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“Non è il Papa buono, ma il Papa della bontà”

Giu 3, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

“Non è il Papa buono, ma il Papa della bontà”

“Questa affermazione, riportata in un’intervista qui presentata, è attribuita allo storico Segretario di San Giovanni XXIII, Mons. Capovilla, e fa capire di quale “spessore” fosse il Santo Padre. Nel 54° anniversario della Sua morte, avvenuta la sera del 3 giugno 1963, proponiamo una breve biografia ed alcuni “spunti” per meglio comprendere questa grande figura di Santo, di Papa, di uomo di Chiesa e, appunto, uomo.

Ricordiamo che fu lui l’iniziatore del grande avvenimento del Concilio Vaticano II, del quale nei prossimi giorni andremmo a pubblicare una serie di approfondimenti per capire, a distanza di cinquant’anni, l’influenza di tale avvenimento nella storia della Chiesa. Nella sua biografia troviamo scritto: “Giovanni XXIII invitava a privilegiare la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione in una rinnovata consapevolezza della missione ecclesiale che abbracciava tutti gli uomini“. A distanza di cinquant’anni, passando attraverso grandi Papi che hanno impresso una forte e significativa impronta sul modo di essere della Chiesa nel mondo, siamo oggi a Papa Francesco, che ha rifatto suo quel lontano richiamo alla Misericordia.

Mons. Loris Capovilla – Segretario particolare di Sua Santità Giovanni XXIII – Due ricordi

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

Il “Papa buono” in ascolto dell’ispirazione

Intervista all’arcivescovo Loris Capovilla, ex segretario di Giovanni XXIII, che ricorda come maturò l’idea del Vaticano II.

Porta sulle sue spalle i ricordi più intimi del suo Papa Giovanni XXIII il segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, classe 1915. Nella abitazione a Sotto il Monte a Ca’ Maitino nel Bergamasco ogni oggetto, cimelio, arredo sacro rievoca e parla della biografia del Pontefice del Concilio, della Pacem in terris, del libro testamento Il giornale dell’anima ma soprattutto è ancora intatta la memoria del custode della vita pubblica e privata del “Papa buono”: «Divenni suo segretario quasi per caso – rievoca divertito monsignor Capovilla –. Appena nominato patriarca di Venezia cercava un  segretario e la scelta sulla mia persona nacque da una casuale consultazione con il vicario capitolare della diocesi lagunare monsignor Erminio Macacek. Flemmatica fu infatti la risposta di quest’ultimo riguardo a questo parere: “Eminenza è un buon prete, bravo, non gode però di buona salute e avrà vita breve”. E subito il cardinale Roncalli commentò con quel suo fare che conquistava immediatamente: “Beh, se non ha salute verrà con me e morirà con me”. E invece sono qui a parlarne oggi, e ho superato gli anni di vita dello stesso Papa Giovanni».Assieme al cardinale Domenico Tardini Capovilla fu una delle prime persone a venire a conoscenza del proposito di indire da parte di Roncalli un Concilio ecumenico a quasi cento anni dal primo. Una confidenza che fu accolta con trepidazione e sgomento dall’allora giovane sacerdote veneziano: «Quando il Papa me ne parlò per la prima volta, era Pontefice da appena cinque giorni. Fece un cenno vago, disse: “Sul mio tavolo si riversano tanti problemi, interrogativi e preoccupazioni. Ci vorrebbe qualcosa di singolare e di nuovo, non solo un Anno Santo. Nel Codice di Diritto canonico, allora da poco promulgato, c’è un capitolo chiamato “De Concilio oecumenico”.  Più avanti, me ne ha parlato un’altra volta, e io sono sempre rimasto in silenzio. È venuto poi quella sera del 21 dicembre del 1958, me ne riparlò e mi disse: “Il tuo superiore ti ha accennato a quest’eventualità, che ritengo essere ispirazione del Signore? Tu non hai detto neanche una parola…”. E toccandomi il braccio, mi disse: “Il fatto è che tu ragioni un po’ umanamente, come un impresario che fa un progetto e chiama l’architetto, i consulenti, che si intende con le banche. Per noi invece è già un gran dono di Dio accettare una buona ispirazione e parlarne. Non pretendo di arrivare a celebrarlo, a me basta annunciarlo”».Una convinzione quella di un Concilio, è la testimonianza di Capovilla, che maturò pian piano nel cuore e nella mente del “Papa buono”: «Rammento che si recò nella stanza dove era morto il suo predecessore Pio XII a Castel Gandolfo per pregare e ricevere la giusta ispirazione a questa importante decisione. Ricordo che le parole rassicuranti di Tardini all’idea di un Concilio (“Dio ama le cose grandi e belle”) aiutarono e confermarono a superare le prime titubanze e resistenze di papa Giovanni sul proposito di radunare a Roma un’assise ecumenica di quelle proporzioni».

Ci fu una trasformazione del progetto conciliare dal suo annuncio alla sua apertura?
«Nella sostanza mi pare di poter dire di no, tanto è vero che il 25 gennaio 1959 Papa Giovanni indicò le tre parole chiave fede, amore, santità. Il Pontefice era soprattutto mosso da questa intuizione per il Concilio e fatta di due parole: “fedeltà e rinnovamento”. Comprendeva più di altri che se la Chiesa fosse solo fedeltà sarebbe un museo fatto di memoria ma anche di polvere e quindi era necessario un rinnovamento, prima di tutto liturgico; un rinnovamento che voleva dire arrivare ai lontani ma anche riscoprire, come direbbe Charles Péguy, le sorgenti più autentiche della nostra fede; un attingere alla sorgente, nel senso letterale della parola».

Quali istantanee porta con sé dell’annuncio di quel 25 gennaio 1959…
«Ricordo come fosse ieri il Papa silenzioso e raccolto che si avvia verso San Paolo fuori le Mura. Alcuni cardinali sapevano che finita la Messa egli avrebbe presieduto un Concistoro nell’aula capitolare dell’Abbazia benedettina. E lì pronunciare quelle parole divenute indelebili: “Venerati fratelli, pronunzio innanzi a voi, certo tremando un poco di emozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito il nome e la proposta della duplice celebrazione di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale”. Per un riguardo ai cardinali e ai vescovi residenti fuori Roma, la pubblicazione del testo verrà ritardata, e non per apportarvi, come insinuarono alcuni, modificazioni e aggiunte».

Si narra che fu proprio Papa Roncalli a indicare nella commissione teologica preparatoria del Concilio i nomi di Henri de Lubac e di Yves Marie Congar. Un gesto che fu letto come un atto di riabilitazione da molti media francesi…
«Da una parte fu certamente così una riabilitazione dopo tanti anni di censura e di esilio dalle cattedre universitarie dei due grandi esponenti del rinnovamento teologico d’Oltralpe. Ma non solo questo. Roncalli era un uomo che ascoltava i suoi collaboratori e poi era stato otto anni in Francia come nunzio apostolico. La scelta di volere questi due nomi così importanti ma anche simbolici, visto il giudizio non favorevole che pendeva su di loro del Sant’Uffizio, dipese anche dalla buon considerazione che nutrivano l’allora arcivescovo di Parigi Maurice Feltin ma anche quello del belga arcivescovo di Bruxelles, Leo Joseph Suenens, (soprattutto dopo la sua creazione a cardinale nel dicembre del 1961) nei confronti del gesuita e domenicano francesi. Fu dunque una riabilitazione ma anche una scelta molto ponderata».

Come visse Giovanni XXIII l’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962?
«Visse quell’evento con una grande fiducia in Dio. Era severo e trepidante. “Tantum aurora est”, siamo all’ aurora. Dirà all’apertura del Concilio. Siamo agli inizi dell’evangelizzazione; abbiamo ancora i millenni davanti: comprendeva che la sua azione rappresentava una piccola porzione rispetto ai disegni di Dio».

Quella sera stessa di quel giovedì di cinquant’anni fa il Papa pronunciò, inaspettatamente, il discorso della luna. E’ vero che Lei lo spinse ad affacciarsi?
«No, papa Giovanni non aveva bisogno di essere spinto, seguiva il suo intuito e ispirazione. Venendo a quel giorno, ricordo che il programma era stato molto intenso. La giornata doveva concludersi con una fiaccolata dell’Azione cattolica in piazza San Pietro ed egli avrebbe dovuto affacciarsi per benedire la folla, ma alla fine si era dimenticato di aver lui stesso chiesto al cardinale Amleto Cicognani di rappresentarlo. Usai un piccolo espediente, una “gherminella”. Conoscendo la sua proverbiale curiosità, gli dissi: “Santità non si affacci, non parli, ma guardi attraverso le fessure delle persiane che spettacolo, piazza san Pietro è piena di fiaccole, sembra incendiata!”. Infatti andò alla finestra, dicendomi poco dopo: “Mettimi la stola”. E avviò quella conversazione con la folla del colonnato intenta a guardare la luna con lui…».

Il giugno del 1963 segna il passaggio ideale, nel bel mezzo del Concilio, di consegne tra Papa Giovanni e Paolo VI.Cosa le torna in mente di quei giorni…

«Certamente l’agonia di papa Giovanni ma anche la sua serenità nell’affidarsi a sorella morte: era comunque convinto che il Concilio sarebbe andato avanti. Ricordo la stima che Papa Roncalli aveva di Montini. Sul letto di morte espresse un auspicio: “Il mio successore potrebbe essere Montini”. Paolo VI è stato eletto Papa a mezzogiorno del 21 giugno 1963. Quel che più mi ha impressionato è che mi abbia confidato di aver accettato il pontificato per continuare l’opera iniziata da papa Giovanni».

(Avvenire, 22/06/2012 – Intervista di Filippo Rizzi)


Pio IX nel pensiero e sul cuore di Giovanni XXIII

I due pontefici che verranno beatificati insieme il 3 settembre sembrano agli antipodi: l’ultimo Papa re e il Papa buono. Ma non è così. Angelo Roncalli aveva una venerazione particolare per Pio IX come spiega in questo studio il suo segretario, monsignor Capovilla

di Loris Francesco Capovilla (Agosto 2000)

Giovanni XXIII e Loris Francesco Capovilla, suo segretario particolare prima a Venezia poi in Vaticano

1. In apertura di queste note, non volendo discostarmi dal tema né avanzare proposizioni e conclusioni personali, amo dare subito la parola a Giovanni XXIII, il Pontefice che auspicò tra i cattolici italiani una conoscenza di Pio IX meno approssimativa e più documentata. Sono quattro righe della sua agenda 1962, alla data del 31 agosto: «Nel pomeriggio veramente magnifica ed indimenticabile la visita improvvisa a Marino (Laziale). Un vero trionfo, di rispetto e di amore al Papa. La ricorderò finché viva. Egualmente cara la visita che feci a monsignor Alberto Canestri e infine alla cripta rimessa a nuovo della chiesa parrocchiale di Castello».

Quell’avverbio e quell’aggettivo: «egualmente cara», da sentirsi quindi animato a conservare della visita il ricordo «finché viva» vorrebbero, accanto alla copiosa illustrazione fotografica, la rilettura della relazione redatta, con encomiabile misura, dal compianto monsignor Alberto Canestri (La visita di Sua Santità al postulatore, 31 agosto 1962. Estratto da La Voce di Pio IX, n. 47, 1962). Mi accontento della conclusione: «Gesù benedetto, spoglia chi scrive da qualsiasi senso di vanità per tanto onore, e lascia nel suo cuore soltanto, con la doverosa umiltà e la devozione al tuo Vicario, il desiderio di una vicina glorificazione del suo grande predecessore: il Papa dell’Immacolata e della infallibilità. Nei giorni che hanno seguito il fausto avvenimento sino ad oggi, il postulatore è stato coperto da una pioggia di telefonate e lettere di congratulazioni per lui e di ammirazione per la paterna degnazione del Papa».
Giovanni XXIII, entrato nella successione dell’apostolo Pietro il 28 ottobre 1958, non attese molto tempo per mettersi in relazione con monsignor Canestri. Lo attesta un delizioso biglietto autografo, di cui diamo il testo: «Vaticano 12 gennaio 1959. Saluto di cuore il rev.mo monsignor Alberto Canestri, di cui ho letto il discorso sulla “Coscienza di un Papa dell’Ottocento”. So della sua validissima cooperazione alla causa di beatificazione di Pio IX, di cui mi compiaccio assai. Intanto umilmente ma fervidamente benedico la sua persona che sarei ben lieto di accogliere in udienza, e lo incoraggio per una santa impresa che mi sta molto a cuore, come questa della glorificazione di Pio IX. Joannes XXIII Pp.».
Pio IX, uomo eminente, sacerdote integerrimo, rimase sempre vivo nella memoria di Angelo Giuseppe Roncalli, non a seguito di mitica infatuazione, bensì come espressione di festosa conoscenza, di profondo rispetto, di devoto amore. Piace ricordare che il 16 ottobre 1958, nell’imminenza del conclave, si recò al Verano per soffermarsi, in cimitero, presso la tomba dei suoi antichi superiori del Seminario romano e per venerare, a San Lorenzo, l’ipogeo di Pio IX.
Divenuto papa, gli riuscì naturale e ritenne doveroso riferirsi ripetutamente alla persona e all’operato di Pio IX. Seppe farlo senza alcuna inibizione, così che non si potrebbe asserire essersi trattato di improvvisa simpatia né di omaggio protocollare reso a un suo lontano predecessore. Volle anzitutto leggere quanto, in proposito, gli venne sotto mano: i volumi dei processi, editi dalla postulazione e dalla Congregazione dei riti; il Pio IX di Alberto Serafini, primo volume, pubblicato a fine settembre 1958 e non potuto presentare a Pio XII cui era dedicato; il Pie IX (primo volume) di Pierre Fernessole. Questo lo lesse in due notti, e dispose che il cardinale Tardini, segretario di Stato, redigesse un riscontro non di semplice complimento, ma auspicante la prosecuzione del lavoro: «Sa Sainteté, qui n’a pas oublié les souvenirs de ses rencontres avec vous à la nonciature de Paris, forme les meilleurs voeux pour que vous puissiez mener à bon terme l’oeuvre que vous avez entreprise» (Lettera 57604, 15 mars 1961).
Non minore attenzione egli portò sui tre volumi del gesuita Pietro Pirri: La laicizzazione dello Stato sardo, La Questione romana, La Questione romana dalla Convenzione di settembre alla caduta del potere temporale. Su quest’ultimo si soffermò con particolare curiosità. Esplorò sovente la Biographie du Souverain Pontife Pie IX, di Francesco Massi, nella collezione “Actes et histoire du Concile Oecuménique de Rome MDCCCLXIX”, Pilon et Lemercier, Impr., Paris.

Troppo lungo sarebbe enumerare le svariate letture proseguite ininterrottamente; ed ancor più arduo determinare il giudizio che se ne sarebbe fatto su ciascuna. Su alcune delle citate pubblicazioni i competenti nutrivano non poche riserve. Egli lo sapeva.
Lo storico Giacomo Martina, pur riconoscendo che il Serafini pubblicò «vari documenti interessanti», giudica l’opera nel suo complesso «farraginosa, apologetica, prolissa»; e definisce l’altra, del Fernessole, addirittura «tipico esempio di un’apologetica deteriore ascientifica» (G. Martina, Pio IX e mondo moderno, in Studium, 1976, p. 199). Molti personaggi dei dicasteri e degli atenei romani potrebbero attestare circa l’interesse che Giovanni XXIII portava alle ricerche e agli studi intesi a far piena luce sulla vita e sul pontificato di Pio IX, e a sgombrare il terreno verso la sua eventuale e da molti desiderata glorificazione. È sintomatico l’inciso di Arturo Carlo Jemolo in un suo articolo su papa Giovanni: «Desidererei procedesse la canonizzazione di Pio IX, di cui pur gli avversari riconobbero la profonda bontà, la generosità, la fede sconfinata» (Un Papa di genio, in La Stampa, 2 giugno 1964).
Quanto a Giovanni XXIII, piace citare una nota della sua agenda 1960, con l’elenco delle persone ricevute mercoledì 23 novembre: «…padre [Ferdinando] Antonelli, procuratore (sic!) della Fede ai Riti. Lo interessai vivamente per il processo di beatificazione del S[anto] P[adre] Pio IX».
All’udienza generale del 6 settembre 1961, rivolgendosi ai millecinquecento pellegrini di Senigallia, il Papa ricordò subito la figura del suo antecessore marchigiano: «I pellegrini di Senigallia vantano una gloria specialissima: Pio IX. E il vecchio Pio IX deve tornare a farsi vedere. Il pensiero va spesso a questo insigne servo di Dio e non è disgiunto dal desiderio per una sua glorificazione, riconosciuta anche sulla terra. Ci sarà il Concilio Vaticano II, il quale non può, in qualche modo, non riallacciarsi al Concilio Vaticano I, voluto e aperto da Pio IX. Chissà che in tale circostanza non ci sia pure l’auspicabile gaudio di vedere Pio IX oggetto di particolare venerazione. Sarà, comunque, quel che Iddio disporrà per la sua maggior gloria. Il Signore è mirabilis in sanctis tuis, tanto in quelli decorati con l’aureola della venerazione ufficiale decretata dal capo visibile della Chiesa, quanto in tutti gli altri che popolano il paradiso.
Noi dobbiamo attendere, quaggiù, alla nostra santificazione, il che equivale a imitare i moltissimi che hanno bene compiuto, con la fede e le opere, il pellegrinaggio terreno» (L’Osservatore Romano, 8 settembre 1961; cfr. La Civiltà Cattolica, 7 ottobre 1961, q. 2671, pp. 73-74; Voce misena, Senigallia, 16 settembre 1961).
Poco dopo, avendo letto l’indirizzo preparato e non potuto proclamare in aula dal vescovo Umberto Ravetta, dispose che il cardinale Cicognani, segretario di Stato, gli scrivesse in questi termini: «Il Santo Padre, che ben ricorda il folto gruppo guidato da Vostra Eccellenza, e le fervide testimonianze di fede, con cui esso ha sottolineato le espressioni del suo paterno discorso, riferentesi al servo di Dio Pio IX, gloria imperitura di cotesta diocesi, ha avuto così una nuova conferma della sincerità e intensità di quei sentimenti, e un motivo di più intima consolazione» (11 settembre 1961).

2. Giovanni XXIII fu buon conoscitore della storia della Chiesa, con particolare riferimento al periodo che corre dal Concilio di Trento al Vaticano I.
Docente di storia nel seminario della sua Bergamo (1906-1920), egli si era impegnato a coltivare, del maestro di questa scienza, le doti che in una sua dissertazione del 1907, aveva attribuite al Baronio: «Carattere inflessibile, così da non volere che la verità ad ogni costo, per quanto l’esporla nettamente gli costasse talora sacrifici molto gravi ed amarezze estreme, sostenute sempre dal principio che Dio non ha bisogno delle nostre bugie o dei nostri ripieghi, e che, mi sia permesso il ripeterlo, la migliore apologia della Chiesa è la storia schietta della sua vita; prerogativa questa molto apprezzata nel Baronio dagli stessi avversari, i quali come il Casaubono [Isaac Casaubon] ed il Sarpi proibirono che si attaccasse il nostro storico di mala fede o di menzogna; lavoratore instancabile, e prodigioso, mentre lo stesso Ruggero Bonghi scriveva nella Nuova Antologia, che l’opera di lui fu, quanto a copia e ricerca di documenti, per i tempi in cui si compì, mirabilissima, e quanto a ricchezza di erudizione e instancabilità di lavoro mirabile in tutti i tempi; santo, infine, mantenendo sempre indirizzate e subordinate le sue fatiche ai tre grandi ideali della sua vita: Dio, la Chiesa, le anime» (Angelo Roncalli, Il cardinale Cesare Baronio, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 21961, p. 41).
Avendo buon fiuto Giovanni XXIII riusciva con facilità ad individuare le fonti, ad affrontare un fatto, a collocarvi gli attori, a confrontare tra loro gli avvenimenti; a scoprire i rapporti tra gli avvenimenti religiosi e politici. Nell’accingersi alla lettura di un volume, sapeva cogliere ed apprezzare di primo acchito tutto l’apparato scientifico: presentazione, note marginali, appendici, indici.
Si fosse imbattuto in evidenti scogli, non era proclive né a condanne aprioristiche né ad assoluzioni pietistiche. Nemmeno subiva il fascino dell’esaltazione trionfalistica, incline com’era ad usare la vena dell’humour che disincanta e disintossica; d’altro canto, insofferente per sé e per gli altri del culto della personalità o del lasciarsi infettare – come diceva egli – dal morbus biographicus, non era facile agli incantesimi di carismi eccezionali, sempre bisognosi di venire adeguatamente studiati e autenticati.
Le motivazioni apologetiche, non infrequenti agli inizi di questo secolo, allorquando il Roncalli conchiudeva i suoi studi a Roma (di questa apologetica taluno potrebbe, in vero, trovare traccia nel Giornale dell’anima) e si avviava sui sentieri del suo iter pastorale, non spegnevano la sua vigilanza critica. Basterà aggiungere che egli ebbe sempre in uggia il romanzo storico, e mai trovò gusto al romanzo tout court, fatta eccezione per I promessi sposi del Manzoni.
Si ebbe più volte la riprova di questa sua equità dinanzi a possibili scandali, ove si fosse divulgata questa o quella notizia, essendogli familiare il rigido criterio biblico enunciato nel libro di Giobbe: «Vorresti forse in difesa di Dio dire il falso e in suo favore parlare con inganno?» (13, 7).

3. Due domande tuttavia si impongono: era Giovanni XXIII conoscitore di uomini nel profondo? Non si lasciava egli facilmente influenzare? Alla prima risponderei positivamente, alla seconda negativamente. Ho riflettuto su questi come su altri quesiti. So bene che non basta la mia testimonianza. Epperò quando essa verrà confrontata coi documenti d’archivio – essi pure sempre insufficienti, giacché il molto che si vive, in minima parte viene anche trascritto – le mie affermazioni saranno convalidate.

È pur vero che quando un personaggio gli era entrato nell’animo, egli ne viveva il rapporto come un’antica amicizia, a prescindere dal periodo storico in cui fosse vissuto. Si dovrà dire pertanto che, più che devoto, egli fu amico di Lorenzo Giustiniani, di Carlo Borromeo, di Gregorio Barbarigo, di Cesare Baronio – per citare solo alcuni – e di alcune grandi figure di vescovi e di spirituali condottieri dei secoli XVII, XVIII, XIX sino a san Pio X, al quale, nonostante la polemica non ancora spenta sui controversi rapporti con persone che al Roncalli furono carissime – dicasi il cardinale Ferrari, il vescovo Radini Tedeschi, i professori Pedrinelli e Mojoli, suoi condiscepoli bergamaschi –, si sentì affettuosamente legato, nonostante scoprisse via via qualcosa, e più di qualcosa, che ne lo diversificava.
Aveva asserito nei suoi giovani anni: «L’anima nostra è fatta così: penetrando oltre le apparenze, si sente attrarre istintivamente là dove si cela la vera grandezza, e innanzi a questa, tutto che circonda gli uomini grandi, anche le piccole cose che li riguardano, assumono talora proporzioni imprevedute, altissimi significati» (A. Roncalli, Il cardinale Cesare Baronio, op. cit., p. 25).
Incline al rispetto di chicchessia, anche peccatore, o in errore, alla prudente valutazione, all’ottimismo sereno, egli pur tuttavia non fu facile sottoscrittore di decreti proclamanti eroicità delle virtù.
Dobbiamo altresì osservare che egli aveva fiducia nella grazia di stato: dottrina questa facilmente accolta da teologi ed asceti. Dio proporziona le grazie alla particolare vocazione di ciascuno e al servizio che l’uomo è chiamato a svolgere nella Chiesa e nell’umanità, beninteso ammessa la disponibilità generosa del chiamato.
Dottrina valida per Maria santissima come per san Giuseppe, per gli apostoli di ogni tempo e per i pastori imperterriti di tutte le epoche. La applicava innocentemente ed incredibilmente a se stesso. Alcune volte, conversando con monsignor Dell’Acqua, o col confessore monsignor Cavagna, o con me, lo si udì raccontare: «Stamane in udienza la tal persona mi ha detto che dopo la benedizione del Papa, nel tal infermo s’è riscontrato un miglioramento… oppure la guarigione. Non amo soffermarmi a fantasticare su queste cose. Ma è pur vero che io ho pregato con fervore e con convinzione, e non troverei niente di strano che il Signore porgesse ascolto alla voce del suo servo obbediente e fedele…».

4. La devozione di Angelo Giuseppe Roncalli a Pio IX nacque in famiglia, si dilatò in parrocchia e si perfezionò in diocesi. In casa egli vedeva nelle mani del prozio Zaverio, il suo educatore, una biografia popolare di Pio IX. Così pure nella modesta abitazione sorrideva alle pareti una oleografia del Pontefice. A Sotto il Monte, egli apprese a chiamarlo «l’angelico Pio», in eco alle tante volte che don Francesco Rebuzzini, il santo parroco del suo battesimo, l’aveva così presentato nelle sue catechesi.

D’altronde Pio IX era morto da tre anni appena, allorquando Angelo Giuseppe Roncalli venne recato al fonte battesimale, il giorno stesso della sua nascita, il 25 novembre 1881.
Le gesta del Papa marchigiano continuavano a risuonare in tutta la Bergamasca negli anni dell’adolescenza del predestinato successore di Pio IX.
Richiamandosi ai ricordi lontani, Giovanni XXIII confidò un giorno ai soci del Circolo di San Pietro: «Legittimo è ricordare il passato. E se si ripensa a quanto si è dovuto soffrire e superare, viene naturale il proposito di essere altrettanto forti nelle odierne circostanze, senza, perciò, lamentarci dei tempi nostri, ma cercando fervidamente di santificarci, anzitutto con la buona condotta, la buona parola, con la fedeltà a quella dottrina di cui san Tito è stato illustre assertore ed esecutore. Sempre vera e luminosa è l’affermazione di Pio IX. In qualsiasi evenienza, il Papa sa di poter contare sul cuore dei suoi figli, sulla loro forza e risolutezza, sulla devozione che essi professano per il Sommo Pontefice, i vescovi, i sacerdoti e per quanti amano la santa Chiesa cattolica, apostolica e romana» (Discorsi, messaggi, colloqui del santo padre Giovanni XXIII, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1960-1967, vol. I, p. 598).
Vescovi e sacerdoti di Bergamo, educatori ed educatrici insigni, fondatori e fondatrici di istituti religiosi e di istituzioni caritative erano stati in rapporto diretto con Pio IX, suscitando in città e diocesi entusiasmi non passeggeri.
Il vescovo Radini Tedeschi, accanto al quale don Angelo Roncalli esercitò l’ufficio di segretario per dieci anni, fu un fervido ammiratore di Pio IX. Ho potuto rintracciare, assieme ad altri consimili documenti, il discorso declamato a Sant’Ignazio, in Roma, nel 1894, per il primo centenario della nascita di Giovanni Mastai Ferretti. Ne erano trascorsi sedici dalla morte. L’introduzione del discorso, da sola sarebbe testimonianza tanto più sorprendente quando si sapesse che Radini Tedeschi era uno dei beniamini di Leone XIII, il quale non eccedette davvero in elogi nei confronti del suo immediato antecessore. Dicasi inoltre che Radini Tedeschi parlò a Sant’Ignazio, tempio notoriamente riservato allora a manifestazioni ufficiali: «Commemorare un grande, al cospetto di chi vivente lo conobbe sì bene, e tanto lo venerò ed amò; dopo che degne ed eloquenti labbra ne dissero splendido e commovente sulla tomba l’elogio; quando vivo e parlante quasi sta ancora in mezzo a mille cuori, che ne ricordano le angeliche virtù, le amabili sembianze, il cuore amante di padre e di re, è compito soprammodo malagevole. Ti avessi almeno potuto conoscere, o Pio IX! Come ti venerai da lungi, e come fosti visione incantevole de’ miei primi anni, e palpito tenerissimo del mio cuore, e ideale di pontefice e di sovrano; avessi potuto il bacio mio stampare sulla tua destra benedicente, sul piede a te che evangelizzavi la pace e il bene, sul tuo labbro anzi su cui errava eterno il sorriso e dal quale sgorgava l’accento della verità e della vita!» (Parole di monsignor Giacomo Radini Tedeschi dette nella chiesa di Sant’Ignazio di Roma nella solenne Accademia per la celebrazione del primo centenario della nascita del grande Pontefice, Tip. Arcivescovile, Bologna 1894).

5. A dare respiro alla testimonianza su Pio IX, amo richiamare quattro momenti particolarmente significativi: il venticinquesimo dei Patti Lateranensi (1954); il Discorso mariano a Santa Maria Maggiore (1960); il centenario dell’unità d’Italia (1961); il Concilio Vaticano II.

A. Il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli è l’unico vescovo italiano, salvo errori ed omissioni, che celebrò il venticinquesimo dei Patti Lateranensi, esattamente l’11 febbraio 1954, con un discorso nella Basilica di San Marco a Venezia, presenti le massime autorità cittadine e gran folla di popolo. Questo lo schema del discorso: Letizia e pace. Principato civile legittimo e sacro. Pio IX e l’idea nazionale italiana. Tempi umili e infausti. L’ora del Signore. Un vaso infranto. Il significato dei Patti Lateranensi. Benedizioni, auguri, preghiere: per la Chiesa, per l’Italia.
Anzitutto egli ricordò la ripercussione suscitata nel mondo dall’avvenimento al suo compiersi. «Gli amici sinceri d’Italia se ne compiacquero; gli amici non sinceri se ne dolsero; i cattolici retti ed onesti ne esultarono dinanzi al Signore» (Angelo Giuseppe card. Roncalli, Scritti e discorsi, Edizioni Paoline, Roma 1959-1962, vol. I; tutto il discorso: pp. 160-170).
Il cardinale Roncalli prospettava la Questione romana nei suoi termini esatti e complessi, per segnalare che sulla tessitura buona dell’unità si era frammischiato un più vasto disegno di irreligione, lotta inaspritasi durante le guerre per l’indipendenza: «Da allora, giorno per giorno, si fece chiara la verità circa l’intimo sentimento dei romani pontefici in faccia al duplice problema della unità italiana da una parte, e degli interessi individuali e collettivi delle anime dall’altra: e prese fine la leggenda che sete di dominio temporale determinasse le attitudini del papa nei riguardi del suo principato civile. Questo gli era stato affidato dalla Provvidenza a difesa e a sostegno del suo ministero spirituale ed universale; sovente la sua legittimità venne confermata dalla voce del popolo, e dallo stesso tumulto degli avvenimenti; e nessuna dinastia d’Europa fu mai meglio fondata in un diritto legittimo e sacro di questa pontificale, che le precedette tutte, le vide nascere e scomparire, e per suo conto non impiegò mai la rapacità, né la violenza con alcuno come instrumentum regni, ma più volte ne fu innocente vittima.
Episodi isolati e mutevoli di debolezze personali nulla tolgono alla magnifica trama del principato civile dei papi, che rispondeva al suo compito di difesa e di sostegno degli interessi più alti dello spirito umano e cristiano, nell’atto di servire alla stessa pace fra i vari Stati d’Italia e d’Europa.
Ma era un compito indiretto e provvisorio, abbandonato alla mutabilità dei tempi e degli uomini. La Provvidenza del Signore aveva apprestato ai successori di san Pietro questo piccolo patrimonio per la libertà e la santa indipendenza della loro missione supernazionale e mondiale» (Scritti…, I, op. cit.).
Non diversamente si era espresso Leone XIII il 15 giugno 1887, dieci anni dopo la morte di Pio IX – in conformità perfetta dunque col pensiero e la parola del suo immediato predecessore –, in una lettera al cardinale Rampolla, suo segretario di Stato: «L’autorità del sommo pontefice istituita da Gesù Cristo e conferita a san Pietro, e per esso ai suoi legittimi successori, i romani pontefici, destinati a continuare nel mondo, fino alla consumazione dei secoli, la missione riparatrice del Figlio di Dio, arricchita delle più nobili prerogative, dotati di poteri sublimi, propri e giuridici, quali si richiedono per il governo di una vera e perfettissima società, non può, per la stessa natura e per la espressa volontà del suo divin fondatore, sottostare a veruna potestà terrena, deve anzi godere della più piena libertà nell’esercizio delle sue eccelse funzioni. E poiché da questo supremo potere e dal libero esercizio di esso dipende il bene di tutta la Chiesa, era della più alta importanza che la nativa sua indipendenza e libertà fosse assicurata, garantita, difesa attraverso i secoli nella persona di chi ne era investito. […] Importa grandemente osservare che la ragione e l’indipendenza della libertà pontificia nell’esercizio dell’apostolico ministero, piglia una forza maggiore e tutta propria quando si applica a Roma, sede naturale dei sommi pontefici, centro della vita della Chiesa, capitale del mondo cattolico».

L’anno dopo, Leone XIII, nel suo cinquantesimo di sacerdozio, ricevendo in udienza il cardinale Alimonda e i sacerdoti italiani convenuti a Roma, tornava ancora sull’argomento (25 settembre 1888): «Si osa affermare che le rivendicazioni del Pontefice sono dettate da spirito di ambizione e da cupidigia di mondana grandezza… Ben più in alto sono rivolte le nostre mire: in verità è la grande causa della libertà e della indipendenza della Chiesa che ora si agita».
Sessantasei anni dopo, il cardinale Roncalli, nel citato discorso del XXV dei Patti Lateranensi, respingendo e confutando la troppo ripetuta accusa di «libidine del potere», raccontava, mite e faceto, un episodio della sua giovinezza sacerdotale: «La stampa spregiudicata e mondana tornava sovente sulla insinuazione maliziosa del Papa affetto, lui e i suoi più vicini collaboratori, dalla libidine del potere. Giusto quando il beato Pio X – e lo ascoltai io stesso, con i miei due orecchi, da giovane prete, al termine di un colloquio riservato con il mio vescovo, che io accompagnavo – “Figuratevi, monsignore, – e lo diceva in dialetto veneto – che cosa mi succede. Ieri ho ricevuto una commissione di personaggi degni e gravi venuti a propormi di risolvere la Questione romana accontentandomi di Roma, che il governo italiano potrebbe lasciarmi. Oh, monsignore, adesso ci vorrebbe anche Roma, da governar, anca Roma da governar, con tutte quelle poche brighe che mi procura già il governo di questa brava e buona gente qui dentro”. E sorrideva piacevolmente» (Scritti…, I, op. cit., p. 165).
Il discorso dell’11 febbraio 1954 spazia su vasto orizzonte e affronta senza sottintesi il nocciolo della questione, finendo col collocare Pio IX al suo giusto posto. Gli riconosce infatti il diritto di difendere «questo piccolo patrimonio apprestato dal Signore per la libertà e la santa indipendenza della missione supernazionale e mondiale» della Chiesa: «Era naturale – ripetiamolo bene – che il Papa lo dovesse difendere ad ogni costo, fino al giorno in cui un nuovo segno venisse dall’alto, e che trovasse un’eco nella sacra intimità della sua coscienza pontificale, ad arrestare il corso delle sue doverose affermazioni e rivendicazioni» (Scritti… I, op. cit., p. 162).
Veramente solenne, quasi volesse prevenire la obiettiva, spassionata valutazione di tutto quel periodo dolorosissimo, appare la pagina intitolata: Pio IX e l’idea nazionale italiana, meritevole di attenta considerazione, dacché tocca il nocciolo della questione: «Quanto agli interessi d’Italia, ed al movimento nazionale inteso alla sua unità, conviene ricordare che cosa ne pensasse Pio IX, che aveva iniziato il suo pontificato nel 1846 con le parole: “Gran Dio, benedite l’Italia!”.
È di questi giorni la esumazione della testimonianza di un famoso diplomatico protestante (von Bülow), a proposito di un certo conte, tedesco e cattolico, che deplorava innanzi al Papa le sventure che il movimento per l’unità d’Italia recava alla Chiesa. Il Papa ascoltò pensoso e sembrò dare segni di tacita approvazione. Ma, congedato il personaggio, disse al gentiluomo italiano di servizio, che gli stava accanto: “Questo signore non capisce niente della grandezza e della bellezza della idea nazionale italiana”.
Parole espressive: come la risposta che con lo spirito arguto e buono che gli era congenito, lo stesso Pio IX diede ad un cardinale che lo confortava: “Santità, faccia cuore: la barca di san Pietro non sarà preda della tempesta: è parola del Signore”. “Già” rispose “ma il Signore non ha parlato dell’equipaggio!”.

Sopraggiunsero avvenimenti gravi. Il 1870 segnò l’apogeo della potenza spirituale del Papa nel successo e nella gloria del Concilio Vaticano; ma il passaggio della violenza militare, attraverso la breccia di Porta Pia, fu anche l’inizio di anni difficili, di disagio e di tribolazioni, per la Santa Sede, e per i cattolici d’Italia.
Ad onore di Pio IX basta la testimonianza di uno degli uomini politici più in vista di quel tempo, e non molto tenero per la Chiesa: “Questo vecchio sacerdote, scemato di potere, stremato di forze […] perseguito ormai da tanti vituperi da quanti applausi era stato assordato un giorno; che non s’inchina né davanti a chi lo difende né davanti a chi l’offende; che non si concilia un nemico solo, con una menzogna o una umiliazione; che negli spiriti dei suoi fedeli tenta di riaccendere l’antica fiamma, facendo guizzare più viva quella dell’animo proprio, provocando l’amore del sacrificio in tanta parte del mondo; […] mantenendo fra i suoi devoti e nel clero una maggiore e più ferma unità che non s’è mai vista, e ciò con il nudo imperio della parola; questo vecchio sacerdote è il più straordinario e mirabile fatto dei tempi nostri, tempi già tanto pieni di novità e di meraviglie” [Ruggero Bonghi]» (Scritti…, I, op. cit., pp. 162-163).

B. Secondo momento. L’8 dicembre 1960, nella cornice stupenda della solennità dell’Immacolata e dell’itinerario devozionale alla colonna di piazza di Spagna, durante la celebrazione mariana a Santa Maria Maggiore, Giovanni XXIII incastonava la gemma stupenda dell’omaggio a Pio IX.
Giusto nel testo di questo discorso, monsignor Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, e io stesso avevamo ritenuta ridondante una certa dichiarazione in esso contenuta, la quale avrebbe potuto meglio trovar posto in una bolla di canonizzazione. Non potrei precisarne con esattezza i termini: essi comunque risuonano dentro di me. Si fece osservare al Papa che la prassi non consentiva e la prudenza sconsigliava di spingersi tanto oltre. Egli amabilmente accettò l’osservazione contentandosi di mantenere la sostanza delle sue affermazioni, ben esplicite del resto e cariche di significato, come risulta evidente: «In questo otto dicembre, che tutti gli anni ricorda la solenne e più che centenaria proclamazione del domma soave e luminosissimo dell’Immacolata, il pensiero nostro corre spontaneamente a colui, che di esso fu la voce autorevole, l’infallibile oracolo. La soave figura del nostro predecessore Pio IX, di grande, di santa memoria, ci è particolarmente venerata e cara, perché egli nutrì per la Vergine un amore tenerissimo e si applicò fin dai giovani anni allo studio ed alla penetrazione del privilegio dell’immacolato concepimento di Maria santissima. Risalendo a ritroso nei secoli egli amò avvolgersi nello stesso mantello di gloria di cui si ornarono tanti suoi illustri antecessori nel romano pontificato, nelle ripetute testimonianze di devozione e di amore a Maria, che il popolo romano riconosce ufficialmente quale sua salute invocata e benedetta, salus populi romani, e che tutto il mondo acclama, del cielo e della terra regina» (Discorsi…, op. cit., III, p. 75).
Un papa non scrive in tal senso, né lo proclama così autorevolmente, al cospetto del popolo romano, se non ne è intimamente convinto. La circostanza non ammette divagazioni puramente sentimentali.

Giovanni XXIII richiamava ed esaltava la devozione a Maria, invocata nel suo privilegio di donna preservata dal peccato originale, da parte di otto pontefici, anteriormente alla dogmatica definizione: Benedetto XIV, Clemente XI, Innocenzo XII, Clemente IX, Alessandro VII, Clemente VIII, san Pio V, Sisto IV, per aprirsi il varco a ciò che più gli premeva di rivelare: «Questo breve excursus storico ci riconduce alla mitissima figura del pontefice Pio IX. La luce di Maria Immacolata posata sopra di lui ci fa comprendere il segreto di Dio nel servizio altissimo e santo che egli diede alla santa Chiesa.
Trentadue anni di pontificato gli permisero di toccare tutti i punti della cattolica dottrina, di volgersi paterno e suadente ai figli suoi del mondo intero per un richiamo sollecito, affettuoso, instancabile di disciplina, di onore, di coraggio, in faccia alle accresciute difficoltà, agli attacchi velati o aperti, alle sfide gettate alla religione, proprio allora quando da persone di alta fama si proclamava moribonda, o già morta.
Pio IX seppe contro speranza credere alla speranza (cfr. Rm 4, 18), e tenere radunato con incrollabile fermezza e infinita amorevolezza il gregge spaurito e incerto; e così mite che egli era, non ebbe timori davanti alle macchinazioni tenebrose delle sètte, non vacillò di fronte alle opposizioni, non indietreggiò in faccia alle calunnie.
Amiamo ripeterlo! Sì: la luce di Maria Immacolata – definita tale ad alta voce, solennissima, in faccia a tutta la Chiesa, nonostante il clamore canzonatorio degli increduli e il timido sussurrare di alcuni incerti –, la luce della Immacolata, diciamo, batteva sulla fronte e sul cuore del grande Pontefice, e fu la animatrice delle sue fatiche e il conforto della sua immolazione» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 76-77).

C. Terzo momento da valutare attentamente è quello del centenario dell’unità d’Italia: 1961, durante la presidenza di Giovanni Gronchi, col ricevimento in Vaticano dell’onorevole Amintore Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri. Nella sua garbata allocuzione, il Papa sottolineò anzitutto l’ambito caratteristico delle attribuzioni specifiche della Chiesa e dello Stato, con particolare sottolineatura sulla essenza e sulla variazione dei rapporti che devono intercorrere tra le due entità: «La singolare condizione della Chiesa cattolica e dello Stato italiano – due organismi di diversa struttura, fisionomia ed elevazione, quanto alle caratteristiche finalità dell’uno e dell’altro – suppone una distinzione ed un tal quale riserbo di rapporti, pur fatti di garbo e di rispetto, che rendono tanto più gradite le occasioni dell’incontrarsi, di tratto in tratto, dei loro più alti rappresentanti, anche a titolo di comune letizia e di edificante incoraggiamento verso la ricerca dei beni più preziosi per la vita sociale» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 204-205).
Poi offrì, in nome suo proprio e del governo centrale della Chiesa, l’attestato di una presenza festosa alla celebrazione, quasi a cancellare – come più compiutamente avrebbe fatto col pellegrinaggio a Loreto e Assisi nel 1962 – un secolo talora turbato da reciproca incomprensione: «La ricorrenza che in questi mesi è motivo di sincera esultanza per l’Italia, il centenario della sua unità, ci trova, sulle due rive del Tevere, partecipi di uno stesso sentimento di riconoscenza alla Provvidenza del Signore, che pur attraverso variazioni e contrasti, talora accesi, come accade in tutti i tempi, ha guidato questa porzione elettissima d’Europa verso una sistemazione di rispetto e di onore nel concerto delle nazioni, grazie a Dio depositarie, sì, oggi ancora, della civiltà che da Cristo prende nome e vita» (Discorsi…, op. cit., III, p. 205).
Tutto questo, a mio avviso, per introdurre, infine, il diffuso accenno a Pio IX «che del suo nome, della sua storia ha lasciato un’orma così profonda nel nostro Paese» (Discorsi…, op. cit., I, p. 617), come aveva detto esplicitamente due anni prima. Niente e nessuno lo obbligava a farlo; forse taluno, temendo, da questo inciso, una ulteriore “scapigliatura” della stampa, l’avrebbe dissuaso. Ecco il testo proclamato, notisi bene, dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dello Stato democratico e repubblicano: «Ai figli d’Italia, per cui negli anni più accesi del movimento per l’unità nazionale certa letteratura, alquanto scapigliata, fu motivo di turbamento, non può sfuggire che astro benefico e segno luminoso, invitante al trionfo del magnifico ideale, fu papa Pio IX, che lo colse nella sua significazione più nobile e, da parte sua, lo vivificò come palpito della sua grande anima così retta e pura» (Discorsi…, op. cit., III, p. 205).
Astro benefico e luminoso! Non sono parole cadute dalla penna a caso. Esse insinuavano un giudizio storico; non direi che lo imponessero; miravano piuttosto ad indicare l’opportunità di uscire da vecchi schemi preconcetti e di ricominciare da capo e in profondità la valutazione del pontificato di Pio IX. Impareggiabile nella sua finezza di autentico principe della parola rispettosa e della comunione cordiale, principe della Chiesa e del popolo di Dio, Giovanni XXIII si congedò con estrema delicatezza, compendiando, per così dire, l’apertura del cuor suo in un’immagine primaverile: «Questo semplice tocco, che ci siamo permessi di offrirle, signor presidente, è come un fiore di campo sull’avviarsi della primavera. Esso è accompagnato dal voto che quotidianamente eleviamo innanzi al Signore per il capo dello Stato – che in questi giorni seguiamo con viva simpatia e con paterni auguri –, eleviamo per lei e per quanti con lei dividono le responsabilità nel governo della pubblica cosa, come l’abbiamo invocato nella liturgia della settimana santa: religionis integritas et patriae securitas. Qui sta invero la sostanza dei Patti Lateranensi: esercizio della religione libero e rispettato, ispirazione cristiana della scuola, nozze sacre, espansione di apostolato per la verità, per la giustizia, per la pace» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 205-206).
Non sfuggì ai figli d’Italia! Sarebbe interessante lo spoglio dei giornali e delle riviste dell’epoca: lavoro che converrà compiere, essendo io convinto della sua estrema utilità ai fini di conoscere gli umori dell’opinione pubblica, per constatare che, ad ogni buon conto, di acqua ne era passata sotto i ponti del Tevere. Per quanto so ricordare, la stampa italiana, di partito e di informazione, fatta eccezione del commento acido da parte di un paio di fogli, fu pressoché unanime nell’apprezzare nel suo complesso la parola e le argomentazioni del Papa. Tanta sua amabile accortezza dovette indurre a tranquillo silenzio l’eventuale resto di intolleranza di giudizio ancor diffuso nell’aria nei confronti di Pio IX.
Nel discorso, nessun riferimento diretto ai «tempi umili e infausti» (Scritti…, op. cit., I, p. 164); eppure davanti al suo sguardo dovettero apparire le seguenze «del disagio e delle condizioni insopportabili create alla Santa Sede e alla Chiesa cattolica in Roma, in quegli anni che corsero dal 1870 allo scoppio della prima guerra europea»: dal fallito tentativo di gettare sul Tevere le spoglie di Pio IX, «per cui tutto il mondo aveva palpitato e che morendo non aveva chiesto per sé altro favore che di dormire l’ultimo sonno nell’Agro Verano, in mezzo al popolo suo»; dall’oltraggiosa inaugurazione nel 1888 «e a pochi passi dal Vaticano» di una statua a Giordano Bruno «monaco infelice e ribelle»: quell’anno stesso, Zaverio Roncalli, prozio di Angelino, pellegrinò all’Urbe con un nutrito gruppo di bergamaschi; dall’«augurio laico e compassionevole: l’avvenire riposa sulle ginocchia di Giove», fatto stupidamente recitare al capo dello Stato, lo scettico Umberto I, proprio «mentre Leone XIII inaugurava dal Vaticano l’anno santo, con invito a tutto il mondo alla implorazione delle celesti grazie per la purificazione e la salute dei popoli»; sino alla celebrazione del 20 settembre 1900 – trentennio della presa di Roma –, a motivo della quale i pellegrini vennero sollecitati ad abbandonare la capitale: il chierico Roncalli era tra costoro, e ne profittò per recarsi a Loreto ed Assisi.

D. Quarto momento: il Concilio: l’ora di Dio e dell’appuntamento della storia. Nel citato discorso dell’8 dicembre 1960, Giovanni XXIII aveva espressamente accostato la sua alla persona di Pio IX, con riferimento alle difficoltà manifestatesi un secolo innanzi e sempre prevedibili nel succedersi dei papi e dei grandi fatti della Chiesa, ma considerate nella luce della fede: «Come la sua figura si leva alta e indicatrice davanti a noi! e ci propone la via giusta, noi ci teniamo con l’aiuto di Dio ad imitarlo e lo imiteremo nel proseguire il nostro apostolico ministero: con calma, con mitezza, con inespugnabile pazienza, con sicurezza, ardore di speranza e di vittoria spirituale: qualunque cosa ci accada.
Il volgersi delle circostanze di umane convenienze, talora propizie, tal altra avverse o silenziose alle nostre imprese, non potrà né esaltarci oltre misura, né deprimere le nostre energie, che contano soprattutto su l’intercessione della Madre immacolata di Gesù: Mater Ecclesiae, et Mater nostra dulcissima» (Discorsi…, op. cit., III, p. 77).
Le due anime gemelle: Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Maria Mastai Ferretti si accostavano per proseguire insieme lo stesso cammino.
L’evidente proposito di volersi collegare all’azione magisteriale e pastorale di Pio IX apparve chiarissima nel sermone: «Dalla contemplazione della figura mite e forte di Pio IX, prendiamo ispirazione per inoltrarci di buon passo nella grande impresa del Concilio Vaticano II, che ci sta innanzi.
Anche in questo impegno, forse il più grave della nostra umile vita di “servus servorum Dei” ci conforta e ci fortifica la sicurezza di obbedire alla buona e potente volontà del Signore. E questa sicurezza, se è motivo di tranquillità, e di consueto abbandono alla grazia dell’alto, corrobora altresì l’anima nostra, le nostre imprese, elevandole sulle ali di una attesa, che tutta si fonda in Dio» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 77-78).
Il 24 novembre, giusto quattordici giorni innanzi a quell’8 dicembre, il Papa, parlando ai suoi collaboratori e figli di Roma, nell’atto di commentare gli atti del primo Sinodo diocesano, celebrato in gennaio, aveva confidato con risolutezza i suoi propositi di forte lavoro nel valico, com’egli si trovava come Pio IX nella stessa circostanza, tra il settantanovesimo e l’ottantesimo anno di vita: «Da mesi, il Papa dà alcune delle sue ore subsecivae alla storia degli ultimi concilii, con speciale riferimento al Vaticano I; ed in questa giornata, sentendo intorno alla nostra umile persona gli echi di tante buone parole di augurio per la continuazione della lunga vita che il Signore ci ha concesso, pensiamo al venerato predecessore nostro Pio IX di gloriosissima e santa memoria, che appunto all’età nostra esatta, sul finire del suo settantanovesimo anno, e sull’inizio dell’anno ottantesimo, come accade a noi in quest’ora, si accingeva alla apertura immediata del Concilio Vaticano, che tanto beneficio nell’ordine spirituale e pastorale doveva apportare e portò alla Chiesa cattolica nel mondo intero.
Da tempo amiamo applicare a noi stessi quanto diceva di sé il cardinale Federigo Borromeo (Manzoni, I promessi sposi, cap. XXVI): “Dio conosce i miei mancamenti e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi”. Ed è per questo che anche nella circostanza dell’ottantesimo vi preghiamo di lasciarci quasi nell’ombra del grande nostro predecessore Pio IX, di cui amiamo leggervi una testimonianza che teniamo nelle nostre note personali.
“La sua salute è perfetta” scriveva Luigi Veuillot. “Egli conversa con tanta finezza che bontà. Il suo occhio riconosce sempre i suoi amici, nella folla, ed ama dire di averli veduti qua e là. La sua mano, che pure sostiene una così gran parte di peso del mondo, non trema affatto. Il suo orecchio ascolta e comprende il cuore commosso di rispetto e di amore di chi gli parla a bassa voce. Il suo spirito è presente a tutto, e ricorda tutto, tranne le ingiurie” [Louis Veuillot, Rome pendant le Concile, ed. Lethielleux, Paris 1927, p. 366]» (Discorsi…, op. cit., III, pp. 50-51).

6. Nella stima riverente di Giovanni XXIII, il pontefice dell’Immacolata e del Vaticano I fu il papa del magistero e della strenua difesa della fede, colui che osò convocare la grande assise ecumenica in tempi procellosi, proprio perché la sua fede era solida come la roccia: «All’annunzio del Concilio ecumenico Vaticano I (1869-1870) vi fu chi, con voce ritenuta tra le più risonanti del tempo, non esitò a scrivere al Sommo Pontefice che se un concilio poteva comprendersi agli albori del cristianesimo, come fu il primo Concilio di Nicea (325), un simile avvenimento, indetto nei tempi moderni, poteva significare soltanto la fine della Chiesa. Ma il Signore ha pienamente smentito l’incauto presagio. La Chiesa vive ed è più che mai fiorente nel mondo, anche se non mancano ostacoli, contrarietà, martiri» (Discorsi…, op. cit., IV, p. 677).
«L’importante è di basarsi saldamente sul più vitale ed eccellente principio: il Vangelo da una parte; l’insegnamento, la cultura dall’altra. Come a proposito sovveniva la squisita parola d’ordine del sommo pontefice Pio IX: “Illuminate, illuminate, illuminate!” prodigarsi, cioè, non solo a dissipare le tenebre dell’ignoranza e dell’errore, ma anche a fornire non effimeri luccichii, bensì corroboranti fulgori» (Discorsi…, op. cit., I, p. 634).
«Oh! grande Pio IX, amabile e forte, custode inflessibile della verità, e previdente apostolo dei tempi moderni! quale esempio continua a darci di vera grandezza, di costanza tenace, di illuminata prudenza, a conforto e incoraggiamento delle nostre umili, ma generose intraprese!» (Discorsi…, op. cit., pp. 9-10).

7. È stato detto che Giovanni XXIII avrebbe fatto una certa pressione sulla congregazione preposta alle cause dei servi di Dio, avrebbe anzi, addirittura segnato per iscritto la circostanza in cui avrebbe dovuto aver luogo la beatificazione di Pio IX. Pressione è termine equivoco; non si addice alla natura, al temperamento, alla formazione di Giovanni XXIII. È risaputo, invece, che egli chiese spesso, potremmo aggiungere ansiosamente, anche per rispondere a sollecitazioni che gli venivano da distinte persone: «Ditemi quali obiezioni si fanno alla conclusione della causa, quali scogli realmente si presentano, se sormontabili o meno».
Ritengo importantissime, anche se contenenti notizie conosciute, due lettere di monsignor Alberto Serafini, a me indirizzate, ulteriore testimonianza dell’interessamento di Pio XII e Giovanni XXIII per questa “benedetta” causa. Esse meritano attento studio, perché lasciano trasparire i contorni precisi della coscienza di papa Pacelli e di papa Roncalli a questo proposito.
È dunque provato che Giovanni XXIII volesse ad ogni costo beatificare Pio IX? E in quale circostanza avrebbe desiderato l’auspicata glorificazione? L’indicazione, nel senso di voto ardente del cuore, riguardava la chiusura del Concilio Vaticano II, che avrebbe dovuto essere, nella mens di Giovanni XXIII, una solenne celebrazione della santità della Chiesa cattolica, una grande festa di ognissanti: provenienti da ogni popolo, lingua ed area culturale. Espresse questo voto a voce e per iscritto numerose volte: come il 25 agosto 1959, primo anno del suo pontificato, a Genazzano, rievocando la visita fatta a quel santuario della Mater Boni Consilii dall’angelico Pio, novantacinque anni innanzi: «Pio IX: ecco un nuovo motivo di preghiera al Signore perché, se a lui piacerà, si degni di affrettare il giorno della glorificazione anche in terra del grande e venerato Pontefice» (Discorsi…, op. cit., I, p. 785).
Passeranno tre anni. Il 22 agosto 1962 in udienza pubblica, ricordando la festa del Cuore immacolato di Maria, Giovanni XXIII farà riapparire dinanzi alla commossa assemblea il Papa dell’Immacolata, nuovamente compromettendosi sul tema della glorificazione del servo di Dio: «Eccelsa e nobile figura di pastore, del quale fu anche scritto, nell’avvicinarlo all’immagine di nostro Signore Gesù Cristo, che nessuno fu più di lui amato e odiato dai contemporanei. Ma le sue imprese, la sua dedizione alla Chiesa rifulgono oggi più che mai; unanime è l’ammirazione: mi conceda, cioè, il Signore il grande dono di poter decretare gli onori dell’altare, durante lo svolgimento del XXI Concilio ecumenico a colui che indisse e celebrò il XX, il Vaticano I» (Discorsi…, op. cit., IV, p. 849).
Nel conchiudere questa timida esposizione, riprendo il mano Il giornale dell’anima di Giovanni XXIII, la raccolta delle «espressioni immediate, candide e pie della sua intima cronaca spirituale» (Insegnamenti di Paolo VI, XI, 1973): il libro cioè delle effusioni spontanee di un ecclesiastico mite e forte, pio e zelante; e mi soffermo su quattro righe, stilate nel raccoglimento del suo ritiro spirituale del 1959, riassumenti lo stato d’animo del Pontefice, ben consapevole, per lunga esperienza, che la croce è inscindibile dal servizio: «Io penso sempre a Pio IX di santa e gloriosa memoria: ed imitandolo nei suoi sacrifici vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione».
Giovanni XXIII non celebrò l’auspicata glorificazione di Pio IX. Ci si è arrivati oggi, ma la beatificazione in sé importa sino a un certo punto: vale assai più la pubblicazione di carteggi e di testi, affidata alla decifrazione di persone rette e giudiziose, affinché, in prosieguo di tempo, il personaggio si riaffacci alla ribalta della storia nei suoi contorni più nitidi e sia consentita una più esatta definizione della sua personalità. In tal modo verrebbe, inoltre, dimostrato che i suoi devoti sono ansiosi di verità non di trionfalismi; che la comunità dei fedeli vuol trarne edificazione e incoraggiamento; che la Chiesa non ha nulla da temere dalla scoperta di un’ombra quando il quadro nel suo insieme risultasse luminoso.
Credo di poter asserire che questo fosse, in concreto, il pensiero di Giovanni XXIII: nessuna ansietà pretenziosa da parte sua di pronunciare un giudizio definitivo ed inappellabile; ma egualmente nessuna negligenza nell’impostazione e nel prosieguo dell’indagine, essendo noi doverosamente invitati ad individuare i “segni dei tempi” e a scoprire in ciascuno di essi, persona o episodio, il nascosto disegno della Provvidenza. Nel caso potrebbe trattarsi della divina rivelazione, più convenientemente presentata, della libertà religiosa strenuamente difesa, della incontaminata devozione mariana, dell’unione col papa, del servizio apostolico.
Ho finito. Mi accade sovente di salire dalle Marche sino al valico umbro, per ridiscendere di là nella meravigliosa vallata spoletana, cantata da Francesco d’Assisi: «Nihil iucundius vidi valle mea spoletana»; e di rivivere, come in sogno, l’itinerario lauretano-assisano compiuto da papa Giovanni nel 1900 e nel 1962. Allora, ripercorrendo a ritroso alcuni decenni, mi immagino di incontrare uno studente di teologia chino sui rozzi banchi di un’improvvisata aula di caserma, mentre svolge il suo componimento d’italiano agli esami per la promozione a sergente: “La presa di Spoleto da parte delle truppe italiane (1860)”. E risento la voce melodiosa che a distanza di oltre sessant’anni commentava quell’episodio non senza una vena di humour: «Allo scritto me la cavai discretamente con i fatti d’arme di Spoleto. Ma nella esercitazione pratica, dovendo comandare l’attacco del mio plotone all’assalto, poco mancò che i soldati, se avessero fatto sul serio, si infilzassero l’uno l’altro… Decisamente il comando militare non mi era congeniale».
Caro papa Giovanni! Sorridevate compiaciuto ai ricordi della vostra innocente giovinezza, e di questo vostro esame di sergente.

PER SEMPRE PARROCO – Un ricordo alcuni giorni prima della canonizzazione

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

Non il «Papa buono», ma della bontà. Della tradizione e non del tradizionalismo. Monsignor Gianni Carzaniga, già direttore della fondazione dedicata a Roncalli, ripercorre vita e Pontificato di un pastore «accanto alla gente».

«Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede. Miei cari amici e fratelli, stiamo in guardia dai vani simulacri che oggi ingombrano il mondo e lo terrorizzano. Tutti i tempi si rassomigliano». Così concluse la sua omelia, il 26 agosto dell’Anno Santo 1950, monsignor Angelo Roncalli, nunzio apostolico a Parigi, nella chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo. Il futuro Giovanni XXIII, che il 27 aprile sarà canonizzato insieme a Giovanni Paolo II, ha avuto un legame particolare con questa parrocchia. Qui nel 1898, giovane seminarista, ascoltò l’omelia del patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, poi Pio X, e, nel 1906, fece la sua prima predica importante come prete, su san Francesco di Sales. Altre saranno le occasioni che lo riporteranno in questa chiesa. «Giovanni XXIII è l’espressione più bella di un clero, quello bergamasco, vicino alla gente, dedito alla cura pastorale. Lui si sentirà sempre parroco», spiega monsignor Gianni Carzaniga, rettore del seminario di Bergamo e per otto anni direttore della Fondazione Giovanni XXIII, dove sono raccolti e studiati gli scritti del Pontefice. Ha lasciato l’incarico quando è diventato parroco di Sant’Alessandro. «L’impegno era inconciliabile con la cura d’anime».

Cosa significa che Giovanni XXIII si sentiva parroco, lui che non lo è mai stato?
Il primo dono che il Signore gli ha fatto è stato di incontrarlo. Angelo Roncalli è diventato prete perché voleva fare il prete, cioè annunciare Gesù Cristo in qualunque situazione. Non è una cosa che si impara sui libri, ne aveva fatto esperienza guardando il suo parroco: vicino alla gente con una cura pastorale, capillare. In questo sarà sempre parroco. Penso agli anni trascorsi nelle periferie d’Europa.

In che senso?
Prima in Bulgaria, accanto agli oltre 160mila immigrati cattolici macedoni scappati durante la guerra, e poi nei dieci anni in Turchia, lui sarà il delegato apostolico, cioè il rappresentante del Papa presso i cattolici: un Vescovo missionario, accanto alla gente. Il suo ruolo diplomatico presso quei Governi è di poco valore, quasi nullo. In Turchia si trova persino costretto a vestire gli abiti borghesi. Ma questo non gli impedisce di creare relazioni, rapporti, di bussare alle porte di servizio. È l’uomo del dialogo attento. Un episodio forse può chiarire questa sua posizione intelligente e furba, nel senso della furbizia evangelica.

Quale?
Nel 1961 Nikita Kruscev invia a Giovanni XXIII gli auguri per i suoi ottant’anni; pochi mesi dopo sua figlia, insieme al marito, si recherà in visita dal Pontefice. In tanti gridarono al disgelo tra l’Urss e la Santa Sede. Papa Roncalli non si illude e dice: «Il mondo è stato fatto in sei giorni. Questo è il primo della Russia». Sa che ovunque si può annunciare il Vangelo, ma occorre attenzione. Quando, verso la fine della Seconda Guerra mondiale, viene inviato a Parigi come nunzio apostolico, quindi con un ruolo importante, si rende conto dell’opera di scristianizzazione iniziata con la Rivoluzione Francese. Sono tutte esperienze che si porterà a Roma. Il mondo sta mutando. Sente l’ansia, il desiderio di parlare all’uomo moderno. Per questo indice il Concilio Vaticano II.

Possiamo dire che il Concilio abbia avuto origine da una preoccupazione pastorale?
Sì. Giovanni XXIII lo dice chiaramente. Il Concilio non nasce da una questione dottrinale, ma dal desiderio di prendersi cura delle famiglie, di chi ha bisogno, dell’uomo in una società che sta mutando. Non sono i dogmi da rivedere, non ce n’è bisogno, ma il modo di presentarli. Ecco la sua sensibilità pastorale, il suo essere parroco. La dottrina deve diventare carne. Pur rimanendo ancorato alla tradizione. Lui è l’uomo della tradizione, non del tradizionalismo.

Cosa vuol dire?
“Tradere” significa custodire e trasmettere il mistero cristiano. Papa Roncalli parla a tutti pur sapendo che ci sono differenze. Come papa Francesco, ha rispetto per ogni essere umano, ma non ha nessuna intenzione di cambiare il dogma e la dottrina. Giovanni XXIII guarda ciò che unisce, non ciò che divide. In questo senso il suo “tradere” è vivace, vivo.

Un esempio?
Nella visita ai detenuti di Regina Coeli non ha vergogna di raccontare di un suo cugino che era stato in carcere. Ecco il pastore che “si mette accanto”. Comunica con freschezza ciò che ha nel cuore: il rapporto con il Signore che su tutti si china e offre il suo desiderio di incontrare. Si rende trasparente di questa relazione che permette di perdonare e di perdonarsi il male fatto. Il Vangelo per lui rianima le fibre dell’esistenza al punto da far comprendere che il rapporto con il Padre che il Figlio offre è qualcosa che squaderna, scioglie l’arrabbiatura perché l’uomo si sente amato e può amare.

Sono molte le affinità con papa Francesco…
Una fondamentale: entrambi partono dall’incontro con Cristo, che mette in movimento l’esistenza investita da un amore più grande. Solo come conseguenza ci sono le regole. Papa Francesco, come Giovanni XXIII, sta annunciando l’esperienza di aver incontrato Cristo. Ma c’è un altro aspetto che li accomuna: la preghiera. Giovanni XXIII si prepara al Concilio con una settimana di Esercizi spirituali. Pensa che la sua persona è dentro il mistero di Cristo. Scrive: «La preghiera è il mio respiro». La sua preghiera è per il mondo. Quando recita il Rosario, al terzo mistero gaudioso, dove si annuncia la nascita di Gesù, dice: «Questo è per tutti i bambini che nascono». La sera dell’elezione, quando si trova da solo con il suo segretario monsignor Loris Capovilla e questi gli chiede: «Cosa facciamo?», lui risponde: «Recitiamo i Vespri».

Don Giussani in un’intervista disse che il tratto caratteristico di Giovanni XXIII fu «la longanimità misericordiosa di Dio per la salvezza dell’uomo». 
In questo si riverbera la bontà di Giovanni XXIII. Come sottolinea sempre il cardinale Capovilla, lui non è il “Papa buono”, ma il Papa della bontà. Cioè il suo sguardo, così come lo ha ricevuto da Cristo, è carico di fiducia, pronto alla correzione, ma senza condanna. È l’annuncio della verità.

(Paola Bergamini – Tracce 24/04/2014)

Solennità di Pentecoste 1963 – Radiomessaggio del Santo Padre Giovanni XXIII ai fedeli della Germania*

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, iniziato con auspici tanto promettenti, è un’opera di importanza immensa e un’intrapresa assai rilevante: è giusto pertanto che su di esso poggi la speranza del mondo intero, e vi si rivolgano i Nostri voti fervidissimi. Mentre proseguono i lavori, in forma silenziosa ma con ininterrotta alacrità di studi, una presaga esultanza si infonde nel Nostro animo, che abbraccia la moltitudine dei Vescovi, pronti a riunirsi nuovamente nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, per l’inizio della seconda sessione del Concilio; e Ci sovvengono le lietissime parole del Profeta : « Mira, Gerusalemme… e guarda l’allegrezza, che ti viene da Dio. Ecco, infatti, che vengono i tuoi figli… dall’Oriente all’Occidente, esultanti alla parola del Santo per l’onore di Dio » (Bar. 4, 36-37).

Certamente la riuscita di una sì grande opera richiede la piena e concorde collaborazione di tutti i fedeli: ma non bisogna peraltro dimenticare, che il Concilio Ecumenico è opera soprattutto dello Spirito Santo, che è come il cuore della Chiesa, e il perpetuo autore e datore della sua rifiorente primavera. Pertanto, sotto la sua guida e la sua protezione, il Concilio Ecumenico sarà fecondo e salutare di ogni desiderato frutto.

Per questa ragione salutiamo con lieta attesa e viva speranza il ritorno della festività di Pentecoste, in cui i figli della Chiesa, accorrendo più numerosi ai sacri templi, invocano lo Spirito Santo con fervidissime preghiere.

Diletti figli di Germania! Ë Nostro desiderio che in questo giorno santissimo eleviate al cielo le vostre preghiere, com’è richiesto dalle presenti necessità della Chiesa.

Con voti sentiti, e uniti fra di voi in un cuor solo, invocate a gara sul Concilio Ecumenico Vaticano la grazia, l’assistenza, la luce dello Spirito Santo, affinché diriga le decisioni, ispiri le parole, sia propizio alle iniziative; il medesimo Spirito, che con sapienza creò i cieli (Ps. 135, 5), allieti il popolo di Dio, e richiami all’unità i lontani. Credete, fratelli, si possiede lo Spirito Santo nella misura in cui si ama la Chiesa (S. Iraen. Adv. Haer. 3, 24, 1).

La Vergine Santissima vi aiuti e protegga sempre con la sua materna intercessione, e vi conceda benigna di poter applicare alla vostra condotta le sublimi incoraggianti parole dell’Apostolo Paolo : « Fratelli, gioite, siate perfetti… siate concordi, state in pace, e il Dio della pace e dell’amore sarà con voi… La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo, e la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo sia con tutti voi. Così sia » (2 Cor. 13, 11-13).

* Messaggio registrato da Giovanni XXIII alcuni giorni prima e diffuso dalla Stazione Radio di Colonia poche ore prima della morte del Sommo Pontefice

 

Solenne apertura del Concilio Vaticano II – Discorso del Santo Padre Giovanni XXIII

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

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Venerabili Fratelli,

1. La Madre Chiesa si rallegra perché, per un dono speciale della Divina Provvidenza, è ormai sorto il giorno tanto desiderato nel quale qui, presso il sepolcro di san Pietro, auspice la Vergine Madre di Dio, di cui oggi si celebra con gioia la dignità materna, inizia solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II.

I Concili Ecumenici nella Chiesa

2. 1. Tutti i Concili — sia i venti Ecumenici sia gli innumerevoli e da non sottovalutare Provinciali e Regionali — che sono stati celebrati nel succedersi dei secoli, attestano con evidenza la vitalità della Chiesa Cattolica e sono iscritti come lumi splendenti nella sua storia.

2. Nell’indire questa grandiosa assemblea, il più recente e umile Successore del Principe degli Apostoli, che vi parla, si è proposto di riaffermare ancora una volta il Magistero Ecclesiastico, che non viene mai meno e perdura sino alla fine dei tempi; Magistero che con questo Concilio si presenta in modo straordinario a tutti gli uomini che sono nel mondo, tenendo conto delle deviazioni, delle esigenze, delle opportunità dell’età contemporanea.

3. Iniziando questo Concilio universale, il Vicario di Cristo, che vi sta parlando, guarda, com’è naturale, al passato, e quasi ne percepisce la voce incitante e incoraggiante: volentieri infatti ripensa alle benemerenze dei Sommi Pontefici che vissero in tempi più antichi e più recenti, e che dalle assemblee dei Concili, tenuti sia in Oriente che in Occidente dal quarto secolo fino al Medio Evo e agli ultimi tempi, hanno trasmesso le testimonianze di tale voce veneranda e solenne. Esse acclamano senza sosta al trionfo di quella Società umana e divina, cioè della Chiesa, che assume dal Divin Redentore il nome, i doni della grazia e tutto il suo valore.

4. Se questo è motivo di letizia spirituale, non possiamo tuttavia negare che nella lunga serie di diciannove secoli molti dolori e amarezze hanno oscurato questa storia. Fu ed è veritiero quello che il vecchio Simeone con voce profetica disse a Maria Madre di Gesù: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti…, segno di contraddizione” [1]. E Gesù stesso, cresciuto in età, indicò chiaramente come nei tempi si sarebbero comportati gli uomini verso di lui, pronunziando quelle misteriose parole: “Chi ascolta voi ascolta me” [2]. Questo disse inoltre: “Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde” [3], come vediamo scritto in San Luca, che riferisce anche le espressioni precedenti.

5. Dopo quasi venti secoli, le situazioni e i problemi gravissimi che l’umanità deve affrontare non mutano; infatti Cristo occupa sempre il posto centrale della storia e della vita: gli uomini o aderiscono a lui e alla sua Chiesa, e godono così della luce, della bontà, del giusto ordine e del bene della pace; oppure vivono senza di lui o combattono contro di lui e restano deliberatamente fuori della Chiesa, e per questo tra loro c’è confusione, le mutue relazioni diventano difficili, incombe il pericolo di guerre sanguinose.

6. Ogni volta che vengono celebrati, i Concili Ecumenici proclamano in forma solenne questa corrispondenza con Cristo e con la sua Chiesa ed irradiano per ogni dove la luce della verità, indirizzano sulla via giusta la vita dei singoli, della convivenza domestica e della società, suscitano ed irrobustiscono le energie spirituali, innalzano stabilmente gli animi ai beni veri e sempiterni.

7. Mentre contempliamo le successive epoche dell’umanità durante questi venti secoli dell’era cristiana, davanti ai Nostri occhi sfilano le testimonianze di questo Magistero straordinario della Chiesa, cioè dei Concili universali. Tale documentazione è contenuta in parecchi volumi di grande imponenza, ed è da considerare come un sacro tesoro, che è conservato negli archivi della Città di Roma e nelle più celebri biblioteche di tutto il mondo.

Origine e causa del Concilio Ecumenico Vaticano II

3. 1. Quanto all’origine e alla causa del grande avvenimento per il quale Ci è piaciuto adunarvi, è sufficiente riportare ancora una volta la testimonianza, certamente umile, ma che Noi possiamo attestare come sperimentata: la prima volta abbiamo concepito questo Concilio nella mente quasi all’improvviso, e in seguito l’abbiamo comunicato con parole semplici davanti al Sacro Collegio dei Padri Cardinali in quel fausto 25 gennaio 1959, festa della Conversione di San Paolo, nella sua Patriarcale Basilica sulla via Ostiense. Gli animi degli astanti furono subito repentinamente commossi, come se brillasse un raggio di luce soprannaturale, e tutti lo trasparirono soavemente sul volto e negli occhi. Nello stesso tempo si accese in tutto il mondo un enorme interesse, e tutti gli uomini cominciarono ad attendere con impazienza la celebrazione del Concilio.

2. In questi tre anni è stato svolto un lavoro intenso per preparare il Concilio, con il programma di indagare più accuratamente ed ampiamente quale fosse in questa nostra epoca la condizione della Fede, della pratica religiosa, dell’incidenza della comunità cristiana e soprattutto cattolica.

3. Non a torto questo tempo speso nel preparare il Concilio Ci sembra sia stato quasi un primo segno e dono della grazia celeste.

4. Illuminata dalla luce di questo Concilio, la Chiesa si accrescerà, come speriamo, di ricchezze spirituali e, attingendovi il vigore di nuove energie, guarderà con sicurezza ai tempi futuri. Infatti, introducendo opportuni emendamenti ed avviando saggiamente un impegno di reciproco aiuto, la Chiesa otterrà che gli uomini, le famiglie, le nazioni rivolgano davvero le menti alle realtà soprannaturali.

5. È dunque dovere di coscienza ringraziare fervidamente il Sommo Datore di ogni bene per la celebrazione di questo Concilio, e magnificare con esultanza la gloria di Cristo Signore, che è Re vittorioso ed immortale dei secoli e dei popoli.

Opportunità di celebrare il Concilio

4. 1. C’è inoltre un’altra cosa, Venerabili Fratelli, che è utile proporre alla vostra considerazione sull’argomento. Ad aumentare la santa letizia che in quest’ora solenne pervade i nostri animi, Ci sia cioè permesso osservare davanti a questa grandiosa assemblea che l’apertura di questo Concilio Ecumenico cade proprio in circostanze favorevoli di tempo.

2. Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa.

3. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo.

4. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa.

5. Questo è facile arguire se si considerano con attenzione i problemi e i pericoli di natura politica ed economica del giorno d’oggi. Essi tengono così occupati gli uomini da distogliere i loro interessi e le loro preoccupazioni dal fatto religioso, che è di pertinenza del sacro Magistero della Chiesa. Questo modo di agire non manca certo di errore, e dev’essere giustamente riprovato. Tuttavia nessuno può negare che queste nuove situazioni indotte hanno almeno questo vantaggio, che vengono così eliminati quegli innumerevoli impedimenti con cui un tempo i figli del secolo erano soliti ostacolare la libera azione della Chiesa. Basta sfogliare di sfuggita gli annali ecclesiastici per constatare con evidenza che gli stessi Concili Ecumenici, le cui vicende sono registrate a caratteri d’oro nella storia della Chiesa, sono stati spesso celebrati non senza gravissime difficoltà e motivi di dolore a causa dell’indebita ingerenza del potere civile. Talvolta infatti i Principi di questo mondo si proponevano sinceramente di assumere la protezione della Chiesa, ma molte volte ciò non avveniva senza danno e pericolo spirituale, perché più spesso essi erano guidati da calcoli politici e si preoccupavano troppo dei propri interessi.

6. Confessiamo che oggi siamo afflitti da grandissimo dolore perché in mezzo a voi mancano molti Pastori della Chiesa, a Noi carissimi, che per la Fede di Cristo sono tenuti in catene o sono impediti da altri ostacoli, e il cui ricordo Ci spinge ad elevare per essi a Dio ardentissime preghiere; tuttavia non senza speranza e Nostra grande consolazione vediamo oggi verificarsi il fatto che la Chiesa, finalmente sciolta da tanti impedimenti profani delle età passate, da questo Tempio Vaticano, come da un secondo Cenacolo degli Apostoli, per mezzo di voi possa alzare la sua voce, gravida di autorità e di maestà.

Compito principale del Concilio: difendere e diffondere la dottrina

5. 1. Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace.

2. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, e a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste.

3. Ciò mostra in qual modo si deve ordinare questa vita mortale, affinché, adempiendo i nostri doveri, ai quali siamo tenuti verso la Città terrena e quella celeste, possiamo raggiungere il fine a noi prestabilito da Dio. In altri termini, tutti quanti gli uomini, sia singoli che come società, finché questa vita lo permette, hanno il dovere di tendere senza tregua a conseguire i beni celesti, e servirsi per far questo delle realtà terrene, in modo però che l’uso dei beni temporali non rechi pregiudizio alla loro felicità eterna.

4. È certamente vero che il Signore ha pronunziato questa esortazione: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” [4]. Questo “prima” esprime dove devono essere dirette anzitutto le nostre forze e le nostre preoccupazioni; però non bisogna affatto trascurare le altre parole che seguono in questo comando del Signore: “e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” [5]. In realtà, nella Chiesa ci furono sempre e ci sono coloro, che, pur dedicandosi con tutte le forze alla pratica della perfezione evangelica, danno contemporaneamente il loro contributo al progresso civile, perché dagli esempi della loro vita e dalle loro benefiche iniziative di carità riceve non poco vigore e incremento quanto c’è di più alto e di più nobile nella società umana.

5. Ma perché tale dottrina raggiunga i molteplici campi dell’attività umana, che toccano le persone singole, le famiglie e la vita sociale, è necessario prima di tutto che la Chiesa non distolga mai gli occhi dal sacro patrimonio della verità ricevuto dagli antichi; ed insieme ha bisogno di guardare anche al presente, che ha comportato nuove situazioni e nuovi modi di vivere, ed ha aperto nuove vie all’apostolato cattolico.

6. Per questa ragione la Chiesa non è rimasta indifferente a quelle meravigliose scoperte dell’umano ingegno ed a quel progresso delle idee di cui oggi godiamo, né è stata incapace di onestamente apprezzarle; ma, seguendo con vigile cura questi fatti, non cessa di ammonire gli uomini perché, al di sopra dell’attrattiva delle realtà visibili, volgano gli occhi a Dio, fonte di ogni sapienza e di ogni bellezza, affinché essi, ai quali è stato detto: “Soggiogate la terra e dominatela” [6], non dimentichino quel rigorosissimo comando: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” [7], perché il fascino fuggente delle cose non impedisca il vero progresso.

In che modo va sviluppata oggi la dottrina

6. 1. Ciò premesso, Venerabili Fratelli, diventa chiaro che cosa è stato demandato al Concilio Ecumenico per quanto riguarda la dottrina.

2. Il ventunesimo Concilio Ecumenico — che si avvale dell’efficace e importante aiuto di persone che eccellono nella scienza delle discipline sacre, dell’esercizio dell’apostolato e della rettitudine nel comportamento — vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.

3. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli.

4. Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti.

5. Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.

In che modo vanno combattuti gli errori

7. 1. Aprendo il Concilio Ecumenico Vaticano II, è evidente come non mai che la verità del Signore rimane in eterno. Vediamo infatti, nel succedersi di un’età all’altra, che le incerte opinioni degli uomini si contrastano a vicenda e spesso gli errori svaniscono appena sorti, come nebbia dissipata dal sole.

2. Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando. Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nel progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano.

3. Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” [8]. In altri termini, la Chiesa offre agli uomini dei nostri tempi non ricchezze caduche, né promette una felicità soltanto terrena; ma dispensa i beni della grazia soprannaturale, i quali, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono di così valida difesa ed aiuto a rendere più umana la loro vita; apre le sorgenti della sua fecondissima dottrina, con la quale gli uomini, illuminati dalla luce di Cristo, riescono a comprendere a fondo che cosa essi realmente sono, di quale dignità sono insigniti, a quale meta devono tendere; infine, per mezzo dei suoi figli manifesta ovunque la grandezza della carità cristiana, di cui null’altro è più valido per estirpare i semi delle discordie, nulla più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna di tutti.

Promuovere l’unità nella famiglia cristiana e umana

8. 1. Questa sollecitudine della Chiesa nel promuovere e tutelare la verità deriva dal fatto che, secondo il piano di Dio, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” [9], senza l’aiuto dell’intera dottrina rivelata gli uomini non possono pervenire ad una assoluta e saldissima unità degli animi, cui sono collegate la vera pace e l’eterna salvezza.

2. Purtroppo tutta la comunità dei cristiani non ha ancora pienamente e perfettamente raggiunto questa visibile unità nella verità. La Chiesa Cattolica ritiene suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quell’unità che Cristo Gesù con ardentissime preghiere ha chiesto al Padre Celeste nell’imminenza del suo sacrificio; essa gode di pace soavissima, sapendo di essere intimamente unita a Cristo in quelle preghiere; di più, si rallegra sinceramente quando vede che queste invocazioni moltiplicano i loro frutti più generosi anche tra coloro che stanno al di fuori della sua compagine. Se ben consideriamo, questa stessa unità, che Cristo impetrò per la sua Chiesa, sembra quasi rifulgere di un triplice raggio di luce soprannaturale e salvifica, a cui corrispondono: l’unità dei cattolici tra di loro, che deve essere mantenuta fermissima e brillare come esempio; poi, l’unità che consiste nelle pie preghiere e nelle ardenti speranze con cui i cristiani separati da questa Sede Apostolica aspirano ad essere uniti con noi; infine, l’unità basata sulla stima e il rispetto verso la Chiesa Cattolica che nutrono coloro che seguono le diverse forme di religione non ancora cristiane.

3. A questo proposito – per quanto tutti gli uomini che nascono siano stati anch’essi redenti nel sangue di Cristo – c’è veramente da dolersi che tuttora gran parte del genere umano non partecipi ancora di quelle fonti di grazia soprannaturale che ci sono nella Chiesa Cattolica. Ne deriva che alla Chiesa Cattolica, la cui luce illumina tutte le cose e la cui forza di unità soprannaturale ridonda a vantaggio di tutta la comunità umana, si applicano perfettamente queste belle parole di San Cipriano: “Perfusa di luce, la Chiesa del Signore diffonde i suoi raggi sul mondo intero; è però un’unica luce che viene irradiata dovunque, né viene scissa l’unità del corpo. Estende i suoi rami su tutta la terra per il copioso rigoglio, espande a profusione i rivoli che scaturiscono con abbondanza; ma è unico il capo e unica l’origine e unica la madre fertile per le fortunate fecondità: da lei siamo partoriti, siamo nutriti dal suo latte, siamo vivificati dal suo spirito [10].

Venerabili Fratelli,

4. Questo si propone il Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale, mentre raccoglie insieme le migliori energie della Chiesa e si sforza con zelo di far accogliere dagli uomini più favorevolmente l’annunzio della salvezza, quasi prepara e consolida la via per realizzare quell’unità del genere umano, che è come il necessario fondamento, perché la Città terrena si organizzi a somiglianza della Città celeste “il cui re è la verità, la cui legge è la carità, la cui grandezza è l’eternità” [11].

Conclusione

9. 1. Ed ora “la nostra voce si rivolge a voi” [12], Venerabili Fratelli nell’Episcopato. Eccoci ormai radunati insieme in questa Basilica Vaticana, dove si trova il cardine della storia della Chiesa: dove ora il Cielo e la terra si uniscono in uno strettissimo abbraccio, qui presso il sepolcro di San Pietro, presso le tombe di tanti Santi Nostri Predecessori, le cui ceneri in quest’ora solenne sembrano quasi esultare di un fremito arcano.

2. Il Concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente! Tutto qui spira santità, suscita esultanza. Contempliamo infatti stelle aumentare con il loro chiarore la maestà di questo tempio, e siete voi, secondo la testimonianza dell’Apostolo Giovanni [13]; e per voi risplendere i candelabri d’oro intorno al sepolcro del Principe degli Apostoli, che sono le Chiese a voi affidate [14]. Vediamo anche le degnissime personalità che sono convenute a Roma dai cinque continenti, in rappresentanza delle proprie Nazioni, e che sono qui presenti con grande rispetto e in cortesissima attesa.

3. Si può dunque dire che i Santi e gli uomini cooperano nella celebrazione del concilio: i Santi del Cielo sono impegnati a proteggere i nostri lavori; i fedeli ad elevare a Dio ardenti preghiere; e voi tutti, assecondando prontamente le soprannaturali ispirazioni dello Spirito Santo, ad applicarvi attivamente perché le vostre fatiche rispondano pienamente alle attese e alle necessità dei diversi popoli. Perché ciò si avveri, si richiedono da voi la serena pace degli animi, la concordia fraterna, la moderazione delle iniziative, la correttezza delle discussioni, la saggezza in tutte le decisioni.

4. Che il vostro impegno e il vostro lavoro, ai quali sono rivolti non solo gli occhi dei popoli, ma anche le speranze del mondo intero, corrispondano largamente alle attese.

5.Dio Onnipotente, in te riponiamo tutta la fiducia, diffidando delle nostre forze. Guarda benigno a questi Pastori della tua Chiesa. La luce della tua grazia superna Ci assista nel prendere le decisioni, sia presente nell’emanare leggi; ed esaudisci prontamente le preghiere che rivolgiamo a te in unanimità di Fede, di voce, di animo.

6. O Maria, Aiuto dei Cristiani, Aiuto dei Vescovi, il cui amore abbiamo recentemente sperimentato in modo particolare nel tuo tempio di Loreto, dove abbiamo venerato il mistero dell’Incarnazione, con il tuo soccorso disponi tutto per un esito felice, fausto, propizio; insieme con il tuo Sposo San Giuseppe, con i Santi Apostoli Pietro e Paolo, con i santi Giovanni Battista ed Evangelista, intercedi per noi presso Dio.

7. A Gesù Cristo, amabilissimo Redentore nostro, Re immortale dei popoli e dei tempi, amore, potere e gloria nei secoli dei secoli. Amen (AAS 54 (1962), pp. 785-795).


[1] Lc 2,34.
[2] Lc 10,16.
[3] Lc 11, 23.
[4] Mt 6,33.
[5] Mt 6,33.
[6] Cf. Gen 1,28.
[7] Mt 4,10; Lc 4,8.
[8] At 3,6.
[9] 1Tm 2,4.
[10] De Catholicae Ecclesiae unitate, 5.
[11] S. AGOSTINO, Ep. CXXXVIII, 3.
[12] 2 Cor 6,11 Vlg.
[13] Cf. Ap 1,20.
[14] Cf. Ap 1,20.

Indizione del Concilio Vaticano II – 25 gennaio 1959

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ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII CON LA QUALE ANNUNCIA IL SINODO ROMANO, IL CONCILIO ECUMENICO E L’AGGIORNAMENTO DEL CODICE DI DIRITTO CANONICO

Sala capitolare del Monastero di San Paolo – Domenica, 25 gennaio 1959

Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri,

Questa festiva ricorrenza della Conversione di San Paolo, radunandoci qui intorno alla tomba dell’Apostolo, presso la sua Basilica insigne, Ci ha suggerito di aprire l’animo Nostro confidente alla vostra bontà e comprensione circa alcuni punti più luminosi di attività apostolica, che questi tre primi mesi di presenza e di contatto con l’ambiente ecclesiastico Romano Ci hanno suggerito.

Ci sta innanzi la sola prospettiva del bonum animarum e di una corrispondenza ben netta e definita del nuovo Pontificato con le spirituali esigenze dell’ora presente.

Sappiamo che da molte parti amiche e fervorose, e da altre malevole, o incerte, si guarda al nuovo Papa in attesa di ciò che di più caratteristico si è in diritto di attendere da Lui.

È ben naturale che sul tessuto della quotidiana attività, che accoglie le più accresciute e le ordinarie manifestazioni del compito pastorale, venga fissato qualche punto più distinto, quasi a segnare la nota, se non la principale e la sola, però una delle più espressive della fisionomia di un Pontificato, che sta prendendo il suo posto più o meno felicemente nella storia.

Ebbene, Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri, ripensando al duplice compito affidato ad un Successore di San Pietro, apparisce subito la duplice sua responsabilità di Vescovo di Roma e di Pastore della Chiesa universale. Due espressioni di una sola investitura sovrumana: due attribuzioni che non si possono scindere, che si debbono anzi comporre tra loro, ad incoraggiamento e ad edificazione del clero e di tutto il popolo cristiano.

Ecco innanzitutto Roma: nel corso di quaranta anni completamente trasformata in tutt’altra città da quando la conoscemmo nella Nostra giovinezza. Qua e là ancora si scorgono le sue linee architettoniche fondamentali più vetuste, che talora costa qualche pena il rintracciare, soprattutto alla periferia avviluppata ormai in un agglomerato di case, di case, di case, di famiglie, di famiglie, qui convenute da ogni parte del continente Italico, dalle isole circostanti, e si può dire da tutta la terra. Un vero alveare umano da cui si svolge un brusìo ininterrotto di voci confuse, in cerca di accordi, che facilmente si intrecciano e si disfanno, rendendo faticoso e lento lo sforzo di unificazione di spiriti e di energie costruttive per un ordine corrispondente alle esigenze della vita religiosa, civica e sociale dell’ Urbe.

Il Signor Cardinale Vicario Ci ha messo con grande diligenza al corrente della situazione spirituale di Roma dal punto di vista della pratica religiosa, dell’assestamento delle varie istituzioni di carattere parrocchiale, di culto, di assistenza, di istruzione cristiana: e Ci piace cogliere questa occasione per rendere omaggio alla realtà di uno sforzo commendevole, suo e dei suoi collaboratori, alacre ed incessante di vigilanza e di apostolato, esercitato dal vertice alla periferia da parte del clero secolare e regolare, fino ai collaboratori delle Associazioni cattoliche, con intenzioni rette e chiare di ciascuno, con operosità costante e sincera.

Accade per altro di dover constatare che l’episodio evangelico delle turbe chiamate a seguire il Signore e ad accostarsi a Lui, ma incapaci ed impotenti a trovarsi il cibo nutriente della grazia, si rinnova e tocca il cuore ansioso del pastore. Pochi pani: pochi pesci: « quid sunt inter tantos? ». Con questo accenno è detto tutto: quanto ad un incremento di energie, di coordinazione di sforzi individuali e collettivi atti a produrre, con l’aiuto del Signore, una coltivazione spirituale intensa, per una produzione più copiosa e felice di frutti benefici e santi nel senso dell’« adveniat regnum tuum », in un fervore di vita parrocchiale e diocesana più feconda.

Che se il Vescovo di Roma allarga lo sguardo Suo sul inondo tutto intero del cui governo spirituale è fatto responsabile per la divina missione affidataGli della successione del supremo apostolato, oh! lo spettacolo: lieto da una parte dove la grazia di Cristo continua a moltiplicare frutti e portenti di spirituale elevazione, di salute e di santità in tutto il mondo: e triste dall’altra innanzi all’abuso e al compromesso della libertà dell’uomo, che non conoscendo i cieli aperti, e rifiutandosi alla fede in Cristo Figlio di Dio, redentore del mondo e fondatore della Santa Chiesa, si volge tutto alla ricerca dei cosiddetti beni della terra, sotto la ispirazione di colui che il Vangelo chiama principe delle tenebre, principe di questo mondo — come lo qualificò Gesù stesso nell’ultimo suo discorso dopo la Cena — organizza la contraddizione e la lotta contro la verità e contro il bene, la posizione nefasta che accentua la divisione fra quelle che il genio di Sant’Agostino chiama le due città, mantenendo sempre attivo lo sforzo della confusione per ingannare, se possibile, anche gli eletti, per trarli a rovina.

A colmo di sventura per la schiera dei figli di Dio e della Santa Chiesa si aggiunge la tentazione e l’attraimento verso i vantaggi di ordine materiale che il progresso della tecnica moderna per sé indifferente — ingrandisce ed esalta.

Tutto ciò — diciamo, questo progresso — mentre distrae dalla ricerca dei beni superiori, infiacchisce le energie dello spirito, conduce al rilassamento della compagine della disciplina e del buon ordine antico, con grave pregiudizio di ciò che costituì la forza di resistenza della Chiesa e dei suoi figli agli errori, i quali in realtà sempre nel corso della storia del cristianesimo, portarono a divisioni fatali e funeste, a decadimento spirituale e morale, a rovina di nazioni.

Questa constatazione desta nel cuore dell’umile sacerdote, che la indicazione manifesta della Divina Provvidenza condusse, benché indegnissimo, a questa altezza del Sommo Pontificato, desta — diciamo — una risoluzione decisa per il richiamo di alcune forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della Chiesa. in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia, per la chiarezza del pensiero, per la compattezza della unità religiosa, per la fiamma più viva del fervore cristiano che noi continuiamo a riconoscere, anche in riferimento al benessere della vita di quaggiù, ricchezza abbondante « de rore coeli et de pinguedine terrae » (Gen. XXVII, 28).

Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale.

Per voi, Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri, non occorrono illustrazioni copiose circa la significazione storica e giuridica di queste due proposte. Esse condurranno felicemente all’auspicato e atteso aggiornamento del Codice di Diritto Canonico, che dovrebbe accompagnare e coronare questi due saggi di pratica applicazione dei provvedimenti di ecclesiastica disciplina, che lo Spirito del Signore Ci verrà suggerendo lungo la via. La prossima promulgazione del Codice di Diritto Orientale ci dà il preannunzio di questi avvenimenti.

Per la giornata odierna basta questa comunicazione fatta a tutto insieme il Sacro Collegio qui radunato, riservandoCi di trasmetterla agli altri Signori Cardinali tornati alle varie sedi episcopali loro affidate, sparse nel mondo intero.

Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno.

La conoscenza che Ci era già abbastanza familiare, e che questi tre mesi dalla Nostra introduzione al servizio « servorum Dei » ha confermata ed amplificata, Ci incoraggia a confidare nella grazia celeste: innanzitutto nella intercessione della Immacolata Madre di Gesù e Madre nostra, nella protezione ilei Santi Pietro e Paolo « Apostolorum Principum »; nonché dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, Nostri particolari patroni, e di tutti i Santi della Curia celeste. Da tutti imploriamo un buon inizio, continuazione, e felice successo di questi propositi di forte lavoro, a lume, ad edificazione ed a letizia di tutto il popolo cristiano, a rinnovato invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra.

Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Come Ci tornano soavi ed incoraggianti le parole di San Leone Magno, che la Sacra Liturgia ci invita ora più sovente a recitare. Oggi stesso vibra più vivo il saluto di San Paolo, il convertito di Damasco, che qui ci ha accolti presso le sue più sacre memorie: « Corona mea … et gaudium vos estis, si fides vestra, quae ab initio Evangelii in universo mundo praedicata est, in dilectione et sanctitate permanserit » (S. Leo M., Sermo 2).

Oh! che saluto è questo: tutto degno della nostra famiglia spirituale. Dilectio et sanctitas: un saluto ed un augurio. Benedictio Dei omnipotentis Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Papa Giovanni XXIII – La biografia

Gen 1, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione  //  No Comments

Giovanni XXIII nacque a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, il 25 novembre 1881, primo figlio maschio di Marianna Mazzola e di Giovanni Battista Roncalli. La sera stessa il neonato venne battezzato dal parroco don Francesco Rebuzzini, ricevendo il nome di Angelo Giuseppe. Gli fece da padrino l’anziano prozio Zaverio Roncalli, il primo dei sette zii di papà Battista, uomo molto pio, che, rimasto celibe, si era assunto il compito di educare religiosamente i numerosi nipoti. Il futuro Giovanni XXIII conservò un ricordo commosso e riconoscente per le cure e le sollecitudini di questo vecchio patriarca.

Manifestando fin dalla fanciullezza una seria inclinazione alla vita ecclesiastica, terminate le elementari, si preparò all’ingresso nel seminario diocesano ricevendo un supplemento di lezioni di italiano e latino da alcuni sacerdoti del luogo e frequentando il prestigioso collegio di Celana. Il 7 novembre 1892 fece il suo ingresso nel seminario di Bergamo, dove fu ammesso alla terza classe ginnasiale. Dopo un avvio difficoltoso per l’insufficiente preparazione, non tardò a distinguersi sia nello studio che nella formazione spirituale, tanto che i superiori lo ammisero prima del compimento del quattordicesimo anno alla tonsura. Avendo proficuamente terminato nel luglio del 1900 il secondo anno di teologia, fu inviato il gennaio successivo a Roma presso il seminario romano dell’Apollinare, dove esistevano alcune borse di studio a favore dei chierici bergamaschi. Pur con l’intermezzo di un anno di servizio militare prestato a Bergamo a partire dal 30 novembre 1901, la formazione seminaristica risultò particolarmente fruttuosa.

Il 13 luglio 1904, alla giovanissima età di ventidue anni e mezzo, conseguì il dottorato in teologia. Con il più lusinghiero giudizio dei superiori, il 10 agosto 1904, fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Maria di Monte Santo; celebrò la prima Messa il giorno seguente nella Basilica di S. Pietro, durante la quale ribadì la sua donazione totale a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Dopo un breve soggiorno nel paese natale, nell’ottobre iniziò a Roma gli studi di diritto canonico, interrotti nel febbraio del 1905, quando fu scelto quale segretario dal nuovo Vescovo di Bergamo Mons. Giacomo Radini Tedeschi. Furono circa dieci anni di intenso impegno accanto ad un Vescovo autorevole, molto dinamico e ricco di iniziative che contribuirono a fare della diocesi bergamasca un modello per la Chiesa italiana.

Oltre al compito di segretario, svolse altri numerosi incarichi. Dal 1906 ebbe l’impegno dell’insegnamento di numerose materie in seminario:  storia ecclesiastica, patrologia e apologetica; dal 1910 gli fu assegnato anche il corso di teologia fondamentale. Salvo brevi intervalli, svolse questi incarichi fino al 1914. Lo studio della storia gli consentì l’elaborazione di alcuni studi di storia locale, tra cui la pubblicazione degli Atti della Visita Apostolica di s. Carlo a Bergamo (1575), una fatica durata decenni e portata a termine alla vigilia dell’elezione al Pontificato. Fu anche direttore del periodico diocesano “La Vita Diocesana” e dal 1910 assistente dell’Unione Donne Cattoliche. La prematura scomparsa di Mons. Radini nel 1914 pose fine ad un’esperienza pastorale eccezionale, che, se pur segnata da qualche sofferenza come l’infondata accusa a lui rivolta di modernismo, il futuro Giovanni XXIII considerò sempre punto di riferimento fondamentale per l’assolvimento degli incarichi a cui fu di volta in volta chiamato. Lo scoppio della guerra nel 1915 lo vide prodigarsi per più di tre anni come cappellano col grado di sergente nell’assistenza ai feriti ricoverati negli ospedali militari di Bergamo, giungendo ad atti di autentico eroismo. Nel luglio del 1918 accettò generosamente di prestare servizio ai soldati affetti da tubercolosi, sapendo di rischiare la vita per il pericolo di contagio.

Del tutto inaspettato giunse nel dicembre del 1920 l’invito del Papa a presiedere l’opera di Propagazione della Fede in Italia, quando a Bergamo aveva da poco avviato l’esperienza della Casa degli studenti, un’istituzione a metà tra il pensionato e il collegio, e contemporaneamente fungeva da direttore spirituale in seminario. Dopo forti titubanze, finì con l’accettare, iniziando con molta cautela un incarico che si presentava molto delicato per i rapporti con le organizzazioni missionarie già esistenti. Compì un lungo viaggio all’estero per la realizzazione del progetto della Santa Sede mirante a portare a Roma le varie istituzioni di sostegno alle missioni e visitò diverse diocesi italiane per la raccolta di fondi e l’illustrazione delle finalità dell’opera da lui presieduta.

Nel 1925 con la nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria iniziò il periodo diplomatico a servizio della Santa Sede, che si prolungò fino al 1952. Dopo l’ordinazione episcopale avvenuta a Roma il 19 marzo 1925, partì per la Bulgaria con il compito soprattutto di provvedere ai gravi bisogni della piccola e disastrata comunità cattolica. L’incarico inizialmente a termine si trasformò in una permanenza decennale, durante la quale Roncalli pose le basi per la fondazione di una Delegazione Apostolica, di cui lui stesso venne nominato primo rappresentante nel 1931. Non senza difficoltà riuscì a riorganizzare la Chiesa cattolica, ad instaurare relazioni amichevoli con il Governo e la Casa Reale bulgara, nonostante l’incidente del matrimonio ortodosso di re Boris con la principessa Giovanna di Savoia, e ad avviare i primi contatti ecumenici con la Chiesa Ortodossa bulgara. Il 27 novembre 1934 fu nominato Delegato Apostolico in Turchia ed in Grecia, paesi anche questi senza relazioni diplomatiche con il Vaticano. A differenza della Grecia, dove l’azione di Roncalli non ottenne risultati di rilievo, le relazioni con il governo turco invece migliorano progressivamente per la comprensione e la disponibilità mostrate dal Delegato nell’accettare le misure ispirate dalla politica di laicizzazione perseguite da quel governo. Con tatto e abilità organizzò alcuni incontri ufficiali con il Patriarca di Costantinopoli, i primi dopo secoli di separazione con la Chiesa Cattolica.

Durante la Seconda Guerra Mondiale conservò un prudenziale atteggiamento di neutralità, che gli permise di svolgere un’efficace azione di assistenza a favore degli Ebrei, salvati a migliaia dallo sterminio, e a favore della popolazione greca, stremata dalla fame.

Inaspettatamente, per decisione personale di Pio XII, fu promosso alla prestigiosa Nunziatura di Parigi, dove giunse con grande sollecitudine il 30 dicembre 1944. Lo attendeva una situazione particolarmente intricata. Il governo provvisorio chiedeva la destituzione di ben trenta Vescovi, accusati di collaborazionismo con il governo di Vichy. La calma e l’abilità del nuovo Nunzio riuscirono a limitare a solo tre il numero dei Vescovi destituiti. Le sue doti umane lo imposero alla stima dell’ambiente diplomatico e politico parigino, dove instaurò rapporti di cordiale amicizia con alcuni massimi esponenti del governo francese. La sua attività diplomatica assunse una esplicita connotazione pastorale attraverso visite a molte diocesi della Francia, Algeria compresa.

L’effervescenza e l’ansia apostolica della Chiesa francese, testimoniata dall’avvio dell’esperienza dei preti operai, trovarono in Roncalli un osservatore attento e prudente, che riteneva necessario un congruo periodo di tempo prima di una decisione definitiva.

Coerentemente al suo stile di obbedienza, accettò prontamente la proposta di trasferimento alla sede di Venezia ove giunse il 5 marzo 1953, fresco della nomina cardinalizia decisa nell’ultimo Concistoro di Pio XII. Il suo episcopato si caratterizzò per lo scrupoloso impegno con cui adempì i principali doveri del Vescovo, la visita pastorale e la celebrazione del Sinodo diocesano. La rievocazione della storia religiosa di Venezia gli suggerì iniziative pastorali nuove, come il progetto di riavvicinare i fedeli alla Sacra Scrittura, rifacendosi alla figura del proto-patriarca s. Lorenzo Giustiniani, solennemente commemorato nel corso del 1956.

L’elezione, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne Cardinale Roncalli a Successore di Pio XII induceva molti a pensare ad un Pontificato di transizione. Ma fin dall’inizio Giovanni XXIII rivelò uno stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale maturata attraverso una significativa serie di esperienze. Oltre a ripristinare il regolare funzionamento degli organismi curiali, si preoccupò di conferire un’impronta pastorale al suo ministero, sottolineandone la natura episcopale in quanto Vescovo di Roma. Convinto che il diretto interessamento della diocesi costituiva una parte essenziale del Ministero Pontificio, moltiplicò i contatti con i fedeli tramite le visite alle parrocchie, agli ospedali e alle carceri. Attraverso la convocazione del Sinodo diocesano volle assicurare il regolare funzionamento delle istituzioni diocesane mediante il rafforzamento del Vicariato e la normalizzazione della vita parrocchiale.

Il più grande contributo giovanneo è rappresentato senza dubbio dal Concilio Vaticano II, il cui annuncio fu dato nella basilica di s. Paolo il 25 aprile 1959. Si trattava di una decisione personale, presa dal Papa dopo consultazioni private con alcuni intimi e col Segretario di Stato, Cardinale Tardini. Le finalità assegnate all’Assise Conciliare, elaborate in maniera compiuta nel discorso di apertura dell’11 ottobre 1962, erano originali:  non si trattava di definire nuove verità, ma di riesporre la dottrina tradizionale in modo più adatto alla sensibilità moderna. Nella prospettiva di un aggiornamento riguardante tutta la vita della Chiesa, Giovanni XXIII invitava a privilegiare la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione in una rinnovata consapevolezza della missione ecclesiale che abbracciava tutti gli uomini. In quest’apertura universale non potevano essere escluse le varie confessioni cristiane, invitate anch’esse a partecipare al Concilio per dare inizio ad un cammino di avvicinamento. Nel corso della prima fase si poté costatare che Giovanni XXIII voleva un Concilio veramente deliberante, di cui rispettò le decisioni dopo che tutte le voci ebbero modo di esprimersi e di confrontarsi.

Nella primavera del 1963 fu insignito del Premio “Balzan” per la pace a testimonianza del suo impegno a favore della pace con la pubblicazione delle Encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in terris (1963) e del suo decisivo intervento in occasione della grave crisi di Cuba nell’autunno del 1962. Il prestigio e l’ammirazione universali si poterono misurare pienamente in occasione delle ultime settimane della sua vita, quando tutto il mondo si trovò trepidante attorno al capezzale del Papa morente ed accolse con profondo dolore la notizia della sua scomparsa la sera del 3 giugno 1963.


Per maggiori informazioni: Fondazione Papa Giovanni XXIII

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