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Domenica 18 giugno 2017 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Giu 17, 2017   //   by mauro   //    //  No Comments

DOMENICA 18 GIUGNO 2017  –  SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
XI Settimana del TEMPO ORDINARIO – III del Salterio
Ss. Messe ore 10.30 – 17.00 (Mazzorno Destro) – 18.30
Letture: Dt 8, 2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58
“Loda il Signore, Gerusalemme”

Bollettino Parrocchiale Domenica 18 Giugno 2017

Omelia del Santo Padre Francesco – Corpus Domini 26/05/2016

Meditazione di mons. Pizzaballa per la Solennità dell’Ascensione del Signore 2017

Mag 27, 2017   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Solennità dell’Ascensione del Signore

Il Vangelo di Matteo non riporta nessuna apparizione del Risorto ai discepoli, se non questa che si legge oggi. Dopo la risurrezione, le prime e le uniche a vedere il Signore sono le donne, alle quali Gesù dà l’incarico di annunciare ai fratelli di andare in Galilea: là lo vedranno (Mt 28, 9-10).

I discepoli, dunque, per vedere il Signore devono obbedire alla Sua Parola e mettersi in cammino; e devono tornare là dove tutta la loro storia con il Signore è iniziata.

Il Vangelo si conclude lì, dove in qualche modo è cominciato: e questo per dire, fra le altre cose, che il Vangelo non si conclude, che la vita di Gesù non è mai una volta per tutte assimilata, che non basta leggerlo una volta per sapere qualcosa di Lui. Ma che lì dove la storia finisce, lì, dallo stesso punto, ogni volta ricomincia, e il viaggio percorrerà la stessa strada, ma non sarà lo stesso; e ci porterà ogni volta ad una conoscenza sempre più profonda di Lui.

Il testo sembra dire che, una volta arrivati in Galilea, i discepoli scoprono che il Signore li ha preceduti ed è già lì, ad aspettarli (Mt 28, 16). Non c’è missione – i discepoli saranno subito inviati ad annunciare la vita nuova del Risorto – che non parta da questa esperienza, che non nasca da questo stupore di essere sempre preceduti, e di esserlo nonostante i propri tradimenti, abbandoni, fallimenti. Si ricomincia sempre, di nuovo.

L’incontro è segnato da due atteggiamenti diversi: i discepoli lo adorano, ma alcuni dubitano (Mt 28, 16).

Il primo, l’adorazione, esprime la fede, ed è riservato solo a Dio: nell’episodio delle tentazioni (Mt 4, 8-10) il diavolo aveva portato Gesù su di un monte – esattamente come su un monte si svolge l’episodio di oggi – e gli aveva chiesto di adorarlo, in cambio di tutti i regni del mondo e della loro gloria; ma Gesù non era caduto nell’inganno, e si era aggrappato a quella Parola che non ammette che nessun altro prenda il posto di Dio: “Il Signore, Dio tuo, adorerai, a Lui solo renderai culto” (Dt 6,13).

E nel Vangelo di oggi, dopo aver donato tutto per amore e aver compiuto pienamente la volontà di salvezza del Padre, è Lui a ricevere non solo quell’adorazione che il diavolo avrebbe voluto carpirgli, ma anche quei regni che il diavolo avrebbe voluto dargli in cambio. Così Gesù può affermare: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28, 18).

Il secondo atteggiamento sembra quasi strano in un contesto così intenso, in un incontro così solenne. Eppure l’evangelista non teme di dire che il dubbio è presente anche in questo momento, anche all’interno di quel primo gruppo chiamato poi ad evangelizzare tutti gli altri. La fede rimane mescolata al dubbio, e non può che essere così.

Il Signore li sta chiamando come un giorno aveva chiamato Pietro a camminare sulle acque incontro a Lui, e lì anche lui, il primo degli apostoli, aveva dubitato (Mt 14,31); Gesù allora aveva rimproverato Pietro per la sua poca fede. Ma è proprio da questa coscienza umile della propria fede povera che si può ripartire ogni volta: da lì ripartiranno anche i discepoli per la loro missione universale.

A questi discepoli, impastati di fede e incredulità, Gesù si avvicina (Mt 28, 18): “avvicinarsi” è un verbo che ricorre spesso nel Vangelo di Matteo, soprattutto per dire della gente che si avvicina a Gesù per cercare guarigione e salvezza.

Solo due volte questo verbo dice il movimento contrario, quello di Gesù che si avvicina ai discepoli: qui, e nell’episodio della Trasfigurazione (Mt 17,7). Non è un caso che entrambi gli episodi parlino di Gesù nella sua gloria: come a dire che la gloria del Signore non è mai qualcosa di lontano dagli uomini, dai suoi, anzi. È esattamente il luogo dove lui più si avvicina, dove ha una possibilità infinita di farsi vicino.

Ed è per questo che proprio nel momento in cui Lui sta lasciando i suoi, proprio allora può pronunciare parole che dicono una relazione e una presenza definitiva : “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Sono, queste, le ultime parole del Vangelo di Matteo, e sono parole a sorpresa: il Signore risorto non si è allontanato, ma è definitivamente venuto.

Si compie così la promessa con cui il Vangelo era iniziato, quella annunciata in sogno da un angelo a Giuseppe: quel bambino che Maria portava in grembo sarebbe stato il Dio-con-noi (Mt 1,22).

Ora inizia una storia nuova, quella di Dio presente nella storia attraverso la vita risorta del Signore, che dona il Suo Spirito.

Ed è nuova anche perché è per tutti: i discepoli sono inviati a vivere in mezzo a tutte le genti, e ad essere ovunque fermento di vita nuova, perché a tutti possa essere annunciata la buona novella della salvezza.

La nuova storia, che oggi inizia, è all’insegna dell’universalità: in pochi versetti l’aggettivo “tutto” ritorna ben quattro volte: tutto il potere, tutte le genti, tutto ciò che ho ordinato, tutti i giorni (Mt 28,18-20).

Tutto ciò che Gesù “possiede”, ovvero la sua relazione d’amore nella Trinità, ora può passare a tutti gli uomini, attraverso i discepoli che avranno a cuore di annunciare tutto ciò che il Signore ha detto a loro.

Nessuno sarà più escluso da questa grazia, perché il Signore della gloria è Colui che si avvicina ad ogni uomo: questo è il potere che gli è stato dato.

+ Pierbattista

(Mons. Pizzaballa, frate francescano, è Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme)

Domenica 28 maggio 2017 – ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mag 27, 2017   //   by mauro   //    //  Commenti disabilitati su Domenica 28 maggio 2017 – ASCENSIONE DEL SIGNORE

DOMENICA 28 MAGGIO 2017 – ASCENSIONE DEL SIGNORE
Ss. Messe ore 8.00 – 10.30 – 17.00 (Mazzorno Destro) – 18.30
Letture: At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20
“Ascende il Signore tra canti di gioia”

Bollettino Parrocchiale Domenica 28 maggio 2017

(Meditazione di Mons. Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme)

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo della IV domenica di Quaresima

Mar 25, 2017   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo della Liturgia di oggi, IV domenica di Quaresima, ci presenta l’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41).

E’ un brano molto lungo, e per entrarci ne esaminiamo un po’ la struttura: vediamo così che c’è una prima parte (9,1-12) nella quale è raccontato il miracolo in sé; c’è poi una seconda parte, la più lunga (Gv 9,13-34) che ha per protagonisti, accanto al cieco guarito, i farisei con la loro diatriba con Gesù e i loro interrogatori intorno al miracolo che Egli ha compiuto; mentre nella terza (Gv 9,35-41) Gesù incontra di nuovo il cieco guarito, e il racconto si conclude con un giudizio di Gesù su chi ha la presunzione di vedere.

Nella prima parte il cieco guarisce; nella seconda invece i farisei si rifiutano di credere e sprofondano in una sempre più buia cecità.

Nella prima parte il cieco recupera la vista e inizia una vita nuova che lo porterà a credere e ad essere salvato; nella seconda i farisei si chiudono sempre di più nella loro pretesa di conoscere la verità, e dalla verità si allontanano.

In tutte e tre queste parti ci sono due gruppi di termini che ritornano, che fanno un po’ da filo conduttore, che danno la chiave del racconto.

Il primo gruppo di termini è quello legato al vedere o all’essere ciechi: Gesù incontra un cieco, il cieco viene guarito, e comincia a raccontare a tutti quello che gli è successo: prima ero cieco ed ora ci vedo. Nel corso del brano lo ripeterà almeno 4 o 5 volte.

Il secondo gruppo è legato al concetto di peccato e di colpa. Il problema emerge subito, fin dai primi versetti, ed accompagnerà tutto il brano, sino alla fine. I primi a parlarne sono i discepoli, che di fronte al cieco chiedono a Gesù chi abbia peccato, di chi sia la colpa di questa disgrazia. E fanno due ipotesi: o la colpa è sua, o dei suoi genitori (v. 2).

Poi di peccato e di colpa parlano in continuo i farisei, che sembrano non essere capaci di altro che di trovare un colpevole. Lo trovano facilmente nel cieco (v. 34), ma poi usano questo termine “peccatore” anche nei confronti di Gesù: essi parlano a lungo di lui, ma non lo chiamano mai per nome, limitandosi ad apostrofarlo appunto come “peccatore” (v. 24). Nel vangelo di Giovanni questo termine è usato solo qui, in questo capitolo.

Questo collegamento malattia-colpa, per cui se una persona non vede vuol dire che ha commesso uno sbaglio, è sotteso a tutto il brano, ed era opinione popolare comune in quel tempo. E forse, questo modo di pensare non è del tutto scomparso nemmeno oggi nelle nostre differenti culture…

Ebbene, Gesù ribalta completamente questa logica, dietro alla quale c’è un’immagine di Dio che castiga e che punisce. La malattia – secondo Gesù – non solo non dipende dal peccato, ma può addirittura essere luogo privilegiato della rivelazione di Dio: Gesù lo dice qui (v. 3) e lo ripete all’episodio della resurrezione di Lazzaro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11, 4). Il peccato si pone lì, non dove si è malati, ma dove si rifiuta di credere alla rivelazione di Dio, di credere alla sua misericordia, che opera sempre, anche al di fuori dei nostri schemi, e quindi anche di sabato. Il peccato è lì dove non si riconosce la propria cecità, e ci si rifiuta di lasciarsi guarire.

Il cieco guarito si apre a questa evidenza, semplicemente riconosce di essere stato guarito, e anche se all’inizio di Gesù non sa nulla se non il nome (v 11-12), rimane fermo a testimoniare semplicemente ciò che gli è accaduto: “ero cieco, ed ora ci vedo”.

I farisei, invece, si sforzano in ogni modo di negare questa realtà, che è sotto gli occhi di tutti, si sforzano di non vederla. E per far questo si difendono, aggrediscono, cercano pretesti… Sono ciechi, ma non lo sanno.

Il cieco guarito diventa sempre più se stesso, sempre più libero, vero, senza paura. Affronta i farisei con semplicità, anche con ironia, e paga di persona, con l’espulsione, la sua aderenza alla verità che gli è accaduta. I farisei invece diventano sempre più meschini, più divisi tra loro, meno credibili, meno credenti.

Perché fanno questo? La diagnosi esatta della loro malattia viene loro offerta dal cieco stesso: “Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo?” (v. 27).

Questo è il problema dei farisei, la loro incapacità di ascoltare qualcun altro che non siano loro stessi, le loro convinzioni, la loro legge. Ma ascoltare è l’unica condizione per conoscere veramente Dio, per aprirsi a Lui: solo chi ascolta, vede.

Infatti alla fine, Gesù si rivela al cieco guarito come Colui che parla, e usa con lui significativamente la stessa espressione che domenica scorsa avevamo ascoltato nel dialogo con la donna di Samaria: “Sono io, che parlo con te” (Gv 4, 25).

Quando Gesù viene a sapere che il cieco guarito è stato espulso, va in cerca di lui. Lo cerca per parlargli, perché la guarigione diventa salvezza solo dentro un dialogo: il dialogo rende personale la relazione, e questa è la salvezza.

Allora, quando il cieco vede Gesù che gli parla, fa una professione di fede e si prostra ad adorarlo (v. 38): è il punto culminante del brano.

Ed è anche il punto di arrivo del cammino quaresimale, che ha per meta la professione di fede battesimale nella Veglia pasquale. Ma che non è possibile se non a chi accetta umilmente la realtà del proprio essere ciechi, e a chi accoglie Colui che scende negli abissi per ridonarci la luce.

Il cammino della fede, infine, richiede un passaggio doloroso, che è quello della solitudine: il cieco viene in qualche modo misconosciuto dalla famiglia ed espulso dalla Sinagoga. Non significa necessariamente che ci deve capitare la stessa cosa, ma che Gesù lo si incontra fuori dall’ambito ristretto delle nostre certezze, dei nostri schemi mentali… I farisei non furono capaci di uscirne, e non colsero la grande novità che stava di fronte a loro. Potevano certo vedere, avevano la vista, ma non potevano vedere Lui, non potevano riconoscerlo e riconoscere la verità che stava di fronte ai loro occhi. Significa anche che lo si incontra magari proprio lì, dove meno ci si aspetterebbe di incontrarlo

«Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». (35). La domanda di Gesù sta di fronte a noi ancora oggi.

Gesù ci insegna come diventare missionari

Mar 18, 2017   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna. Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

di P.Piero Gheddo – 14 marzo 2017 (http://gheddo.pimemilano.com/)

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