriano mediaticamente di queste storie umane «per farne cassa di risonanza ideologica», vanno a innestarsi in «equilibri che noi sappiamo essere delicatissimi. Ci vuole un solo istante per passare dalla speranza alla disperazione, dalla voglia di vivere a quella di morire». È quello che è successo a Fabo. I primi mesi accettava di buon grado il piano riabilitativo ideato su misura per lui da Mainini, perché ancora sperava. A dargli la forza era il suo carattere, quella energia vitale che prima dell’incidente, avvenuto nel 2014, lo aveva fatto vivere a mille. «Credeva nella possibilità di migliorare, si era affidato anche a terapie sperimentali. Poi ha capito che, almeno ad oggi, la medicina non era in grado di ridargli le sue funzioni. Caduta la speranza, non ha trovato qualcosa per cui valesse la pena vivere anche così». Non è una colpa, semmai è una sfortuna. Perché nessuno sa dire come avrebbe reagito al posto suo, e nemmeno dove trovare le parole per restituire la speranza a chi, dalle piste di discoteche chiassose e affollate, passa al buio di una vita cieca e immobile. «Per questo guai a chi giudica – prosegue il fisiatra di Fabo –. Ma anche a chi strumentalizza le situazioni di questi pazienti. Le ideologie campano sulla falsa concezione che esistano il bianco o il nero, invece la realtà è complessa. In vent’anni di lavoro sui disabili gravissimi abbiamo visto di tutto. Abbiamo una paziente che si definisce atea, da anni attaccata a un ventilatore, ma sostiene che la sua vita è piena. Abbiamo poi molti malati di Sla, e solo due ci hanno chiesto di non essere tracheotomizzati, com’è già loro diritto senza bisogno di leggi nuove, quindi li seguiamo con cure palliative per morire naturalmente, senza alcuna eutanasia ma anche senza soffrire: è la volontà di una persona lucida che dice ‘questa cura straordinaria non la voglio’. Lo prevede la Costituzione e anche il catechismo. Un caso come quello di Fabo, tra centinaia di disabili, non ci è mai capitato prima: la stragrande maggioranza chiede di ricevere tutte le cure possibili per una vita pienamente degna, e purtroppo non le hanno. Questo è il grande diritto inascoltato, vivere, ma non viene difeso con la forza con cui si reclama un diritto di morire». Persino la Lombardia, che è un’isola felice, copre buona parte dei costi altissimi di assistenza ai disabili gravi, ma ad esempio basta che il paziente in stato vegetativo abbia un lieve miglioramento perché il carico venga spostato sulle famiglie. «Perché coloro che si battono per la morte di pochi non si battono al fianco di queste povere madri, che noi vediamo letteralmente svenarsi per i figli? Sono una folla bisognosa e abbandonata». La storia di Fabo non è finita qui. Chi voleva usarla per fini ideologici da qui comincia. «Mi autodenuncerò appena rientro in Italia», annuncia dalla Svizzera il radicale Marco Cappato. Fabo si è suicidato in Svizzera come già altri italiani, Cappato gli ha dato un passaggio in macchina, ma tenta la carta del coinvolgimento e del martirio, «rischia 12 anni di carcere», ripetono per inerzia i tigì. Ciò che vede Mainini tra i suoi pazienti di Sla e di altre patologie degenerative è che «all’inizio molti pensano di voler morire, ma con il tempo il giudizio nel 99% dei casi muta, strada facendo cambiano le priorità e, con il giusto accompagnamento, riescono ad apprezzare ciò che quella loro nuova vita può offrire. Se attorno hanno persone che amano e scadenze attese con gioia, come la nascita di un nipotino o la laurea di un figlio, anche solo riuscire a fare quel sorriso o muovere la testa li appaga pienamente». Ora che Fabo non c’è più, il pensiero del medico va alla disperazione di sua madre, «al dolore immane con cui all’inizio ha fatto ciò che poteva per fermare la decisione del figlio», ma poi non ha potuto che assecondarlo e aiutarlo. «Penso a cosa sarà subito dopo», diceva al medico piangendo. E oggi che quel dopo è arrivato «spero solo che abbia vicino persone capaci di consolare il suo cuore».

intervista di Lucia Bellaspiga – 28 febbraio 2017 – Avvenire


Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»

Parla don Vincent, il sacerdote che l’ha incontrato prima di morire. «Era disperato»
L’inizio e la fine. Sono solo due gli incontri che don Vincent Nagle, 58 anni, americano, ha avuto con Fabiano, il dj morto lunedì per suicidio assistito nella clinica svizzera Dignitas. Una prima volta a primavera, quando Fabo ha iniziato a manifestare il desiderio di mollare tutto e farla finita, l’ultima venerdì scorso, il giorno prima della sua partenza per la clinica dei suicidi. Due incontri, dunque, non una frequentazione costante (Fabo aveva rifiutato anche l’assistenza dello psicologo, accogliendo solo fisioterapisti e riabilitatori che potessero restituirgli il corpo, la vita di prima, le sue funzioni ora spente), eppure in due momenti chiave.
Don Vincent, come è entrato in contatto con lui?
Rientrato dalla Palestina, dove ero parroco per la comunità cattolica di lingua araba, sono diventato cappellano della Fondazione Maddalena Grassi per l’assistenza a domicilio ai disabili gravissimi, tra i quali Fabo. In tutto abbiamo un migliaio di pazienti con situazioni come la sua o molto simili, alcuni anche più gravi.
Il suo è un osservatorio “privilegiato” sulla immensa e terribile questione di tante vite “diminuite”, che alcuni non accettano e vivono con umiliazione, altri sentono ancora ricche e piene. Un mistero che interroga tutti noi e mette in gioco la capacità della nostra società di dare aiuto concreto ai più fragili.
Nelle case dei pazienti e in sei nostre strutture tocco con mano giorno per giorno mille realtà differenti e le patologie più diverse, e in questo viaggio incontro anche i tanti operatori che lavorano a queste situazioni, dando cuore e competenza. Mi reco solo da chi richiede la mia presenza, oppure dove siano il medico o un operatore a indicarmi la necessità di andare di persona a incontrare il paziente stesso o la sua famiglia, che regge un grande peso.
E Fabo? Com’è avvenuto il primo incontro?
Sono stato chiamato da un operatore che lo assisteva molto da vicino e che era sconvolto: Fabo iniziava a manifestare pensieri di morte, dopo che per mesi aveva invece sperato e partecipato con volontà alla riabilitazione. Mi disse che la madre dell’uomo mi avrebbe incontrato. Era una donna tanto sofferente e arrabbiata con Dio, una madre che si trovava a difendere la scelta del figlio, perché sentiva che non c’erano più opzioni. Quel giorno ha parlato solo lei, ne aveva bisogno, io ho ascoltato. Quando poi il figlio l’ha chiamata in camera, mi ha invitato a seguirla e lì io e Fabo ci siamo presentati. Abbiamo iniziato a conversare, ognuno sulle proprie esperienze: io gli raccontai le mie, lui la musica e la discoteca. Siamo così arrivati a sfiorare il tema della vita e della morte, e se abbiamo nominato Dio è perché lo ha fatto lui. Non c’è stato più tempo, però, per approfondire un discorso in quel momento inattingibile: mi ha salutato con un «per favore, torna», ma poi non è stato più possibile fino all’ultimo giorno. Era un uomo generoso.
Difficile per una madre immaginare uno strazio più grande di sentirsi “costretta” ad avallare il suicidio di un figlio.
Con lei sono rimasto in costante contatto, anche con i messaggini. Certamente era una donna molto addolorata e immagino come starà in queste ore, in casa erano ormai sempre lei e lui, lui e lei da soli. Leggo che Fabo era contento di andare a morire in Svizzera. Ma come si fa a pensare questo? Fabo era disperato. Al nostro operatore ha spiegato «no che non sono contento, io voglio vivere, ma questo non è vivere». Ho a che fare con centinaia di persone come lui e vedo ogni giorno l’evoluzione dei pensieri sui volti e negli occhi. Nessun automatismo: c’è chi imprevedibilmente trova risorse per amare anche la sua nuova vita e addirittura amarla più di prima, e chi invece non ce la fa, nel senso che subentra la stanchezza, anche se non chiede di morire, e allora è una vita amareggiata. Ma c’è un passo che prima o poi tutti fanno: le domande all’ignoto. Dove mi stai portando? Cosa mi sta succedendo? È la finestra che si apre nella gabbia e da cui entra qualcosa, non necessariamente la fede, magari nuovi legami, sentimenti, aspettative… Nessuno però può costruire questo passo, che nasce dalla domanda fondamentale: ‘Cosa mi sta dando questa vita misteriosa, che non conosco?’.
A rivolgersi a lei sono più i pazienti che hanno il dono della fede?
Non c’è necessariamente fede, ci sono domande. E non necessariamente su Dio, ma su come reggere una vita che appare inutile, troppo dura, impossibile. Chiedono di me quando il dramma umano si rivela ingestibile: ‘Non ce la faccio più, mi aiuti ad accettare questa vita’. Io non posso rispondere. Ma ho desiderio di sondare con loro le risposte a queste domande e spesso con il tempo sulle loro facce vedo cambiamenti che mi stupiscono. Vedo che è già all’opera la risposta. Sono loro che aiutano me. Altrimenti sarebbe durissima andare a colloquio con occhi che mi guardano carichi di speranza che io porti un miracolo che non possiedo, oppure pieni di rancore verso Dio e la sorte che li ha colpiti.
Può fare ancora qualcosa per Fabo, ora?
Sua madre mi ha chiesto di celebrare una messa per lui dopo la morte, e che avvenga nella chiesa in cui è stato battezzato. E Fabo ha acconsentito.

Intervista di Lucia Bellaspiga mercoledì 1 marzo 2017 – Avvenire


Si può curare anche quando non si può più guarire

Tra accanimento e abbandono, la terza via delle cure palliative. Intervista a Marco Maltoni, direttore dell’Unità Ausl Romagna
Cosa rimane a un malato grave che sceglie di non andare in Svizzera? Chi e come lo può aiutare ad accettare la propria condizione senza cedere alla sofferenza? Una risposta viene da Marco Maltoni, direttore dell’Unità cure palliative Ausl Romagna, che da anni si occupa di “cure palliative”. Il termine, spiega Maltoni, indica l’assistenza fornita ai pazienti che si trovano nella fase avanzate di malattia, caratterizzata dalla totale mancanza di autonomia. «Questa tipologia particolare di assistenza nacque negli anni Sessanta-Settanta grazie all’iniziativa di un’infermiera inglese Cicely Saunders, la quale intuì che fra l’eccesso inappropriato di un intervento, il cosiddetto “accanimento terapeutico”, e una precoce e immotivata resa, chiamiamola “abbandono terapeutico”, esiste una terza via. Saunders capì infatti che la sofferenza delle persone gravemente malate è un dolore totale, che implica bisogni e problematiche trasversali, dalla sfera fisica a quella psicologica, sociale e spirituale. La persona è coinvolta nella sua interezza davanti al rischio di una doppia e grave perdita. Innanzitutto quella della compagnia, perché spesso il malato viene marginalizzato e quindi abbandonato. Segue poi la perdita del senso: il paziente osserva la propria disgrazia, si interroga sul perché di questa condizione e inevitabilmente si domanda che senso abbia continuare a vivere».
Ma non è solo il paziente a trovarsi in un tale stato di fragilità: anche la sua famiglia ha bisogno di supporto. È quindi un intero nucleo a dover essere preso in cura. «Serve perciò un lavoro d’equipe che lavori su due fronti. Da un lato questo supporto implica un rapporto personale, che ponga attenzione sul singolo, ma dall’altro questa assistenza deve essere istituzionalizzata e messa a sistema dallo Stato, il cui compito è quello di favorire e mettere in priorità l’assistenza alla vulnerabilità, alla fragilità. Serve quindi una rete nazionale di cure palliative che preveda la possibilità di una presa in carico e di una continuità di cura in vari aspetti e in varie forme. Il luogo per eccellenza è una residenza specifica che, in questo caso, prende il nome di hospice. Oltre a queste strutture si deve garantire anche un approccio personalizzato che preveda cure a domicilio, in ospedale o, per i casi meno avanzati, in ambulatorio».
Proprio per favorire questa continuità di cura, è importante coinvolgere varie figure professionali, a cominciare da quelli che da tempo seguono il malato, per esempio il medico di famiglia o diversi specialisti. A questi si devono affiancare persone che assistano il malato a tempo pieno, cioè l’equipe specializzata nelle cure palliative. Il corpo è importante tanto quanto lo spirito: queste strutture offrono anche servizi integrativi e complementari: di fisioterapia per cercare di favorire la massima autonomia possibile dei pazienti, di massaggi, musicoterapia e bagni in vasche con gli ultrasuoni. Ci sono anche parrucchieri che si prendono cura dell’aspetto fisico dei pazienti perché questi possano riconoscersi allo specchio e affermare la propria identità davanti agli altri. «La sfida è questa: creare una squadra di lavoro in grado di far emergere che la persona in cura non è definita dalla sua malattia, ma si trova in una situazione in cui è ancora possibile trovare un significato e la verità di sé. Tutto ciò non è ovviamente scontato e passa sempre attraverso la libertà della persona. Le cure palliative non risolvono il problema, però mettono il malato nelle condizioni di affrontare la propria condizione il meglio possibile. Innanzitutto, consentono al paziente di non essere solo e di percepire di avere ancora un valore agli occhi degli altri. Come ha detto un paziente di un mio famigliare, “una persona può dimenticare il degrado del proprio corpo se nello sguardo degli altri scopre la tenerezza”».
La rete umana di solidarietà e sostegno è dunque la forza chiave di queste cure, ma certo il senso religioso può certo venire in aiuto: «Io credo che questa possibilità di vivere positivamente ogni momento della quotidianità esista per tutti, ma chi vive nella fede ha un punto di forza in più da cui partire. Poi ogni singola esperienza è diversa. Una volta mi è capitato un paziente non credente che aveva deciso di andare in Svizzera. Io non potevo accompagnarlo e gli ho suggerito di provare per qualche tempo a vivere quella drammatica situazione con spirito e occhio diversi, stando sempre in compagnia dei familiari. Gli ho detto di provare a usare quel tempo per guardarsi dentro. Quella persona era un imprenditore, quindi uno abituato a prendere decisioni autonome non solo sul lavoro, ma anche nella vita privata. Non ha reiterato la sua richiesta e dopo una settimana o due dal nostro colloquio l’ho visto in mezzo ai suoi famigliari, con un aspetto tranquillo. Mi ha detto che durante quel periodo di prova aveva cambiato idea e non voleva più partire. Ha sperimentato il calore dello stare in mezzo alla sua famiglia e l’attenzione che gli veniva riservata dallo staff e, riconoscendo il buono che c’è in tutto questo, ha deciso di seguirlo». Per questo nelle strutture di cure palliative non mancano assistenti spirituali. «Come fissi abbiamo quelli cattolici, ma è possibile richiederne anche di altre religioni». Gli ospiti e gli operatori di queste strutture infatti non sono tutti credenti, ma «il fertile terreno comune è quello del senso religioso e dell’apertura alla domanda sul significato». Maltoni ricorda per esempio di qualche paziente musulmano e racconta di due donne, una cristiana e una islamica, che pregavano insieme, una con il rosario e l’altra con i versi del Corano. Certo, riconosce Maltoni, le cure palliative, gli hospice e i vari servizi offerti «sono solo strumenti, tuttavia sono importanti e in grado di fare la differenza perché permettono di conferire valore e attenzione ad ogni singolo istante».

Francesca Parodi – 2 Marzo 2017 Tempi


Il bluff radicale e la “via italiana” all’eutanasia

Per giorni i radicali, e quasi tutti i media, hanno lamentato che dj Fabo era andato a morire in Svizzera perché da noi, in Italia, non sarebbe stato possibile. Per giorni hanno addebitato alla politica, alle sue incertezze e ai suoi tempi lenti, la mancanza di una legge sul biotestamento e sull’eutanasia accusando di inciviltà un paese che costringe persone gravemente sofferenti ad emigrare per esercitare il “diritto a morire”. Però, ascoltando attentamente quello che gli stessi Marco Cappato e Maria Antonietta Coscioni hanno detto, si scopre che non è proprio così.
Si scopre che Fabiano Antoniani avrebbe potuto tranquillamente rinunciare alle cure e spegnersi nel suo letto, a casa sua, senza problemi con la legge e i tribunali, e che quella di andare in Svizzera è stata una scelta tutta politica, un’efficace strategia mediatica tipicamente radicale.
Ospiti entrambi di Telese su la7, un interessante battibecco tra i due svela l’esistenza di una “via italiana all’eutanasia”, che però, nel caso di Fabiano, si è deciso di non seguire. Dice Coscioni: “Fabo poteva percorrere la strada di Welby, una via italiana già percorsa con Pannella, la sospensione della respirazione artificiale”. Cappato, allarmato, nega e tenta di fermarla: “Non è vero, non è vero….” Ma la Coscioni insiste: Fabo era attaccato al ventilatore e aveva un’autonomia respiratoria ridotta, si poteva staccare per pochissimo tempo. Inoltre era alimentato con una nutripompa, quindi per morire avrebbe potuto semplicemente rinunciare a idratazione e alimentazione artificiali.
Telese chiede che differenza c’è tra la “via italiana” e il suicidio assistito in Svizzera. La Coscioni diligentemente spiega: “Non fa differenza se morire in un giorno o in poche ore. E’ l’impatto che abbiamo voluto dare.” E a un’ulteriore domanda di Telese, conferma: “Per il malato il suicidio assistito, l’eutanasia o la desistenza terapeutica non sono diversi: la finalità è la stessa.” Ricapitolando: la scelta di andare in Svizzera piuttosto che optare per l’abbandono delle cure, come nel caso Welby (distacco dal ventilatore e sedazione continua profonda), è dovuta “all’impatto che abbiamo voluto dare”; qualunque legge sul biotestamento che preveda la “desistenza terapeutica” è sostanzialmente eutanasica.
Cappato, che ha costruito con tanta sapienza e tempismo il “caso dj Fabo”, sia sul piano dell’effetto mediatico che su quello politico, scalpita: per lui è essenziale invece drammatizzare, puntare sull’impossibilità di morire legalmente in Italia, per spingere la legge sul testamento biologico (che andrà in aula alla Camera il 13 marzo) e ottenere un testo il più possibile aperto all’eutanasia. Cerca quindi di bloccare la Coscioni: “Non mi pare che abbia senso il paragone di Maria Antonietta su vicende che non conosce direttamente…” ma non può smentirla, quindi ammette che sì, “la Costituzione riconosce il diritto a interrompere le terapie, anche le terapie vitali. Ma nel caso di Fabo sarebbe stato straziante, dover aspettare anche 5 giorni, è quello che non ha assolutamente voluto…”.
Straziante? E’ esattamente quello che è stato fatto per Eluana. Sospensione di idratazione e nutrizione (e non c’era nemmeno la nutripompa, solo un sondino, perché in realtà Eluana poteva deglutire), e un’agonia durata qualche giorno, perché la morte per disidratazione non è immediata. Ma nessuno si è preoccupato dello strazio, in quel caso.

di Eugenia Roccella – 02 Marzo 2017 – L’Occidentale


In Svizzera l’eutanasia non c’è ma si fa. La morte spacciata

Ci vorrebbe uno svizzero come Erich Fromm, autore del celebre saggio sulla “Anatomia della distruttività umana”, per spiegare dal lato psicologico le mistificazioni che in questi giorni risuonano nei commenti sulla tragica fine del giovane Dj Fabo. Sembrano onde concentriche che battono sul tema della morte come scelta, diritto, assistenza, soccorso virtuoso persino; e descrivono la meta svizzera come un approdo accogliente, aperto al desiderio di farla finita «con dignità». Una morte spacciata per libertà. Quasi libero traguardo, legalmente protetto, di una libera eutanasia. La prima falsificata prospettiva è quella di confondere il sistema giuridico elvetico con l’attività di alcune associazioni private che operano in Svizzera; di confondere il diritto svizzero con i margini permissivi che permettono a queste associazioni di passare immuni da sanzioni penali; di immaginare (o lasciar credere) che il suicidio assistito sia una specie di protocollo sanitario regolato e gestito negli ospedali secondo le regole del servizio pubblico nazionale o cantonale.
Falso. In Svizzera l’eutanasia è un delitto, punito dall’art. 114 del Codice penale.
È un delitto anche l’istigazione e l’aiuto al suicidio (art. 115). Ma in questo caso la norma aggiunge «per motivi egoistici». E così, se i motivi non sono egoistici, s’interpreta che pena non c’è. L’origine di questa piega normativa pesca fin nell’800, – spiega il professor Bondolfi del Comitato nazionale di bioetica svizzero – per non infierire su chi avesse dato un’arma a un altro per usarla contro se stesso (fosse per delusione d’amore, o per disperazione). La norma, oggettivamente, anche nella sua formulazione attuale, non si collega per nulla a malattie o stadi terminali. Uno potrebbe volere ammazzarsi perché non trova lavoro, e la vita senza lavoro è una tragica sofferenza di dignità ferita (e a volte, purtroppo tragicamente succede). E neppure si occupa, la norma, del modo con cui la morte viene procurata, se morte di veleno o d’altro. Ad occuparsene sono gli intermediatori privati della morte. È falsa l’immagine che la legge svizzera “regoli” con un determinato protocollo positivo l’esercizio del suicidio assistito in ambito pubblicistico. E falsa del pari è l’idea che il suicidio assistito abbia a che fare con il sistema sanitario svizzero. In realtà, chi si occupa di penetrare nella smagliatura dei «motivi non egoistici» dell’art. 115 del Codice penale svizzero sono le associazioni private; sono loro che procurano il medico perché prescriva la ricetta del barbiturico mortale; sono loro che si occupano della logistica; sono loro che organizzano il percorso, con regole e prassi interne, che conduce alla fine. Sono loro che riscuotono le tariffe. Non è gratis, il cammino; può costare anche 13mila euro.
Chi pensa che si dovrebbe adottare anche in Italia il sistema svizzero per evitare il turismo della morte, probabilmente immagina un servizio pubblico, gratuito, on demand, a carico del servizio sanitario nazionale. Al solito, viene così spontaneo esigerlo, se si proclama il diritto di morire in quanto “titolari della propria vita” e si postula che altri abbiano dunque il dovere (ma perché?) di aiutare la morte. Ed è in questo ultimo corto circuito del pensiero che emerge, infine, il quesito supremo della “relazione” che contrassegna la vita umana sul piano sociale e fonda le reciproche istanze, le reciproche attese, l’intrecciata appartenenza degli esseri umani gli uni agli altri, in solidale fraternità. Nessun diritto è per se stesso e basta, nessun diritto si realizza senza che un altro vi si impieghi dando qualcosa di sé, per costruire e non per distruggere, per la speranza e non per l’abbandono. Lo svizzero Erich Fromm, quello della anatomia della distruttività umana, l’ha lasciato scritto chiaro nell’altro suo più celebre saggio: quello sull’”Arte di amare”. È in quest’arte, il compimento d’ogni diritto.

di Giuseppe Anzani 1 marzo 2017 – Avvenire


Di fronte alla propria morte · La difficoltà delle direttive anticipate ·

Spot televisivi, annunci sui giornali e un sito internet completamente dedicato a un soggetto che suscita nel medesimo tempo una naturale repulsione e decise reazioni: la fine della vita. Il ministero della salute francese ha reso noto di aver avviato una grande campagna di sensibilizzazione e di educazione sulla morte e sul morire.
La Francia dispone da tempo di una legge sulla fine della vita, la legge Leonetti del 2005 poi divenuta Claeys-Leonetti nel 2016, ma il testo è ampiamente misconosciuto dalla popolazione e, cosa ancor più grave, anche da parecchi medici. I risultati sono sotto gli occhi soprattutto di coloro che di fine vita più si occupano: i medici palliativisti. La campagna ideata dal Centro nazionale di cure palliative e del fine vita (www.soin-palliatif.org) vorrebbe colmare una lacuna culturale e portare i francesi a riflettere sulla fine della loro vita, sulla medicina palliativa, a comprendere che cos’é la sedazione, che cosa sono le direttive anticipate e a imparare a scriverle.
In un paese come la Francia dove spesso si sono alzate le voci di chi chiede il diritto ad abbreviare la propria vita ci si scopre ignoranti e impauriti di fronte alla morte e alle possibilità che la medicina offre a chi vi si trova di fronte, e questo a distanza di anni dall’approvazione di un’articolata e buona legge sul fine vita, una legge che ha inciso così scarsamente sulla popolazione che a oggi sono pochissimi coloro che hanno redatto delle direttive anticipate, ancor meno quelli che le hanno scritte in modo corretto e comprensibile.
La situazione francese non può non insegnare qualcosa e sarebbe a dir poco superficiale lasciare scorrere quanto sta avvenendo al di là delle Alpi senza farne tesoro. A furia di parlare di diritti il rischio è quello che nessuno o quasi si occupi dei contenuti e della loro reale portata, arrivando alla situazione paradossale di scrivere una legge mediocre o, se buona, destinata a essere poco compresa o, peggio, mal applicata.
Chi si occupa di cure palliative sa che scrivere una direttiva anticipata di trattamento è cosa molto difficile. Quando ero chef de clinique in una grande unità di medicina palliativa di un ospedale universitario svizzero mi è capitato spesso di assistere a un esercizio che il primario chiedeva a tutti gli specializzandi di fare almeno una volta: scrivere le proprie direttive anticipate. Io stesso mi sono cimentato con l’esercizio e non sono mai arrivato a redigere una forma di direttiva che, riletta dopo qualche tempo, mi lasciasse soddisfatto e tranquillo: troppi punti difficili da prevedere, troppe affermazioni generiche o al contrario troppo precise per situazioni sconosciute quando si è sani, troppe variabili ignote.
Anche affermazioni come “non vorrei essere idratato o nutrito in caso fossi affetto da una malattia inguaribile in fase avanzata o terminale” lasciano aperte molte domande. Quale sarà esattamente la mia prognosi in quel momento? Chi avrò vicino sarà contento davvero della mia scelta? E se magari un minimo di idratazione mi assicurasse più comfort senza allungarmi la vita ma eliminando un sintomo come la nausea?
Il fatto che pochi abbiano scritto le proprie direttive anticipate anche in paesi che offrono la possibilità di farlo fa riflettere e mette al riparo da illusioni. Tali strumenti non sono inutili ma senza una serena svolta culturale e una profonda e pacata conoscenza del soggetto potrebbero rivelarsi insufficienti.
La morte «proprio come il sole non si lascia guardare in faccia» scriveva La Rochefoucauld. Ma almeno si potrebbe provare a parlare per tempo e con professionalità degli sforzi umani per starle di fronte. Soltanto allora diritti e obblighi diventerebbero più chiari e più condivisi.

di Ferdinando Cancelli – Osservatore Romano, 22/02/2017


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