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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Solennità dell’Immacolata

Dic 9, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Una parola chiave del Vangelo dell’Annunciazione (Lc 1,26-), che leggiamo in questa solennità dell’Immacolata, è la parola “grazia”.

La troviamo la prima volta al versetto 28, quando l’angelo chiama Maria “piena di grazia”.

E lo fa non perché non ne conosca il nome: subito dopo, infatti, la chiama con il suo nome proprio, Maria. Ma qui, nelle sue prime parole, sembra quasi che il nome proprio di Maria sia questo: “piena di grazia”.

E la troviamo di nuovo al versetto 30: “non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”.

Maria è una donna raggiunta dalla grazia del Signore; non ha altre prerogative, altre capacità o possibilità, né titoli o meriti. Anzi, tutto, in lei, è nel segno della precarietà e dell’impotenza: è una donna, di un paesino sconosciuto e periferico, e non è ancora nemmeno sposata.

In realtà, nella storia della salvezza, ogni evento di elezione è sempre andato in questa linea: chiunque sia stato scelto per un servizio al popolo eletto, lo è stato non in virtù di qualche qualità o dote particolare, ma semmai al contrario, proprio per l’assenza di meriti; lo è stato sempre e solo per grazia.

Possiamo dire allora che, entrando nel mondo per iniziare la tappa nuova e definitiva della storia della salvezza, Dio riposiziona le fondamenta, ridispone delle basi solide. E questa base è una sola, ed è la sua grazia.

La grazia per prima cosa crea turbamento e interrogativi, riempie di domande, dà le vertigini (Lc 1,29: “A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”).

Maria non entra nella storia come una persona che sa il fatto suo, convinta di potercela fare. Entra nella storia come chi è consapevole che l’elezione è sempre qualcosa di sproporzionato, di eccessivo, di impossibile all’uomo da solo, qualcosa che va oltre la nostra misura. Per questo la grazia inquieta, e richiede sempre a chi la riceve un esodo, un passaggio. La grazia sorprende sempre.

La grazia divina, inoltre, collabora: non fa tutto da sola, non si sostituisce, non si limita a dare ordini. Sceglie la via del dialogo, perché la grazia si fida e si affida. In fondo la grazia è qualcosa di estremamente fragile, perché accetta di consegnarsi all’accoglienza dell’altro, accetta di dipendere dal “sì” della ragazza di Nazareth.

La grazia, poi, rende l’uomo capace di generare qualcosa di eterno. L’angelo lo ripete più volte, quando dice che ciò che accadrà in Maria sarà qualcosa di grande, qualcosa che non avrà fine (Lc 1,32: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”).

La grazia, infine, suscita un desiderio. Non costringe, non impone, non forza nessuno; ma nemmeno lascia liberi di rimanere rinchiusi nelle piccole misure del proprio io. Suscita un desiderio infinito. La risposta di Maria esprime in maniera particolare quel desiderio che è subito sbocciato in lei: “avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38). Usa un tempo verbale raro, che non riusciamo a tradurre nelle nostre lingue e che esprime chiaramente la sua partecipazione, il desiderio che tutto ciò avvenga.

Suscita quel desiderio di fronte al quale ogni altro desiderio impallidisce e svanisce, e quando qualcuno ritrova questo desiderio dentro di sé, non può più tornare indietro, non può non obbedire a ciò che ha in cuore.

Gesù farà proprio questo: raggiungerà gratuitamente tanta gente dispersa, e susciterà quel desiderio capace di trasformare la vita.

Abbiamo iniziato con la parola “grazia”, concludiamo con la parola “desiderio”.

Ecco, potremmo dire che i pilastri della nuova vita, che inizia con questo evento misterioso nella sperduta cittadina di Nazaret, siano proprio queste due parole. Da una parte Dio, con il suo amore gratuito e preveniente. Dall’altra l’uomo, ridestato dalla grazia ad una nuova e più profonda capacità di desiderio, di attesa, di risposta, di dono.

+ Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: I Domenica di Avvento, anno A

Nov 30, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Iniziamo oggi un nuovo Anno Liturgico, in cui saremo accompagnati dalla lettura del Vangelo di Matteo.

In questa prima domenica d’Avvento, il brano di Vangelo (Mt 24,37-44) è tratto dal capitolo 24, che, insieme al 25, riporta l’ultimo dei cinque discorsi che l’evangelista raccoglie nel suo racconto.

Si tratta del discorso “escatologico”: di fronte agli eventi drammatici che stanno per accadere, Gesù mette in guardia i suoi discepoli, perché siano vigilanti e sappiano attraversare la storia senza aggrapparsi a nulla, se non alla certezza del ritorno del Signore.

Quanto è certo che il Signore tornerà, altrettanto è certo che nessuno può conoscerne i tempi: il brano di oggi è preceduto da un versetto (Mt 24, 36), in cui Gesù afferma che nessuno conosce l’ora del compimento della storia, se non il Padre. Lo stesso concetto conclude il brano (Mt 24,44), formando un’inclusione e offrendo così la chiave di lettura: il Figlio dell’uomo viene, ma in un modo e in un tempo che nessuno conosce; e per questo bisogna essere preparati alla sua venuta, in ogni momento.

La cosa importante, dunque, non è conoscere i tempi, ma piuttosto essere vigilanti, saper attendere.

Sembra invece che il grande rischio sia quello di dimenticare questa verità.

Gesù fa un esempio ripensando e rileggendo l’evento del diluvio. I contemporanei di Noè sono descritti intenti alle cose normali della vita: mangiare, bere, sposarsi (Mt 24, 38). Non stanno facendo nulla di male, evidentemente, ma stanno facendo solo questo. Sono tutti intenti a fare queste cose come se la vita fosse solo questo, come se non ci fosse nient’altro, per cui non si accorgono (Mt 24,39) che qualcos’altro stava invece accadendo.

Così è per il ritorno del Signore (Mt 24,39).

E qui Gesù è ancora più esplicito, quando dice che due uomini saranno in un campo, e uno sarà preso e l’altro lasciato; due donne staranno macinando, l’una sarà presa e l’altra lasciata (Mt 24,40-41). Per dire che stavano facendo esattamente la stessa cosa, non cose diverse, cose che potrebbero giustificare un diverso giudizio. Non è che uno stava facendo una cosa cattiva, né peggiore dell’altro.

Ma uno dei due viene lasciato lì, perché per lui c’era solo quello, la vita finiva lì, non conosceva altro, non si attendeva altro se non quello che stava vivendo.

Allora, si tratta proprio di fare le stesse cose, le cose normali della vita, niente di più. Ma, evidentemente, di farle in un modo diverso. Si tratta di farle sapendo che non sono tutto, che non esauriscono la vita, non chiudono l’orizzonte; per cui, quando il Signore viene, si possono anche lasciare, perché la vita non è tutta lì.

Si tratta di vivere le cose normali della vita come il luogo dove il Signore viene, dove si manifesta, dove lo si può incontrare.

Sono tutte cose buone, le cose della vita. Ma se sono solo quelle, se non si attende altro, quelle stesse cose diventano la nostra rovina. Se a ciò che si fa non manca nulla, se siamo convinti che basta farle e magari farle bene, quelle stesse cose sono la nostra morte.

Il Vangelo di oggi ci mette in guardia anche dall’eccesso opposto, quando dice che come un ladro, quando va a scassinare una casa, non dà il preavviso, così fa il Signore quando viene (Mt 24,43). Perché non ci preavvisa? Non sarebbe meglio, non ci aiuterebbe ad essere più pronti?

In realtà, se noi sapessimo quando il Signore viene, smetteremmo di fare le cose di sempre, per aspettare Lui. Potremmo cadere nell’abbaglio che essere pronti significhi smettere di fare quelle cose di cui parlavamo prima, quelle di una vita normale: mangiare, bere, lavorare, sposarsi…. Invece il Signore viene proprio lì, si manifesta dentro l’ordinario, dentro la normalità, dentro la fatica di ogni giorno.

Inizia dunque l’Avvento: un tempo in cui non fare nulla di più di quanto stiamo già facendo, ma neanche nulla di meno. Non dobbiamo smettere di fare le cose della vita, per aspettare il Signore, ma semplicemente viverle come il luogo della sua venuta, il luogo del nostro incontro con Lui.

+ Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Solennità di Cristo Re dell’universo 2019

Nov 23, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 23, 35-43) ci porta al Golgota, dove vediamo Gesù condannato a morte e inchiodato alla croce.

Gesù non è solo: ai piedi della croce c’è il popolo, che sta a vedere; poi ci sono i capi del popolo, i soldati (Lc 23,35-36) e, crocifissi insieme a Lui, due malfattori.

A Gesù vengono poste due tipi di domande.

La prima, rivoltagli in tono di scherno, gli chiede di scendere da quella croce, di salvarsi la vita. È una domanda ripetuta tre volte, prima dai capi, poi dai soldati e, infine, da uno dei due malfattori.

La domanda è provocatoria e, nella sua composizione, ricorda da vicino le tre tentazioni di Gesù nel deserto. Gesù sapeva di essere atteso, a Gerusalemme, dal diavolo, che lo avrebbe di nuovo messo alla prova: nel racconto delle tentazioni, secondo il Vangelo di Luca, “dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). Ora questo momento è venuto e anche qui, come nel deserto, Gesù deve scegliere se essere un uomo come ogni altro uomo, oppure se preferire, almeno questa volta, la via del potere, del sensazionale e del miracolistico. Se fidarsi della propria forza o se affidarsi al Padre.

Di fronte a questa domanda, Gesù tace.

C’è una seconda domanda, che invece Gesù ascolta con interesse, a cui risponde. Il secondo malfattore, infatti, prima parla con il suo compagno, rimproverandolo di una cosa fondamentale, di non aver capito che Dio si è lasciato condannare alla nostra stessa pena, e ha fatto questo solo per poter stare con noi, lì dove noi ci siamo persi.

Poi si rivolge direttamente a Gesù. Lo chiama per nome, come si fa con una persona amica. Non gli chiede di scendere dalla croce, né di far scendere lui.

Gli chiede di più, perché ha capito che a quell’uomo, capace di morire così, perdonando, si può chiedere tutto. Intuisce che Gesù ha un Regno che va oltre la morte, e gli chiede di essere ricordato lì.

Lo fa umilmente, non accampando nessun merito, anzi, riconoscendo tutto il proprio male, come il pubblicano al tempio. E, come lui, torna a casa giustificato (Lc 18,13-14).

Infatti a questa domanda, a differenza della prima, Gesù risponde.

Lo fa in modo solenne, iniziando con un Amen, un sì senza alcuna possibilità di ripensamento, e prosegue con una promessa.

Ogni volta che, nella Bibbia, Dio promette qualcosa, promette sempre nel segno dell’abbondanza, dell’eccedenza. Così anche oggi: Gesù non potrebbe promettere di più.

E poiché il malfattore ha intuito che Dio, per poter stare con noi, si è caricato del nostro peccato, del nostro fallimento e del nostro dolore, allora può accogliere l’amore di Cristo, la grazia di essere con Lui, nel Suo Regno: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Accade allora che a quest’uomo, senza più alcuna speranza, si apre un mondo nuovo. Quello che doveva essere l’ultimo giorno della sua vita, diventa il primo della vita vera, eterna, quella che consiste nello stare con il Signore.

Gesù fa questo: muore aprendo il Regno a chiunque si riconosce bisognoso di perdono, a chiunque prega: a costoro, senza alcun merito, dona di essere con Lui.

Siamo giunti al termine dell’anno liturgico, che ci ha condotti a rivivere, attraverso le celebrazioni dei diversi tempi e delle varie feste della nostra fede, tutto il mistero della vita del Signore Gesù.

Abbiamo visto, nel Natale, che Gesù è il Dio con noi.

Poi abbiamo celebrato la Pasqua, che ci ha rivelato un Dio per noi.

Infine c’è stata la Pentecoste, e con la Pentecoste abbiamo celebrato il Dio in noi.

Oggi l’anno liturgico si conclude con questa solennità, con questo Vangelo. Cosa celebriamo? Cosa possiamo celebrare più del Natale, della Pasqua, della Pentecoste?

Oggi celebriamo il fatto che noi siamo con Lui, nel Suo Regno.

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Nov 16, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Anche se il brano di Vangelo di oggi (Lc 21,5-19) non segue immediatamente, nel racconto di Luca, quello di domenica scorsa (Lc 20,27-38), potrebbe essere utile tenerli presenti insieme.

Siamo ancora nel tempio, e sono ormai finite le dispute con i capi del popolo, gli scribi e i sadducei.

In questo ultimo capitolo, che precede il racconto della Passione, Gesù invita i suoi discepoli alla vigilanza, perché i tempi che si vanno preparando sono tempi difficili.

L’occasione per questa riflessione di Gesù viene da alcuni che si soffermano a parlare della bellezza del tempio, delle sue pietre e dei suoi doni votivi (Lc 21,5). Ebbene – dice Gesù –  tutto questo è vero, ma il tempio non è eterno; anzi, verranno giorni, nei quali di tutta questa bellezza non rimarrà praticamente nulla (Lc 21,6). Il tempio è bello, ma non durerà per sempre.

Domenica scorsa, con l’esempio della donna che ha avuto sette mariti diversi, abbiamo ascoltato il racconto di una vita sterile che, nonostante tutti i tentativi permessi e suggeriti dalla Legge, era incapace di vincere la morte.

Qui vediamo un tempio, uno spazio sacro che, nonostante tutta la sua bellezza, non può reggere l’urto del tempo e quindi non può essere davvero un luogo di salvezza.

Ma allora, dove cercare salvezza, dove appoggiare la propria vita nei tempi difficili annunciati dal Messia?

La risposta di Gesù è paradossale, e dice che la realizzazione del Regno non si riconosce dal fatto che tutto va bene, che le cose funzionano, che si ha successo… Di tutto questo, come le pietre belle del tempio, non rimane nulla. Al contrario, la presenza del Regno del Padre si riconosce infallibilmente da un unico segno sicuro, ovvero dal fatto che i discepoli incontreranno difficoltà e persecuzione.

Verrebbe spontaneo pensare il contrario, e giudicare il Regno con i criteri umani del successo e della riuscita.

Gesù invece richiama i suoi a fare attenzione a non cadere nel tranello del successo, ed è su questo che bisogna essere vigilanti e non farsi ingannare: è necessario uno sguardo nuovo, come quello del cieco guarito che Gesù ha incontrato alle porte di Gerico (Lc 18,35-42).

Se lo sguardo è malato, si confonde, non vede il Signore dove Lui si fa presente e lo vede invece dove non c’è (Lc 21,8: “Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!”)

Dove i suoi discepoli incontrano invece il Signore? Ovunque attraversano la prova (Lc 21,12: “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno”) e l’attraversano senza paura, senza la preoccupazione di doversi difendersi da sé (Lc 21,13: “Avrete allora occasione di dare testimonianza”), con la fiducia che il Padre custodisce anche il più piccolo particolare della loro vita (Lc 21,18: “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”).

La persecuzione è in qualche modo necessaria, perché è segno di quella mentalità nuova, che il mondo non riconosce come sua e che quindi rifiuta. È necessaria, ma non è l’ultima parola, non è tutto, perché proprio dentro la persecuzione i cristiani possono testimoniare la loro appartenenza al loro Signore: non si riconoscono da altri segni se non da questa capacità di attraversare la prova senza paura di morire.

Tutto questo, però, non viene da loro, dalle loro forze o capacità: “Io vi darò parola e sapienza” (Lc 21,15).

È un dono, che va semplicemente accolto, ma proprio per questo suo essere dono, questa capacità è sicura, stabile, definitiva, a differenza delle belle pietre del tempio, che non reggono il tempo e la violenza degli uomini.

Allora si tratta di essere vigilanti, che non significa cercare in ogni modo di evitare il dolore, il rifiuto, la morte.

Rimaniamo, al contrario, persone fragili, ma libere dall’ossessione di doversela sempre cavare, di doversi salvare da sé, di non dovere sbagliare mai; libere dall’idolatria del nostro io, dal dover curare l’apparenza, come le pietre belle del tempio.

Libere dall’idea che la sofferenza sia sbagliata, che la debolezza sia frustrante, e capaci di riconoscere come, dentro la nostra umanità debole, il Signore ci unisce a Sé.

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXXII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Nov 16, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ci viene offerto dalla Liturgia di questa domenica (Lc 20,27-38) è ambientato in un contesto diverso rispetto alle domeniche scorse.

Se finora, infatti, abbiamo seguito Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme, oggi lo vediamo dopo il suo ingresso nella Città santa. In questo capitolo 20 e nel contesto del tempio, l’evangelista presenta diverse diatribe tra Gesù e gli scribi, i farisei e, come in questo caso, i sadducei. Le discussioni con Gesù sono su argomenti diversi che però, letti assieme, ci aiutano ad avere una visione più completa del brano di oggi sulla risurrezione. Si inizia con il discutere sull’autorità di Gesù (v. 2); Gesù torna a parlare di Giovanni il Battista e del suo ruolo profetico (vv. 3-8); segue poi la parabola del padrone della vigna e dei vignaioli omicidi (vv.9-19), che si riferisce a Gesù, alla sua venuta a Gerusalemme e al suo destino di morte, pur essendo il profeta più grande di tutti; c’è poi la domanda sul tributo a Cesare (vv. 20-26), perché sarà ai romani che Gesù verrà consegnato per la sua esecuzione; segue quindi il brano sulla risurrezione (vv. 27-40) con la domanda sulla figura di Davide. Il Messia – dice Gesù – sarà figlio di Davide, ma anche Signore di Davide (vv.41-44).

Tutti questi brani sono importanti in sé, certamente, ma letti insieme presentano in breve la storia di Gesù, la sua vita, la sua missione e il suo destino di morte e risurrezione. Sono una sintesi di tutto il Vangelo: Gesù è unto come Messia da Giovanni il Battista. La parabola della vigna rappresenta il ministero di annuncio della Parola di Dio, dei profeti prima e infine di Gesù. Egli annuncia il Vangelo nelle città di Galilea e da ultimo a Gerusalemme, supplica i vignaioli di accettarlo, ma essi lo respingono, invocando così il giudizio su se stessi. Viene consegnato agli uomini di Cesare per l’esecuzione; e il terzo giorno è risuscitato. Dopo la risurrezione i discepoli comprendono che Gesù non è solo il figlio di David, il Messia, ma è anche il Signore di Davide (44).

In questo contesto comprendiamo che il brano sulla risurrezione anticipa ciò che sarà il destino di Gesù.

Gli interlocutori di Gesù in questa discussione sono sadducei (Lc 20,27). Finora Gesù si è scontrato soprattutto con i farisei, e con loro l’argomento delle dispute era soprattutto di carattere morale, riguardava l’interpretazione e l’osservanza della Legge.

Con i sadducei dialogo non è tanto di carattere morale: i sadducei erano un gruppo dell’aristocrazia che si rifaceva solo all’autorità del Pentateuco e rifiutava tutta la tradizione orale dei farisei e le loro dispute.

Essi non credevano nella risurrezione (Lc 20,27), per cui la loro domanda vuole essere una provocazione e una banalizzazione dell’argomento, per affermare che la risurrezione non ha senso e non risolve il dramma della vita.

Non credendo alla risurrezione, raccontano una storia di morte, che è anche una storia di dolore, in cui è evidente la vanità, l’inutilità dello sforzo umano, tutto teso a superare la morte.

Gesù nella risposta alla loro provocazione dice innanzitutto di credere nella risurrezione. E dice che il credere nella risurrezione non è frutto di disquisizioni filosofiche, ma scaturisce dalla semplice constatazione di essere figli di Dio (Lc 20,36): “infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

Allora, credere nella risurrezione significa avere fiducia, fiducia in un Padre che non solo è buono, e quindi non abbandona i suoi figli, ma è anche capace di annientare il nemico della vita, che è la morte.

Gesù dice, inoltre, che c’è un altro modo di vivere. La fede nella risurrezione dà la possibilità di vivere fin da ora una vita diversa, in cui il legame con Dio è possibilità di restare liberi dalla paura della morte. Perché la morte è quel nemico capace di rendere la vita triste, come la vita della donna di cui parlano i sadducei, una donna usata per cercare di togliere alla morte un po’ del suo potere.

Ecco, sembra dire Gesù, questo non è più necessario, perché chi ha fiducia nel Padre rimane vivo, e non può più morire (Lc 20,36), non deve più cercare a tutti i costi di garantirsi una sopravvivenza, ma può pregustare, fin d’ora, una vita che sa di non morire.

Il legame con Dio è la nostra risurrezione.

E questo varrà anche per Gesù, nell’ora ormai vicina in cui sarà messo a morte: Gesù vince la morte per il suo legame con il Padre, per la sua obbedienza, per la sua fiducia.

Se la mancanza di fiducia porta l’uomo a cercare da sé la via della vita, e quindi, paradossalmente, ad allontanarsi dal Padre e cadere nella morte, la fiducia in Lui mantiene in un legame con Dio che è per sempre, e che è garanzia di vita. Muore tutto ciò che non è legato a Dio, che non rientra in una relazione con Lui, e che si ferma alla natura, o alla Legge. Non a caso i sadducei citano Mosè, e quindi la Legge.

Ma la Legge è incapace di vincere la morte e, come nel caso della donna, può solo cercare di aggirarla, nei modi più maldestri.

Chi invece si affida e consegna la sua vita a Dio, come Gesù sulla croce, non può più morire.

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXXI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Nov 2, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il cammino di Gesù verso Gerusalemme, che volge ormai alla fine, è stato costellato di incontri con le persone più diverse.

Anche il Vangelo di oggi (Lc 19,1-10) racconta un incontro, che è l’ultimo di questa serie: Gesù si trova ormai a Gerico, ultima tappa prima della salita alla Città Santa, e mentre attraversa la città avviene l’incontro con Zaccheo.

Ci può aiutare, per cogliere qualcosa di questo incontro, leggerlo in filigrana con un altro incontro che Gesù ha vissuto, avvenuto poco prima. È quello con il notabile ricco, che troviamo al capitolo 18, 18-23.

I due incontri hanno molti punti in comune.

In entrambi i casi si tratta di una persona benestante: il notabile era molto ricco (Lc 18,23), mentre Zaccheo era addirittura “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19, 2).

In entrambi i casi c’è una domanda, un desiderio, una ricerca: il notabile interroga Gesù sul tema della vita eterna (Lc 18,18), mentre Zaccheo si arrampica su un albero per cercare di vederlo (Lc 19,3.4)

In entrambi i casi è riportata un loro sentimento, che, questa volta, è opposto: il notabile diventa “assai triste” (Lc 18,23), mentre Zaccheo è “pieno di gioia” (Lc 19,5).

Perché? Cos’è successo a Zaccheo che invece il notabile ricco non ha sperimentato?

La differenza sta nel fatto che Zaccheo fa l’esperienza di essere cercato.

Prima fa di tutto per vedere Gesù: corre avanti e, siccome è piccolo, sale su un sicomoro (Lc 19, 4). Ma non è questo che gli dà gioia. La gioia nasce quando scopre che quel maestro che lui desidera vedere sta cercando di vedere lui. Anzi, molto di più: non desidera solo vederlo, ma andare con lui, a casa sua (Lc 19,5).

Gesù cerca Zaccheo in tre modi, che sono tutti racchiusi nel versetto 5.

Innanzitutto lo guarda, e quindi lo considera, lo accoglie nel proprio sguardo. Gesù non passa oltre senza fermarsi per dare attenzione a questo uomo che era guardato male da molti.

Poi gli parla. Qualche versetto dopo, tutti presenti parleranno di lui, ma non con lui. Zaccheo era un uomo a cui non era facile rivolgere la parola, un uomo tenuto a distanza. Gesù invece si rivolge direttamente a lui, superando ogni steccato. Gli rivolge la parola e mostra di conoscerlo, lo chiama per nome.

Se per gli altri è un peccatore (Lc 19,7), per Gesù è Zaccheo, ed è figlio di Abramo (Lc 19, 9) ovvero erede di una promessa che è per grazia.

Infine entra nella sua casa, ovvero condivide la sua vita, crea intimità, gli diventa amico.

Ebbene, senza questa esperienza di essere cercati, la vita di fede si riduce ad uno sforzo solitario e sterile, che genera quella tristezza che abbiamo visto nel notabile ricco, per il quale lasciare le proprie ricchezze è solo un dovere a cui obbedire di malavoglia per sentirsi a posto.

Non così per Zaccheo, in cui non c’è alcun moralismo.

Gesù non gli chiede di smettere di rubare, di distribuire i suoi beni ai poveri; il cambiamento di vita è il desiderio, l’urgenza che nascono spontaneamente in Zaccheo nel momento in cui si sente visto, conosciuto, chiamato, ritenuto degno di accogliere il dono della presenza di Gesù, che gli si offre gratuitamente.

E per questo è fatto con gioia e genera gioia.

È questa esperienza di gioia e di intimità con il Signore, in una parola di salvezza, che produrrà in Zaccheo il desiderio di cambiamento di vita: “«Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza»” (Lc 19, 8-9).

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 28, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per entrare nel brano di Vangelo di oggi (Lc 18,9-14), partiamo da un piccolo particolare, che troviamo al v. 13: raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù dice che quest’ultimo “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto…”.

Questo gesto, del battersi il petto, ritorna altre due volte nel Vangelo di Luca, entrambe al capitolo 23, ovvero durante il racconto della passione.

La prima sulla via del Calvario (Lc 23,27), quando si dice che una gran moltitudine di folla e di donne seguivano Gesù, battendosi il petto e facendo lamenti su di lui.

Costoro, in realtà, vengono richiamati da Gesù perché non piangano su di lui:

La seconda avviene dopo la morte di Gesù: il centurione romano, vedendo come Gesù era morto, dà gloria a Dio e riconosce che Gesù è un uomo giusto (Lc 23,47), e “così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto” (Lc 23,48).

Dopo aver visto la morte di Gesù, la folla, che prima piangeva su di lui, piange su se stessa, e si batte il petto riconoscendo non più la sventura di colui che saliva il Calvario per esservi crocifisso, ma riconoscendo la propria sventura, il proprio peccato.

Ebbene, tornando al Vangelo di oggi, mi sembra importante questo aggancio per capire cos’è la preghiera.

Abbiamo visto, domenica scorsa, che è importante pregare sempre, con insistenza. Ma cos’è la preghiera?

Dalla parabola di oggi, così come dall’episodio sul Calvario, traiamo alcune considerazioni.

La prima è legata al vedere.

Nella parabola di oggi vediamo che i due protagonisti, entrambi saliti al tempio a pregare, hanno sguardi diversi.

Lo sguardo del fariseo è su di sé (Lc 18,11-12): elenca con sicurezza tutte le proprie bravure, le proprie perfomance spirituali, e così facendo rimane chiuso in se stesso. Si guarda e si piace molto, per cui non ha bisogno di altro e si sente in diritto di guardare tutti con disprezzo.

Diverso è lo sguardo del pubblicano: non osa alzare lo sguardo verso Dio, vede se stesso nella propria verità di peccatore, si batte il petto.

Ebbene, anche sul Calvario troviamo uno sguardo: è quello della folla, che ha visto Gesù morire come un giusto. E da questo sguardo, cambia il modo di vedere se stessi, cambia tutto.

Potremmo dire che, sul Calvario, la gente si sente guardata da quest’uomo innocente che dà la vita, e allora -solo allora- riconosce il proprio peccato.

Ebbene, questa è la preghiera cristiana: non innanzitutto un vedere, ma un lasciarsi vedere, un lasciarsi guardare dallo sguardo buono di Colui che sta morendo per noi. È un riconoscere che quell’uomo sta morendo proprio per i nostri peccati, ricevendo, in quel momento, la compunzione del cuore, espressa nel gesto del battersi il petto.

Il pubblicano, nella parabola, fa questo, e prega. Non così il fariseo.

La seconda indicazione è legata proprio al fariseo. Anche qui ci può aiutare il collegamento con un altro brano di Vangelo. In Matteo (7,22-23), Gesù parla della fine dei tempi, e dice così: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?  Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”.

Dunque ci saranno “molti” che penseranno di aver fatto cose molto buone per il Signore, proprio come il fariseo di oggi. Ma Gesù, queste opere buone, non le ha mai viste, non le conosce.

Perché non si tratta di fare opere buone, ma di riconoscere cosa Lui ha fatto per noi morendo sulla croce, contemplando con stupore questo gesto d’amore con cui Lui ci ha amati. Si tratta di lasciarsi incontrare dallo sguardo del Signore, che cambia il cuore e, quindi, la vita.

Allora non saremmo più i protagonisti soddisfatti della nostra vita, ma gli umili annunciatori della misericordia di Dio, come il pubblicano del Vangelo di oggi, come il Samaritano guarito del Vangelo di due domeniche fa (Lc 17,11-19).

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXIX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 19, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel Vangelo di Luca ricorre spesso il tema della preghiera, sia riferito a Gesù, che diverse volte si ritira in disparte a pregare, sia riferito ai discepoli, che chiedono a Gesù di insegnar loro a pregare, o che sono invitati da Gesù stesso a pregare.

Due parabole, in modo particolare, si riferiscono alla preghiera: una è quella che abbiamo ascoltato oggi, e l’altra si trova al capitolo 11 (Lc 11, 5-8).

In entrambe ritorna una sorta di paradosso: in Luca 11 troviamo un uomo che, di notte, si vede arrivare in casa un amico, al quale non ha nulla da offrire. Va perciò da un altro amico e, con insistenza, gli chiede qualcosa da mangiare. Quest’ultimo, vinto più dall’insistenza dell’amico che dalla propria generosità, ad un certo punto si alza per dargli qualcosa.

Nel Vangelo di oggi, protagonista è un giudice ingiusto che, infastidito per l’insistenza di una vedova che continuamente ricorre a lui, si decide a farle giustizia.

Ma, in entrambe le parabole, coloro che alla fine, quasi controvoglia, fanno ciò che viene loro chiesto, sono presi come esempi “al negativo”, per dire che il Padre, al contrario del giudice e dell’amico, non ha bisogno di farsi pregare con insistenza, perché darà cose buone ai suoi figli (Lc 11, 9-12) e le darà subito (Lc 18,7).

Allora, dobbiamo dedurre che, secondo l’insegnamento di Gesù, la preghiera deve essere insistente, ma che poi l’esaudimento della preghiera non dipende dall’insistenza di chi prega.

Ma allora, perché bisogna insistere nella preghiera?

Ciò che Gesù vuole farci comprendere, non è il fatto che bisogna pregare a lungo per convincere il Padre a darci qualcosa: Dio è assolutamente libero ed è assolutamente buono.

Gesù piuttosto sposta l’attenzione verso la “nostra parte”, quella di chi prega, e ci dice in sostanza che bisogna imparare a chiedere, ovvero a vivere in un atteggiamento di costante attesa, di bisogno, di dipendenza. Atteggiamenti che sono propri dei poveri, come la vedova, appunto, o come l’amico che non ha nulla in casa da offrire agli altri.

Se il Padre è Colui che dona sempre, l’uomo è colui che sempre accoglie: questa è l’insistenza a cui siamo chiamati, che non riguarda tanto un ripetere all’infinito la stessa richiesta, ma nello stare davanti a Dio sempre con fiducia, con una fiducia insistente, illimitata.

E questo, poi, accade dentro lo scandalo della vita, che non è mai “giusta”. La vita, infatti, ci mette davanti agli occhi, continuamente, lo scandalo del male, del dolore innocente, dell’ingiustizia. E di fronte a tutto ciò, le possibilità sono due: ribellarsi, cedere alla tentazione di accusare Dio per tutto il male che vediamo davanti a noi; oppure pregare, per avere occhi capaci di scorgere il modo assolutamente originale con cui Dio ha scelto di “fare giustizia” (Lc 18,7), che è quello della Pasqua.

In questo modo, proprio lo scandalo dell’ingiustizia diventa il luogo dove nasce la preghiera, e dove imparare a vedere come Dio esaudisce. Non lo fa secondo le logiche umane, come abbiamo visto più volte lungo il corso della lettura del Vangelo di Luca, e come vedremo alla fine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove ogni preghiera umana sarà ascoltata ed esaudita.

Quindi, se il giudice e l’amico si decidono ad assecondare i loro interlocutori per essere liberati dalla seccatura che questi comportano, per Dio, per il Padre, è esattamente il contrario: Dio esaudisce non per liberarsi dalla relazione con noi, ma per rimanervi, perché si commuove di fronte al nostro dolore, ed ascolta la nostra preghiera che chiede di non essere abbandonati.

All’uomo è dato il compito di questa insistenza, di questa fiducia: questa è la fede che Gesù vorrebbe trovare, quando ritornerà sulla terra, come Egli stesso si domanda nell’ultimo versetto del Vangelo di oggi (Lc 18,8). Troverà persone che sanno stare nel bisogno, che sanno attendere, che sanno chiedere, che sanno fidarsi e affidarsi al Padre buono?

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 12, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica scorsa abbiamo visto i discepoli chiedere a Gesù di dare loro una fede grande (Lc 17,6), e abbiamo visto che, per Gesù, non è tanto importante che la fede sia grande in termini di quantità, quanto che sia una fede viva, come vivo è il seme, che cresce e che diventa un albero, che porta frutto.

Oggi (Lc 17,11-19), nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù incontra un gruppo di persone e, in una di loro, riconosce una fede grande, così grande da essere in grado di salvare la sua vita.

Da questo incontro, possiamo riconoscere un duplice insegnamento di Gesù.

Innanzitutto, Gesù dice cos’è la fede.

Il miracolo che viene descritto nel brano di oggi è molto particolare: dieci lebbrosi chiedono a Gesù di essere guariti. Gesù, in risposta alla loro richiesta, non fa alcun gesto, né pronuncia alcuna parola che possa mediare la guarigione. Semplicemente li invia al sacerdote.

Ebbene, tutti e dieci i lebbrosi hanno fede in Gesù al punto tale da chiedergli la guarigione.

E tutti e dieci, ancora, hanno fede al punto tale da mettersi in cammino verso il sacerdote prima ancora di vedersi guariti.

Ma uno solo ha una fede che lo salva, cioè in uno solo la fede giunge al suo compimento, alla sua maturazione.

La fede che salva è quella di chi, vedendosi guarito, torna da Gesù per fare due cose, per adorare e per ringraziare. Esprimere, cioè, la propria fede, il proprio riconoscimento in Colui che lo ha guarito, e per dire “grazie” (Lc 11, 16), lodando Dio a gran voce, proclamando e cantando la sua gioia (Lc 11,15).

Allora potremmo dire che la fede è questo, è il cammino che continuamente ritorna lì dove ha sperimentato la salvezza, che vive di una continua gratitudine, che continuamente si stupisce per il dono ricevuto.

Per cui non esiste altro prima di Colui che ha donato nuovamente la vita.

Gli altri nove, invece, vedendosi guariti, continuano il loro cammino verso i sacerdoti: spettava ai sacerdoti, infatti, accertare la guarigione perché coloro che erano stati infetti potessero essere riammessi nel consesso sociale.

Per i nove, questo è più importante e più urgente che non dire grazie a Gesù e, in qualche modo, rimangono chiusi dentro la loro stessa guarigione.

Il Samaritano esce, non si preoccupa neanche di venir proclamato guarito, perché l’urgenza è quella di lodare Dio, semplicemente. Tutto il resto viene dopo, o scompare.

Allora, potremmo anche dire che la fede nasce nella preghiera di supplica, ma poi si compie nella preghiera di lode e di gratitudine. E, tornando al Vangelo di domenica scorsa, potremmo aggiungere che una fede così è quel granello di senape, piccolo, ma vivo e tenace, capace di spostare il gelso e di trapiantarlo in mare (Lc 17,6).

Il secondo insegnamento riguarda il discepolo. Gesù presenta un modello di credente.

L’unico a tornare da Gesù per ringraziarlo, infatti, non è stato una persona qualsiasi del popolo eletto, con tutte le credenziali necessarie per essere in grado di adorare Dio in modo corretto.

È stato invece un Samaritano, ovvero un eretico e scismatico, considerato alla stregua di un pagano.

Ebbene, proprio in costui Gesù riconosce una fede grande.

Quindi, ancora una volta, ci è detto che il credente non si distingue per un’appartenenza etnica o tribale, per un’osservanza, per un titolo, per una perfetta professione di fede, ma per un moto personale del cuore, per una capacità di affidarsi al Signore, per la sua capacità di dire “grazie”.

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ott 5, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Fra i tanti incontri che Gesù ha con la gente, ce ne sono alcuni con persone la cui fede è “grande”. È Gesù stesso a riconoscerlo e, in qualche modo, a porli come esempio per i discepoli e per la folla.

È il caso del centurione, a Cafarnao (Lc 7, 1-10), che chiede a Gesù la guarigione del suo servo amato.

In questo stesso capitolo 7, Gesù rimanda giustificata una donna che lo ha raggiunto nella casa di un fariseo, Simone, e ha compiuto verso di Lui intensi gesti d’amore; e lo fa dicendole che, a salvarla, è stata la sua stessa fede (Lc 7,50).

La stessa frase, Gesù la dice all’emorroissa (Lc 8,48), e potremmo citare altri casi.

In che senso la loro fede è grande, e ottiene il miracolo di cui ha bisogno?

Mi sembra, a partire da questi casi, che è grande la fede di chi non sa neanche di aver fede, di chi non si preoccupa della propria fede.Di chi è spinto al Signore da una grande necessità, da un grande dolore o da un grande amore.

È grande la fede dei piccoli.

Questa premessa ci permette di ascoltare il brano di Vangelo di oggi (Lc 17,5-10), tratto da un capitolo in cui vengono affrontati diversi aspetti della vita comunitaria.

Le questioni prese in considerazione oggi sono due, la fede e il servizio, ma unico è l’orizzonte in cui le due questioni vengono poste, ovvero quello della dialettica tra grandezza e piccolezza.

Nella prima parte, i discepoli chiedono a Gesù di poter avere una fede grande, e Gesù risponde loro che basta una fede piccola quanto è piccolo un granello di senape, uno dei semi più piccoli che esista.

E questo per uscire da quella tentazione di pensare alle dinamiche della fede in un’ottica di grandezza, di potere, di capacità, di riuscita: la fede non fa di noi persone grandi, né migliori, perché la fede è quell’atteggiamento di chi continuamente ritorna bambino, di chi non cessa di stupirsi, di chiedere, di desiderare.

E non la si ottiene accrescendola, ma divenendo piccoli e puri di cuore, nello spirito delle beatitudini.

Non è un caso discepoli siano spesso rimproverati per la loro poca fede (Lc 8,22-25): e lo dimostrano perché, nel momento del bisogno, si lasciano sopraffare dalla paura, sentendo insufficienti le proprie forze. I poveri, invece, non si basano sulle proprie forze, e sanno trasformare il bisogno in preghiera, ed in preghiera insistente.

Quando la fede invece è davvero grande, e nasce da un cuore povero, allora ha un risultato sorprendente, quello di ristabilire l’uomo nel suo dominio buono sul creato, per cui, in qualche modo, tutto viene di nuovo stabilito sotto la sua autorità: basta dire una parola, e anche gli alberi obbediscono (Lc 17,5).

La stessa dinamica, per certi versi, la ritroviamo nella secondaparte del brano (Lc 17, 7-10).

Anche lì c’è qualcuno tentato di pensarsi grande, una volta che ha fatto tutto il proprio dovere.

Ma non è così: la sequela di Gesù non rende i discepoli persone importanti, con tanti diritti e privilegi, perché l’unico privilegio è quello di essere servo.

Quando si vive così, come dei servi contenti di essere servi, allora si diventa autorevoli, si possiede il vero potere, che è quello di dare la vita.

Gesù tornerà spesso su questa dinamica, per cui è veramente grande solo chi è capace di accogliere, di servire, di farsi ultimo.

Chi volesse basare la propria autorità su altre prerogative, diverrebbe come un padrone, che comanda e che ordina: ma allora il suo potere non sarebbe diverso da quello di qualsiasi altro dominatore di questo mondo.

+Pierbattista

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Set 28, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo riportato nella Liturgia di questa domenica (Lc 16,19-31) fa parte del capitolo sedicesimo del vangelo di Luca, in cui, come abbiamo detto domenica scorsa, l’evangelista riporta degli interventi di Gesù su quel tema fondamentale per la vita di ogni uomo che è l’utilizzo dei beni.

Per entrare in questo brano, ci serviamo della chiave di lettura che ci ha accompagnato in queste ultime due domeniche, ovvero l’immagine della casa: domenica scorsa abbiamo visto l’amministratore disonesto, che, colto in fallo, ha fatto di tutto perché, nel momento del bisogno, qualcuno lo accogliesse in casa sua (Lc 16,4). E, due domeniche fa, protagonista era la casa del padre, casa che ritorna nel desiderio del figlio lontano, che ha perso tutto (Lc 15,17).

Anche oggi sullo sfondo della parabola di oggi c’è una casa.

È la casa di un uomo ricco, la cui vita è piena di vesti preziose e cibi succulenti. È interessante che, di questo ricco, non si dica il nome: non si dice tanto ciò che è, ma ciò che ha, che possiede, per dire che la sua vita è tutta nelle sue ricchezze.

Fuori da questa casa c’è Lazzaro, un povero che non ha nulla, che spererebbe di poter ricevere qualcosa che cade dalla tavola del ricco; ma da quella casa, per lui, non esce mai niente.

È strano: Lazzaro da una parte è vicinissimo al ricco padrone di casa, visto che solo una porta li separa. Ma in realtà è lontano, perché il ricco non lo vede e non lo sente. Lazzaro è lì, ma è come se non ci fosse.

Per cui non ci stupiamo se, nella seconda parte della parabola, si ripropone esattamente la stessa scena, lo stesso abisso che separa i due. Solo che questa volta le parti sono invertite, e ad essere nella consolazione non è più il ricco, ma Lazzaro, che ha trovato finalmente una casa, nel seno di Abramo.

Allora, aiutati anche al Vangelo di domenica scorsa, il messaggio risulta chiaro.

Il ricco, dopo la morte, va all’inferno non perché nella vita è stato ricco, non perché ha goduto dei suoi beni, ma piuttosto perché non ha visto il povero, non ha fatto di lui un amico (Lc 16,19). Non ha utilizzato i suoi beni per consolare chi ne aveva bisogno, non ha aperto la sua casa perché tutti potessero entrarvi.

Anzi, nella sua vita ha tracciato degli abissi, dei confini, ha chiuso delle porte.

Nei vangeli, l’immagine della casa ritorna spesso: e ogni casa dice qualcosa delle persone che vi abitano.

Ebbene, dove vi sono persone che hanno sperimentato la salvezza, la casa è aperta, cadono le barriere, e c’è un banchetto imbastito per tutti. Pensiamo, per esempio, alla casa del pubblicano Matteo, alla casa di Zaccheo, alla casa degli amici di Gesù a Betania.

Ma dove la salvezza di Gesù non è entrata, la casa rimane chiusa, ermetica, una casa dove l’estraneo è giudicato, malvisto, sgradito, escluso.

È la casa di chi ha ancora qualcosa da difendere, perché non ha trovato la vera ricchezza, il vero tesoro.

La parabola ci dice qualcosa di ciò che ci aspetta dopo la morte: e la cosa importante è capire che, per certi versi, non sarà una sorpresa, visto che troveremo esattamente ciò che abbiamo fatto qui.

Se avremo costruito legami, ponti di amicizia, li ritroveremo di là, e sarà la nostra salvezza.

Se avremo costruito abissi, se avremo tenuto porte chiuse, troveremo abissi e porte chiuse.

Un ultimo elemento: domenica scorsa, il Vangelo parlava di ricchezze illusorie e di dimore eterne, toccando così un tema importante, profondamente legato a quello delle ricchezze, ovvero il tema della morte.

Le ricchezze, infatti, possono essere utilizzate come ingannevole antidoto alla morte, possono dare l’illusione di poter vincere la morte, di poterla allontanare. Il ricco della parabola riempie la vita, banchettando ogni giorno (Lc 16,19), senza pensare a nulla, come se non esistesse altro se non una vita così.

Ma le ricchezze non sono eterne. Di eterno, ancora una volta, c’è solo l’amicizia, e solo l’amore rimane e veramente ha il potere di sconfiggere la morte.

Il ricco si lascia ingannare dalla ricchezza, fino a quando la morte lo mette nella verità di uomo totalmente privo di beni: non solo non ha più alcuna ricchezza, ma non ha nessun amico, e neppure ha più la sua famiglia, per la quale non può più nulla.

+Pierbattistia

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 21, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di oggi (Lc 16,1-13) segue direttamente il capitolo XV del Vangelo di Luca, con le parabole della misericordia che abbiamo ascoltato domenica scorsa, e continua con uno stile parabolico.

Quella riportata oggi, però, è alquanto strana: Gesù racconta di un amministratore che svolge le sue mansioni in maniera disonesta; il suo datore di lavoro se ne accorge, e gran parte della parabola è occupata dagli stratagemmi che l’amministratore escogita per salvarsi da questa situazione incresciosa. E, alla fine, il padrone lo loda per la sua scaltrezza.

Apparentemente, rispetto alle parabole che abbiamo ascoltato domenica scorsa, oggi sembra che Gesù abbia completamente cambiato argomento. Ma potrebbe non essere così.

Ci sono diversi elementi comuni, che proviamo ad ascoltare.

Il primo è quello della difficoltà: domenica scorsa c’era un figlio in difficoltà per essersene andato di casa, oggi c’è un amministratore che viene scoperto nei suoi intrighi.

Entrambi, poi, si trovano in questa difficoltà per essersela in qualche modo un po’ cercata.

In entrambi casi la difficoltà è irrisolvibile con le proprie forze umane, e la cosa è resa molto bene dalle parole dell’amministratore: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno” (Lc 16, 3).

Entrambi rientrano in se stessi, una volta toccato il fondo, per decidere il da farsi.

Entrambi, infine, non desiderano altro se non una casa, un luogo dove essere riaccolti dopo aver fatto esperienza del proprio limite, del proprio errore, della propria incapacità a bastare a se stessi.

Allora, dalla parabola di oggi, come quella di domenica scorsa, intuiamo un medesimo messaggio.

Il primo è che siamo tutte persone mancanti: abbiamo un debito, con il quale nasciamo, per il solo fatto di aver ricevuto la vita in dono, e questo debito si accresce sempre più lungo la strada della vita.

Nessuno di noi, in nessun modo, può riuscire a sdebitarsi: è impossibile.

Dalla parabola, inoltre, emerge che tutto ciò non è un grande problema: il padrone non si accanisce contro l’amministratore, non pretende che saldi il debito immediatamente. Anzi, gli dà del tempo, perché possa in qualche modo sistemare le cose.

Ciò che è importante, infatti, è trovare il modo per non restare bloccati nel proprio debito, nella propria paura: e potremmo dire che la via c’è, ma è una sola, ed è quella di intuire qual è la vera ricchezza, il vero bene.

L’amministratore intuisce che la vera ricchezza è quella dell’amicizia, della fratellanza, e fa di tutto per entrarne in possesso.

Lo fa smettendo di utilizzare gli altri per arricchirsi, e iniziando, al contrario, ad utilizzare le ricchezze per trovare amicizia. Potremmo dire che smette di trovare casa nelle ricchezze e inizia a trovare una casa nei fratelli, proprio come il figlio giovane della parabola di domenica scorsa, che smette di cercare una casa in se stesso e nei propri capricci e così ritrova la casa del padre.

Gesù, finito di raccontare la parabola, aggiunge un’esortazione molto severa a proposito della ricchezza (Lc 16, 9-13), perché sa che la bramosia dei beni è quella cosa capace di offuscare la vista dell’uomo, e di fargli credere che questi bastino alla sua vita, alla sua gioia.

E questo è così fin dall’inizio della storia: l’istinto del peccato, che Dio vede accovacciato nel cuore di Caino (Gn 4,7), non è altro se non quest’avidità insaziabile, per placare la quale l’uomo è disposto a tutto.

In realtà, Gesù afferma che le ricchezze sono poca cosa, anche quando sono tante, e sono disoneste (Lc 16,11-12): sono poca cosa perché non bastano a dare la vita; e sono disoneste, perché promettono la vita anche se sono incapaci di mantenere la promessa.

Eppure, chi sarà fedele in questa cosa poca e disonesta, senza utilizzarla pensando che sia tutto, ma vivendo come delle persone mancanti che condividono ciò che hanno con gli altri, alla fine troverà, in questa stessa condivisione, la ricchezza vera.

Una ricchezza capace di placare la bramosia, e di far trovare una casa dove infine poter abitare.

+Pierbattista

 

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXIV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 14, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Possiamo leggere il brano di Vangelo di oggi (Lc 15,1-32) alla luce del primo versetto: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”.

Il brano si apre dunque con quest’immagine, in cui vediamo che dov’è Gesù vi sono anche pubblicani e peccatori, e questi gli si avvicinano per poterlo ascoltare.

All’interno di questo versetto, ci soffermiamo su un aggettivo, riferito proprio a questa categoria di persone che l’evangelista chiama “pubblicani e peccatori”, dicendo che tutti loro si avvicinano a Gesù: “tutti”.

E potremmo dire che proprio questo tutti è ciò che scandalizza una seconda categoria di persone presente sulla scena, fatta di farisei e scribi: ciò che li scandalizza è esattamente questo, ovvero che Gesù accolga anche i peccatori, cioè che Gesù accolga tutti.

Le tre parabole che Gesù racconta si giocano, fra l’altro, su questi aggettivi di quantità, di numero.

Nella prima troviamo un uomo che ha cento pecore, e ne perde una. Allora ne lascia novantanove per andare alla ricerca di quella sola che si è persa. La trova, la riporta a casa, la riconduce insieme alle altre; sembra non darsi pace fino a quando non le ha di nuovo tutte.

La seconda parla di una donna che ha dieci monete, ne perde una; anche lei si mette alla ricerca e non si dà pace fino a quando non ne ha di nuovo dieci, fino a quando non le ha tutte.

Nella terza c’è un padre. Questo padre ha due figli, uno dei due se ne va lontano. Poi, dopo averne combinate di tutti i colori, torna; ma a questo punto è l’altro figlio ad andarsene, a non voler stare in casa con il fratello appena tornato. E il padre di questi due figli non si dà pace, finché entrambi i figli siano di nuovo con lui.

Con questa chiave di lettura, allora ci diventa chiaro che il problema sta proprio qui, in questo tutti.

Da una parte c’è Dio, che porta in cuore questo desiderio di salvezza, per tutti.

Lo abbiamo sentito risuonare fin dalle prime pagine del vangelo di Luca: quando Gesù viene presentato al tempio dai genitori, pochi giorni dopo la sua nascita, un anziano pieno di Spirito santo lo vede, e in Lui riconosce quel dono che Dio fa all’umanità per la salvezza di tutte le genti (Lc 2,31).

Dall’altra c’è l’uomo, diviso tra due tendenze solo apparentemente opposte: c’è l’uomo che si perde, come il figlio minore; e c’è l’uomo che si scandalizza, che rifiuta di essere considerato alla stregua di chi si è perso. Sono coloro che pensano di meritarsi la salvezza, come i farisei che troviamo al versetto 1

Entrambi commetto un errore, uno sbaglio di visuale, uno scambio di prospettiva.

I primi pensano di non aver più il diritto di tornare a casa; i secondi pensano di esser i soli ad avere questo diritto. Ed entrambi sbagliano perché nessuno di essi ha il diritto, ma per tutti questo stare a casa è grazia ed è vita.

Questo desiderio di salvezza di Dio, dunque, non può realizzarsi altrimenti se non dentro un cammino in cui l’uomo torni a vivere in una fraternità in cui nessuno venga escluso, un cammino in cui l’uomo rinunci a definire chi ha il diritto di essere salvato, e chi invece no.

Gesù per questo elimina ogni categoria: per lui non ci sono farisei, pubblicani, peccatori, e tutti sono ugualmente figli, persi e ritrovati, chiamati ad essere fratelli, a formare, insieme, questa nuova famiglia, in cui ci sia posto per tutti.

Nel suo viaggio verso Gerusalemme, oggi Gesù fa un altro passo, e illumina di nuovo il senso del suo cammino: a Gerusalemme Gesù darà la sua vita per tutti, perché l’umanità dispersa e divisa sia di nuovo radunata in un’unica famiglia, senza divisioni, classificazioni e distinzioni.

Ma accogliere questa novità scandalosa è la porta stretta attraverso cui passare per entrare in casa: come abbiamo visto nelle scorse domeniche (cfr XXI domenica C) rimane fuori non chi ha sbagliato, ma chi pensa di essere in vantaggio sugli altri, di meritarsi qualcosa in più, chi è geloso di quel fratello che il padre ha riaccolto gratuitamente e festosamente in casa.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 7, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,25-32) ci porta fuori dalla casa del fariseo, che l’aveva invitato a pranzo (Lc 14,1.12), e ci rimette in cammino.

Il tema del cammino, come già abbiamo detto più volte, è importante ed è da tener sempre presente, perché questo viaggio di Gesù ha una meta precisa, Gerusalemme.

Anche oggi la meta del viaggio può fornirci preziose chiavi di lettura.

Per tre volte, infatti, nel brano di oggi ritornano dei vocaboli che parlano di fine, di compimento (Lc 14,28.29): Gesù si sta rivolgendo alla numerosa folla che lo segue, e rimanda loro la necessità di prendere sul serio questa sequela, in modo che possa compiersi, che possa arrivare alla sua pienezza.

Ebbene, questi termini relativi al compimento sono molto importanti nel Vangelo di Luca, e ricorrono spesso.

Ritornano all’inizio della missione pubblica di Gesù, quando, nella sinagoga di Nazaret, Gesù si alza, legge alcuni versetti del profeta Isaia, e afferma che lì, in quel momento, si è compiuta quella Parola di salvezza (Lc 4,21).

Ritornano in una posizione strategica, a metà Vangelo, quando inizia il cammino di Gesù verso Gerusalemme: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51).

E ritornano alla fine, sia prima della passione, durante l’ultima cena, dove ricorre ben cinque volte (Lc 21,22.24; Lc 22, 16.37.38), sia dopo la risurrezione, quando il Risorto spiega ai suoi che davvero dovevano accadere tutti gli eventi che aveva preannunciato, perché potesse compiersi la salvezza donata dal Padre (Lc 24,44).

Gesù è in cammino verso il compimento della sua vita, e rimanda ai suoi discepoli un avvertimento sul compimento della loro vita. Il compimento della vita di Gesù è il suo corpo glorioso e risorto: ma questo è anche il nostro fine, la meta a cui tendiamo, e non ne abbiamo di altri.

Perché proprio il suo compimento è ciò che rende possibile il nostro, che non sarà altro che accogliere e partecipare della sua pienezza di vita.

Ora, gli avvertimenti che il Signore dona nel brano di oggi indicano il modo, la via per entrare in questo compimento.

E mi sembra che tutti vadano in un’unica direzione, quella della libertà, che rende possibile un nuovo stile di vita, una nuova misura d’amore.

La libertà di cui parla Gesù va cercata in tre ambiti essenziali: libertà dai legami familiari, da se stessi, dai beni.

Libertà innanzitutto dai legami familiari, verso i quali Gesù usa termini molto forti, dicendo che bisogna odiare padre, madre, moglie, fratelli, figli, sorelle e fratelli (Lc 14,26). Queste affermazioni così forti, hanno un doppio significato.

Il primo è quello per cui la vita nuova è la vita che non ci viene dalla famiglia, ma dalla grazia: tutti siamo chiamati ad una morte, ad un passaggio, da tutto ciò che ci viene trasmesso attraverso il sangue, segnato dalla caducità e dal peccato, ad una vita nuova che è quella di Dio in noi; solo questa vita può giungere al pieno compimento.

Il secondo è nel senso che questi legami rischiano di diventare un luogo protetto da cui trarre sicurezza e vita, tenendoci ancorati al passato, al vecchio, impedendoci così di osare una fiducia piena nel Signore.

Tutto questo è ciò che va odiato, ovvero rifiutato, riconosciuto come una via che porta alla morte.

Ma questo non basta: nello stesso versetto Gesù dice anche che bisogna odiare se stessi, esattamente come si odia la propria famiglia. E dietro vediamo la stessa logica, quella per cui nel momento in cui cerchiamo sicurezza e vita in noi stessi e nelle nostre forze, alla fine ci ritroviamo su una via di morte.

Paradossalmente, solo la via della croce è una via di vita: una via in cui ci spalanchiamo al dono totale di noi stessi, senza pensare ai nostri interessi, alla nostra riuscita.

Infine, c’è l’invito a diventare liberi dai beni, dalle sicurezze umane e terrene. E questo attraverso le due parabole della torre e del re che si prepara alla guerra (Lc 14,28-33), due parabole costruite su un paradosso, per cui non chi ha più mezzi arriva a portare a termine la sua opera, ma, al contrario, chi non ne ha per nulla.

La sequela è questo lasciare tutto ciò che non dà vita, se non in apparenza, per poter contenere in sé la vita stessa di Dio, la sua misura d’amore.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 31, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, come in questa parte del viaggio di Gesù verso Gerusalemme risuoni più volte l’invito ad entrare nel Regno, a lasciarsi incontrare dalla salvezza. E abbiamo visto che lasciarsi incontrare da questa salvezza non è facile, non perché esiga prestazioni particolari, ma perché si tratta di entrare dalla porta stretta di una salvezza non meritata, ma donata gratuitamente a tutti.

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,1-7-14) va in questa linea: si tratta, infatti, di due brevi racconti in cui il paradosso evangelico risuona con molta forza.

Il primo (Lc 14,7-10) è alquanto strano: si è ad un pranzo di nozze, e Gesù invita i commensali a non andare a sedersi al primo posto, per evitare che qualcun altro venga a spostarli da lì, per farli andare all’ultimo

Il racconto è molto più attuale e quotidiano di quanto sembri, perché non si tratta semplicemente di un invito ad essere umili e vergognosi, e non riguarda evidentemente solo un evento eccezionale, come un invito a pranzo: si tratta dell’invito a vivere in modo autentico.

Perché, a volte senza neppure accorgercene, noi passiamo la vita ad ambire al “primo posto”, lasciando spazio nel cuore all’avidità, al desiderio di possesso, alla competizione. Vogliamo apparire per quello che non siamo, lasciare una buona impressione. Siamo preoccupati di quanto gli altri potranno dire di noi. In altre parole, cerchiamo di evitare ogni situazione negativa, ogni fatica, qualsiasi cosa che possa sembrare u limite. Il nostro cuore è malato di questa malattia. E questo per inseguire l’illusione di non aver bisogno di nessuno, o di essere migliori degli altri, oppure ancora di essere maggiormente valorizzati, o amati.

La storia biblica riporta spesso esempi di questa dinamica: e il primo è proprio Adamo che, volendo evitare di obbedire a Dio per farsi come Lui, per prendere il primo posto, in realtà si trova poi all’ultimo posto e pieno di vergogna, proprio come l’invitato della parabola di oggi.

E si ritrova fuori dal paradiso, da quella dignità e da quel posto che il Signore Dio gli aveva assegnato, non perché Dio sia cattivo e punisca, ma semplicemente perché, come Gesù sembra dirci oggi, questo modo di vivere sgomitando per arrivare primi è una menzogna, e non può reggere a lungo, come quella casa sulla terra di cui parla la parabola (Lc 6,49): crolla alle prime intemperie, perché senza fondamenta. Alla fine, insomma, con la menzogna ci si ritrova senza nulla.

Chi invece, al contrario, sa stare al proprio posto, chi vive umilmente la propria obbedienza filiale al Signore, è colui che può sentire la voce del Signore che gli parla, che lo chiama “amico”, che lo invita accanto a sé (Lc 14,10). Costui conosce il Signore, ha fatto proprio il suo stile di amore, ed è da Lui conosciuto.

Ripensando alla parabola di domenica scorsa (Lc 13,22-30), potremmo dire che chi vive nella verità di sé, del proprio essere creatura, fratello accanto ad altri fratelli, è colui che passa attraverso la porta stretta e, arrivato davanti al padrone, non sentirà le sue terribili parole: “non ti conosco” (Lc 13,27), ma entrerà con Lui nella sua casa.

La seconda “parabola” (Lc 14, 12-14) rimane nel contesto dell’invito a pranzo.

E mi sembra che possa essere letto in modo consequenziale alla prima parte del brano, con due sottolineature.

La prima è che se chi ha fatto esperienza di essere stato chiamato gratuitamente dal Signore, di essere stato amato e onorato senza suo merito, allora poi è chiamato a fare altrettanto nella vita, a sposare uno stile di vita gratuito e buono, che non cerca i propri interessi, che gode nel vivere in comunione con tutti, senza alcun ritorno per sé, se non quello che viene dalla gioia di amare.

La seconda è che se qualcuno ti ha fatto entrare senza tuo merito, se non ti ha lasciato abbandonato fuori, allora imparerai ad avere compassione di tutti gli altri, a non lasciare che nessuno rimanga fuori, senza invito, senza casa.

Per concludere, è indicativo anche il contesto in cui queste parabole vengono raccontate “Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo” (Lc 14,1).

Siamo dunque in una casa di farisei, ed è innanzitutto per loro che tutto questo viene detto.

Perché la porta stretta attraverso cui bisogna passare per entrare nel regno, è stretta innanzitutto per chi si ritiene giusto, per chi pensa di meritarsi il primo posto, anche nell’ambito della fede, del rapporto con Dio.

In un contesto simile, Gesù racconterà parabole dello stesso tono, che ascolteremo fra due domeniche: parabole famose e scandalose, in cui la misericordia del Padre farà un banchetto per quel figlio finito nella lontananza profonda del degrado, e poi riammesso a casa attraverso la porta stretta del perdono e dell’amore, con una grande festa.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 24, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 13,22-30) inizia con la menzione del viaggio di Gesù a Gerusalemme, in modo che il lettore abbia subito chiaro l’orizzonte su cui si inserisce la pericope che sta per ascoltare. E l’orizzonte è proprio il compimento del disegno salvifico che Gesù realizzerà nella Città santa, morendo in croce per tutti.

Questa parte del viaggio, che inizia con il brano di oggi, sarà caratterizzata da un pressante invito di Gesù affinché tutti, nessuno escluso, accolga la salvezza, entri nel Regno.

Dentro questo contesto arriva la domanda del tale di oggi, il quale chiede se sono pochi quelli che si salvano (Lc 13,23).

Non chiede quanti sono quelli che si salvano, o come si fa per salvarsi; chiede invece se sono pochi, facendo intendere che la mentalità comune, alimentata dalle riflessioni rabbiniche del tempo, sosteneva esattamente questa convinzione, che a salvarsi sarebbero stati in pochi.

Innanzitutto perché la salvezza era solo per il popolo eletto; e, all’interno del popolo eletto, era solo per chi era totalmente fedele alla Torah, in tutti i suoi precetti, anche minimi. Tutti gli altri, cioè la maggioranza della gente, rimaneva fuori.

Gesù, per rispondere, usa un’immagine che inizialmente sembra confermare questa mentalità: per entrare nella salvezza bisogna attraversare una porta che è stretta (Lc 13,24). E, pensando ad una porta stretta, viene da sé pensare che, attraverso questa porta, proprio perché stretta, entra poca gente.

In realtà non è così, perché il brano continua dicendo che attraverso questa porta stretta entra tantissima gente: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” (Lc 13,29).

Ma come può una porta stretta far entrare così tanta gente? E, ci chiediamo, allora chi è che rimane fuori?

Una risposta può venire dal verbo che Gesù utilizza per invitare ad entrare: “sforzatevi” (Lc 13,24).

Il verbo potrebbe far pensare ad uno sforzo di volontà, in modo che entrerebbe nel Regno solo chi si sforza di più. In greco, invece, il verbo è “agonízo”, che è lo stesso termine che l’evangelista usa nella scena del Getzemani, quando Gesù vive la sua lotta per andare fino in fondo nella sua obbedienza al padre; vive fino in fondo la sua lotta per non cedere alla tentazione di non salvare solo se stesso, ma di dare la sua vita per la salvezza di tutti.

Allora potremmo dire che questa è la strettoia attraverso cui è necessario passare, ovvero la morte di Gesù. Per entrare nella Vita bisogna passare attraverso questa strettoia, che è la Passione di Cristo, che chiede semplicemente di riconoscere che la salvezza viene da lì, e solo da lì.

Ma questo è possibile a tutti, per cui, paradossalmente, questa porta stretta diventa una porta larga, la porta della grazia.

Per alcuni, invece, la porta non è solo stretta, ma è addirittura chiusa. Chi sono costoro?

Sono coloro che si vantano di poter dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13, 26), ovvero chi è sicuro di potervi entrare in base alle proprie opere, chi pensa di avere un po’ di vantaggio sugli altri, chi si sente sufficientemente vicino.

Se questa falsa sicurezza impedisce di entrare nella morte con Cristo, anche le opere più buone e meritorie in realtà non fanno altro che chiudere la porta, anziché aprirla.

Non solo. Gesù chiama costoro “operatori di ingiustizia” (Lc 13, 27), e l’espressione ci può sembrare ingiusta, eccessiva: cos’hanno fatto costoro di male?

Qui Gesù sembra dire che chi non entra nella nuova logica del Vangelo, e rimane fuori, non può se non diventare ingiusto, infedele alla vera e unica Legge che Dio ha dato, quella dell’amore. Rimane prigioniero di una legge ingiusta, iniqua, quella che calcola, che misura, che vive la salvezza come un diritto, che premia i buoni e punisce i cattivi.

Costoro, che sembrano vicini, sono in realtà molto lontani da Dio, dal suo modo di pensare.

Vediamo così che accade un rovesciamento: “vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi” (Lc 13,30), rovesciamento che avremo modo di vedere più volte nei Vangeli delle prossime domeniche, fino al rovesciamento ultimo, quando, arrivato a Gerusalemme, accadrà che un giusto muore per gli ingiusti, che Dio dà la vita per l’uomo.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 16, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nelle scorse domeniche, Gesù ci ha parlato delle ricchezze, dei beni, e ci ha detto che il cuore di un uomo è lì dove ha il suo tesoro.

Oggi, sembra cambiare discorso, e parla di sé, della sua missione: dice di essere venuto a portare fuoco sulla terra (Lc 12,49), e di essere impaziente che questa sua missione si compia. Come per dire che, invece, il suo cuore è lì, il suo tesoro è questa missione, che il Padre gli ha affidato.

Ma cosa significa questa espressione, e perché Gesù usa quest’immagine?

Nell’Antico Testamento l’immagine del fuoco è usata per dire la presenza di Dio in mezzo agli uomini. Dio non lo si può vedere, e quindi si fa presente e visibile attraverso alcuni simboli, come appunto il fuoco.

Pensiamo a Mosè, alla sua esperienza al roveto ardente: Mosè vede un fuoco che arde senza consumare, e si avvicina e da quel roveto sente la voce di Dio che gli parla (Es 3,2).

Ma pensiamo anche all’uscita di Israele dal deserto: il popolo in cammino era guidato da Dio stesso, che camminava alla sua testa. E il popolo lo poteva vedere come una colonna di fuoco, durante la notte, e come una nube durante il giorno (Es 13, 21s).

Ci sono altre immagini molto belle che descrivono l’opera di Dio in noi, come un fuoco che non si può spegnere. Pensiamo, ad esempio, all’esperienza del profeta Geremia: il profeta è stanco, deluso, vorrebbe dimenticarsi di Dio, ma non può, perché Dio, dentro di Lui, è come un fuoco, come qualcosa a cui non si può resistere, come qualcosa che brucia dentro (Ger 20, 9).

Se l’immagine del fuoco sta ad indicare la presenza di Dio, allora possiamo concludere che oggi Gesù dice che Lui è venuto per portare Dio fra gli uomini, per essere la Sua presenza sulla terra.

Non è venuto a fare altro se non questo, ad inaugurare il Regno di Dio, ad annullare la distanza che separava l’uomo dal suo Creatore.

Non è una missione facile, e per questa ragione Gesù fa riferimento alla sua Passione, che Lui chiama “battesimo”, momento nel quale Gesù verrà immerso nella morte: sarà il momento decisivo in cui il fuoco risplenderà in tutto il suo splendore.

In verità, nell’Antico Testamento l’immagine del fuoco non richiama solo alla presenza di Dio, ma anche alla purificazione, alla decisione, al giudizio. Molto conosciuta è la citazione del profeta Malachia (3,2): Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

Gesù ci dice allora che lui è certo la presenza di Dio in mezzo a noi, come un fuoco, ma è una presenza di fronte alla quale, tuttavia, si dovrà prendere una decisione, esprimere un giudizio. L’incontro con il fuoco, infatti, non lascia le cose come prima. Quando si fa entrare il Signore nella propria vita, tutto viene trasformato. L’incontro con il Signore non può non cambiarci.

Noi siamo soliti pensare che quando Dio si fa presente tutte le cose vanno a posto, che lui risolve tutti i problemi. In realtà, non è così. Non possiamo accogliere il Signore se non acconsentiamo alla sua opera, che è l’opera del fuoco che purifica, che brucia tutti gli attaccamenti malati a cui il nostro cuore tiene tanto, tutte le false ricchezze e i falsi tesori.

Quando il Signore viene, purifica e divide, proprio come fa il fuoco. E ne vengono segnati anche i legami più cari e più intimi, quelli familiari. Anche lì il fuoco lavora, per creare qualcosa di nuovo, dove tutto ciò che è vecchio viene portato al suo compimento, al suo vero significato. Anche i legami familiari, tribali, nazionali… tutti i legami, insomma, hanno bisogno di essere evangelizzati, giudicati, purificati, salvati dalla presenza di Gesù.

Mentre parla del fuoco, Gesù dice anche qual è il fuoco che arde dentro di Lui: anche Lui, come in Geremia, ha un fuoco che gli brucia dentro, che in qualche modo lo consumerà fino alla fine, alla cui opera Gesù non si sottrae, ed è l’amore del Padre, la sua volontà di bene per ogni uomo.

Questo è il fuoco che Gesù è venuto ad accendere.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 10, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 12,32-48) può essere letto alla luce di quello di domenica scorsa (Lc 12,21-31), quando abbiamo visto un uomo stolto, che pensava di poter vivere bene solo perché aveva accumulato tante ricchezze. Quell’uomo aveva riempito la vita di cose, e le cose gli avevano chiuso l’orizzonte: tutto finiva dentro questa vita, senza l’apertura ad un oltre.

Potremmo dire che il suo cuore era tutto qui, su questa terra, dove aveva i suoi soli beni (Lc 12,34).

I beni erano tanti, ma erano solo per questa vita.

Il Vangelo di oggi si apre con l’annuncio della vera ricchezza: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Cos’ha questa ricchezza di diverso da quella che si accumula sulla terra?

L’evangelista ci presenta tre differenze.

La prima è che questa ricchezza è data, è donata (Lc 12,32). Non si dice che si debba faticare per guadagnarsela, come il ricco della scorsa settimana. La ricchezza che il Padre nostro dona è gratuita, e dipende solo dalla benevolenza di Dio, dal fatto che a Dio “piace” donarci la vita, condividere con l’uomo la sua esistenza. È questo il suo progetto, da sempre.

La seconda è che questa ricchezza, a differenza di quella che l’uomo si accumula da sé, non teme la morte: “è un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma” (Lc 12,33).

E questo perché la ricchezza donataci dal Padre è la nostra figliolanza, la nostra relazione con Lui. Ed è una relazione sicura perché, come abbiamo già detto più volte, è una relazione che è già passata attraverso la morte, e non ne è rimasta prigioniera.

La terza è che questa ricchezza, paradossalmente, si accoglie nel momento in cui si condivide ciò che si ha con gli altri: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano”.

Il ricco della scorsa settimana costruiva magazzini per accumulare i suoi beni. Oggi ci viene detto che per contenere la ricchezza del Regno bisogna avere delle “borse che non invecchiano”, ovvero che per contenere la vita eterna bisogna avere dei contenitori adatti. Non si può mettere la vita eterna in qualcosa che invece è destinato a perire.

Il brano insiste sulla vigilanza (“siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, 35) La vigilanza cristiana è l’arte del discernimento dei segni dei tempi. Vigilare significa cercare i segni del disegno di Dio, il suo regno, dentro la storia umana che stiamo vivendo. Richiede di avere pazienza, di fidarci di Dio, a guardare la storia, come possibilità data alla nostra volontà di agire bene. Questo regno non è al di là, ma è qui. La vigilanza ci deve portare a riconoscerne i segni qui ed ora, e ad impegnarci per dar loro visibilità concreta.

Il vangelo di oggi continua con una parabola che può essere anch’essa letta facendo memoria di quella di domenica scorsa.

Perché come il ricco di domenica scorsa riempiva il vuoto con dei beni, così il servo della parabola di oggi riempie l’attesa con un’altra forma di ricchezza, che è il potere (Lc 12,45): il potere è un altro mezzo con cui l’uomo si illude di allontanare la morte, di evitare il limite.

Ma come ci si accontenta di false ricchezze, così il cuore dell’uomo si accontenta di piccoli poteri. Potrebbe avere il Regno dei cieli, tutto intero, e invece sembra soddisfatto di spadroneggiare con chi sta un po’ sotto di lui, illudendosi.

In realtà, siamo chiamati ad una dignità molto maggiore, quella di essere dei servi che il padrone ama a tal punto da farsi egli stesso loro servitore (Lc 12,37).

Vigilanza è dunque essenzialmente memoria di questa infinita dignità, che ci è data gratuitamente, mentre si attende che questa dignità diventi sempre più l’essenza stessa della nostra vita.

E lo diventa quando noi stessi facciamo come quel padrone che torna per servire, e non per essere servito.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 3, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel  brano di Vangelo di oggi (Lc 12,13-21) un uomo si avvicina a Gesù per chiedergli che si faccia da mediatore con il fratello, in modo che l’eredità paterna sia divisa con equità.

Rispondendogli, Gesù sposta l’attenzione e va oltre, va all’essenziale: il problema della relazione tra i due fratelli non si risolverà quando l’eredità sarà divisa equamente, ma quando il cuore di ciascuno sarà libero dal bisogno di possedere, e di possedere sempre di più. Altrimenti la relazione sarà sempre minacciata dall’avidità e dalla cupidigia, che non si accontenta mai, che non ha mai abbastanza.

Non si tratta di un insegnamento morale ad essere poveri, distaccati, a donare agli altri, ad andare d’accordo, ad essere buoni. Si tratta di una questione di senso, di capire cos’è la vita, cos’è la vera ricchezza, cosa dà sicurezza: si può avere tutto, ma non per questo si possiede la vita: “Tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede” (Lc 12, 15)

Per dire questo, Gesù usa una parabola, e la dice alla folla che lo circonda, non solo a chi lo aveva interpellato. E questo perché, evidentemente, si tratta di un problema che non è solo di qualcuno: è di tutti noi.

C’è un uomo ricco, che, oltre ad essere ricco, ha anche la fortuna di un raccolto abbondante.

È anche un uomo abile e accorto: si chiede cosa fare per conservare questa ricchezza.

E fa quello che, probabilmente, avremmo fatto anche noi: costruisce dei luoghi dove raccogliere tutto, vi accumula ciò che ha e poi si propone di godere i suoi beni.

Per Gesù quest’uomo è stolto: perché?

Nel salmo responsoriale, c’è una descrizione dell’uomo saggio:

“Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (Sl 90, 12);

L’uomo stolto conta i propri beni e le proprie ricchezze, mentre è saggio colui che conta i propri giorni, ovvero ha coscienza che i propri giorni sono limitati, che la vita è vanità. È saggio colui conosce il limite, la piccolezza, la propria debolezza.

Chi conta i propri beni, ma non conta i propri giorni, è uno stolto, come il ricco della parabola, che, dopo aver ammassato tanta ricchezza, pensa di aver eliminato il limite, di aver allontanato la morte: “Anima, tu hai a disposizione molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti” (Lc 12,19).

Ma, evidentemente, non è così: la morte non si allontana, la morte si vince.

Anzi, chi accumula con l’illusione di allontanarla, in qualche modo le si avvicina: l’uomo della parabola ha già chiuso con la vita, parla solo con se stesso, tira i remi in barca, non investe più nulla. Per lui il tempo si ferma, non è più un uomo in cammino.

Ma non solo non si deve accumulare: questo, a volte, viene da sé.

Gesù, qualche verso dopo, diventa paradossale, lì dove, al v. 33, dice di dare, di vendere tutto ciò che si ha e poi dare in elemosina, per trovare la vera ricchezza: è lo spazio della fiducia e del dono il luogo della vera ricchezza, che rende la vita eterna.

Tutto il Vangelo è percorso da due movimenti: il movimento di chi tiene per sé (il ricco epulone, il giovane ricco, Giuda…), ed è sempre un movimento di morte. E il movimento di chi dona senza calcolare (la vedova povera, la peccatrice perdonata, Zaccheo…), che è sempre un movimento di vita.

Ma il primo a entrare in questo movimento è Gesù stesso: è lui il ricco che si fa povero, che si svuota (Fil 2), per donare tutto ciò che ha. A questo movimento di svuotamento, segue la gloria di un nome eterno, il nome di “signore” che ha vinto la morte.

È lì che si ricompone la fraternità vera: non quella che si accontenta della giustizia, di dividere equamente i propri beni, come avrebbe voluto l’uomo che si rivolge a Gesù; ma quella che fa del dono gratuito il cammino per una vita eterna, data per tutti.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 27, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Padre nostro, la parabola dell’amico insistente, la bontà del Padre che dà lo Spirito: in ciascuno di questi tre brani, in cui Gesù parla della preghiera, ad un certo punto troviamo qualcosa che c’entra con la fame e, quindi, con qualcosa da mangiare.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Lc 11,3), diciamo nel Padre nostro.

“Prestami tre pani” (Lc 11,5), dice all’amico chi ha un ospite notturno da sfamare.

“Se il figlio gli chiede un pesce…o se gli chiede un uovo” (Lc 11,11-12) dice Gesù per parlare di quanto è buono il Padre, di come sa dare sempre cose buone.

Si parla di cibo, e di qualcuno che lo dona.

Dunque, la preghiera non è qualcosa innanzitutto da fare, ma qualcosa da cui lasciarci nutrire. Anzi, è la scoperta di qualcuno che nutre. È la scoperta di ciò che nutre veramente, di una relazione capace di sfamare il nostro bisogno di vita.

Sono i discepoli che chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare. Lo vedono pregare, e intuiscono che Lui è nutrito da una relazione; vedono che la sua vita ha una sorgente nascosta, che la rende vera e feconda.

L’esperienza del discepolato passa necessariamente attraverso questa domanda fatta a Gesù: insegnaci a pregare. È una domanda fondamentale: ad un certo punto, bisogna sentire dentro di sé il desiderio di una relazione con Dio che nutra la vita.

I discepoli intuiscono che la preghiera di Gesù è nuova, diversa da quella del Battista, da quella di ogni altro, che è solo sua, e che solo Lui la può donare. Sentono che manca loro qualcosa, che è proprio questo ciò che manca loro; ne sentono la fame, e chiedono. È già preghiera.

Per lasciarci nutrire, dunque, bisogna innanzitutto avere fame.

Chi sa tutto, chi ha tutto, chi può tutto, basta a se stesso, è sazio e non conosce la fame; e non ha bisogno di chiedere nulla a nessuno. Costui non prega.

E neppure chi, pur non avendo nulla, non ha nessuno a cui chiedere qualcosa, neppure costui prega.

E neppure prega chi non sa che c’è qualcuno disposto a dare, a nutrire la sua fame.

La preghiera che Gesù insegna ai suoi è l’esperienza che nasce nella vita di chi conosce la verità di sé e la verità di Dio.

La verità di noi stessi è quella del nostro essere affamati, bisognosi, mancanti, limitati: un essere bisognosi che, lungi dall’essere un ostacolo alla preghiera, ne è la forza.

Ma se conoscessimo solo la profondità del nostro bisogno, e non conoscessimo la bontà di Dio, se non sapessimo che la nostra fame interessa a qualcuno, la nostra vita sarebbe disperata.

E Gesù risponde ai discepoli rivelando e condividendo con loro ciò che nutre la sua vita: il Padre.

Dio “Padre” è il fondamento, della preghiera e della vita.

E in questo cammino della vita, di cui il Padre è origine e fine, Gesù mostra come il Padre ci nutre.

Sono le cinque domande del Padre nostro: al centro, appunto, la domanda sul pane di ogni giorno.

Le altre quattro dicono quale sapore ha il pane di Dio, con quale pane il Padre ci nutre, di cosa abbiamo veramente bisogno per vivere.

Abbiamo bisogno che il nome di Dio sia santificato (Lc 11,2). In nome di Dio è Dio stesso: ma chi oserebbe pronunciare un Nome santo con delle labbra impure? Il riferimento all’Antico Testamento è in Ez 36,23, dove Dio stesso si preoccupa di santificare il suo nome, disonorato tra gli uomini, con un di più di amore, perché questo Nome non rimanga inaccessibile, pronunciato solo dai puri. E lo fa dandoci un cuore nuovo, un cuore capace di portare il Suo nome dentro di sé. Santifica il suo Nome perché sia sorgente di santità per tutti.

Abbiamo bisogno che venga il suo regno (Lc 11,2): perché i nostri regni sono quelli che abbiamo davanti tutti i giorni, che generano morte e violenza. Il regno del Padre è quello dove si dà la vita gli uni per gli altri.

Abbiamo bisogno di perdono, ricevuto e condiviso (Lc 11,4), cioè abbiamo bisogno che Dio affronti con noi una delle questioni fondamentali della vita, che è la presenza del male. Abbiamo bisogno di un modo nuovo per affrontarla, un modo he nutra la vita. E questo modo è il perdono.

E infine abbiamo bisogno che Dio si prenda cura della nostra vita, perché nella vita non cadiamo in tentazione. È interessante che nell’episodio delle tentazioni di Gesù (Lc 4,1-13) ritorna il tema del pane: quando si ha fame, se il pane manca, si può cedere alla tentazione di cercarlo al di fuori della relazione con il Padre, di farlo da sé. Solo chi sa che Dio è Padre sa attenderlo da Lui.

Per questo poi Gesù racconta la parabola dell’amico insistente, e continua chiedendo di insistere nel chiedere.

È come se volesse invitarci a non accontentarci di un qualsiasi pane, ma di insistere a cercare quello buono. L’insistenza accetta di rimanere nella fame, fino a quando non sia il pane di Dio a sfamarci. È l’atto di fede di chi non desiste di fronte al silenzio del Padre, perché sa che il Padre certo darà la vita, come e quando Lui saprà meglio per noi.

Lì, nell’attesa, la relazione cresce, diventa davvero nutriente. Se no è magia.

Allora Gesù educa il nostro desiderio, il nostro palato, perché sappia riconoscere il gusto del pane vero, lo sappia chiedere, lo sappia attendere. Non qualsiasi pane ci sfama, ma solo quello che ha il sapore della santità del nome del Padre, che ha il sapore del suo regno, che ha il sapore del perdono, che attende da Lui la salvezza.

+ Pierbattista

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