• Subcribe to Our RSS Feed
Tagged with " Quaresima"

Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica di Quaresima

Mar 17, 2018   //   by mauro   //   Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

Con il brano di Vangelo di oggi ci spostiamo al capitolo 12 di Giovanni.

Siamo ormai nell’imminenza della passione, che inizia al capitolo 13 con l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Al capitolo 12, invece, troviamo prima l’unzione di Betania (vv 1-11) e poi l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme (vv 12-19). Quest’ultimo brano termina con una sconsolata e indispettita riflessione dei farisei, che sembrano rassegnati al “successo” di Gesù: “I farisei allora dissero tra loro: «Vedete che non ottenete nulla? Ecco: il mondo è andato dietro a lui!»” (Gv 12,19).

Anche il Vangelo di oggi parla di questa capacità di Gesù di attrarre la gente: il contesto è quello della festa di Pasqua, in cui, fra i tanti saliti a Gerusalemme, ci sono anche dei Greci che desiderano vedere Gesù.

La storia è alquanto particolare: i Greci ne parlano con Filippo, Filippo ne parla con Andrea, poi Filippo e Andrea ne riferiscono a Gesù (Gv 12,21-22). E infine tutti questi personaggi scompaiono, e non si sa come sia finita la storia, se i Greci abbiano o meno incontrato Gesù. La risposta però c’è ed è proprio il brano che abbiamo ascoltato e soprattutto verso la sua conclusione al v. 32 (“attirerò tutti a me”). Alla domanda di poterlo vedere, Gesù risponde dicendo che tutti lo vedranno quando sarà innalzato da terra e attirerà tutti a sé. Gesù svela la logica profonda che ha animato tutta la sua esistenza e che si concluderà nell’ora della sua passione, che è ormai giunta (cfr. 2,4; 7,30). Lo fa raccontando una brevissima parabola, quella del chicco di grano: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

In queste poche righe è nascosta una novità che ci sorprende, quella per cui Gesù afferma che sono due le logiche con cui è possibile vivere la vita: una è la logica della solitudine, l’altra è quella della comunione. All’interno di questa prospettiva Gesù legge la sua passione e risurrezione

Una vita tenuta stretta, una vita chiusa in se stessa e concentrata su di sè, è una vita che rimane sola, che conosce solo gli spazi angusti del proprio io. Ed è destinata a finire. Una vita persa per gli altri, una vita che ama e che si dona, è una vita che entra in una logica di relazione, ed è una vita che si compie.

Gesù sa bene che scegliere la logica della comunione ha un prezzo, e questo prezzo è la Sua morte, il consegnarsi tra le mani di chi potrà fare di Lui quello che vorrà; e di fronte a questa prospettiva è profondamente turbato (Gv 12,27).

Ma sa anche di essere in mani più grandi e più forti, nelle mani del Padre, mani fedeli alla vera gloria, alla vera vita: di fronte alla scelta di Gesù di andare fin in fondo sulla via della comunione, il Padre infatti conferma la sua scelta di non abbandonare il proprio Figlio amato, e fa udire la sua voce (Gv 12,28). Ha glorificato il proprio nome, e continuerà a farlo.

Cosa significa? Qual è questo nome? Il nome di Dio è “Padre”: Gesù, nel Vangelo di Giovanni, l’ha ripetuto un’infinità di volte. Ebbene, Dio continuerà ad essere Padre, ad essere Colui che dà la vita. Non lascerà il Figlio solo, perché con il Figlio condivide la stessa logica di comunione e di amore, per cui la loro relazione non può morire.

L’ora della passione, a questo punto, diviene l’ora della gloria (Gv12,23), l’ora della rivelazione piena della verità, cioè dell’amore di Dio: un amore così grande e forte da poter trasformare la morte in vita, la fine in un nuovo inizio. Gesù sarà “innalzato” (Gv 12, 32): un’unica parola per dire sia la croce che la gloria, perché croce e gloria sono da ora in poi inseparabili.

E da questo innalzamento nascerà un popolo nuovo, a cui tutti possono aderire: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Tutti coloro che ascoltano nell’intimo del proprio cuore la profonda attrazione che un amore così sa suscitare, al di là di ogni apparente sconfitta e fallimento, entrano in una nuova logica di vita, e seguono il Signore, là dove Lui è (Gv 12,26).

Domenica scorsa siamo stati invitati ad alzare lo sguardo al serpente innalzato nel deserto (Gv 3,14), per ottenere guarigione e vita. Oggi ci viene chiesto di innalzare Lo sguardo ancora una volta su Gesù innalzato sulla croce, la nostra salvezza.

Se lo sguardo rimane fisso su di Lui, in questo bisogno continuo di salvezza, sperimenteremo la sua forza di attrazione, che ci salva dalle tante dis-trazioni della vita e ci unifica nell’unico profondo desiderio di comunione e di amore, con Lui e fra di noi.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Quaresima

Mar 10, 2018   //   by mauro   //   Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, che il cammino della Pasqua ci fa necessariamente passare attraverso un rovesciamento, un ribaltamento di prospettiva. Il brano di Vangelo che leggiamo oggi ci permette di rimanere in questo passaggio e di approfondirlo ulteriormente.

Siamo al capitolo 3 del Vangelo di Giovanni, in gran parte costituito dal dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo. Nicodemo è un uomo che cerca la verità e nella sua ricerca si avvicina a Gesù. Inizia così un dialogo complesso, in cui Gesù spalanca davanti al maestro della Legge squarci di luce nuova e Nicodemo è chiamato ad un “ribaltamento” totale.

I versetti che leggiamo oggi (Gv 3,14-21) sono la risposta di Gesù al terzo intervento di Nicodemo. Gesù gli ha appena detto che per entrare nella vita bisogna rinascere dall’alto, e che questa nascita non può essere opera dell’uomo: è dono di Dio, attraverso il suo Spirito. Di fronte a questa prospettiva lo smarrimento di Nicodemo è grande: aveva iniziato il suo discorso dicendo di sapere qualcosa (Gv 3,2: “sappiamo che sei venuto da Dio”), ma poi tutto il suo sapere lascia spazio a domande, da uomo che non comprende: “Come può nascere un uomo quando è vecchio?” (Gv 3,4), e: “Come può accadere questo?” (Gv 3,9).

Per accompagnare Nicodemo a comprendere che tutto ciò non può accadere se non per grazia, Gesù usa un’immagine tratta dal Libro dei Numeri (21,4-9): un’immagine che racconta un famoso episodio del cammino di Israele nel deserto, quando, in seguito all’ennesima mormorazione degli israeliti, Dio manda serpenti velenosi in mezzo al popolo, e “un gran numero di Israeliti morì”. Il popolo riconosce il proprio peccato e chiede a Mosè di intercedere presso il Signore. Questi ascolta la loro preghiera e fa innalzare un serpente di rame su un’asta: chiunque avesse guardato il serpente, dopo essere stato morso, sarebbe guarito.

Questa immagine dice la nostra realtà di creature ferite e redente. Dice cioè che siamo persone malate e la malattia è tale da portare alla morte, cioè alla mancanza definitiva di vita eterna. Quest’immagine, però, dice che il rimedio c’è, e consiste nel guardare al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce: non ci sono altre cure, se non questa.

L’amore di Dio è lì, su quella croce, per tutti: nient’altro può guarirci se non questo Amore crocifisso, se non il dono totale di sé che il Padre fa consegnandoci il Figlio (Gv 3,16). Ma solo chi alza lo sguardo e sta davanti ad un Dio così, può essere salvato.

Perché questo possa accadere, due cose sono importanti.

La prima è riconoscere il proprio peccato, riconoscere la propria malattia, il proprio bisogno di guarigione. Chi non lo fa, rimane ripiegato su di sé, senza attendere la salvezza da nessuno. Non basta riconoscere i propri sbagli, i propri errori: si tratta di qualcosa di più profondo, si tratta di andare alla radice del male che ci abita, che è quello di vivere come se la vita non fosse un dono di Dio, di non essere in relazione, in comunione con il Signore. Il peccato è la nostra incapacità di dire “grazie”, l’appropriarci di sé. Riconoscere questo non è per nulla scontato, non è qualcosa che l’uomo può fare da solo, con le proprie forze, ma è dono di Dio. Un dono da desiderare e da chiedere.

Il secondo passaggio è distogliere lo sguardo da sé, anche dal proprio peccato, per fissare lo sguardo su qualcos’altro: la salvezza è vedere il proprio male e non rimanere lì, è fare in modo che la nostra malattia ci spinga a chiedere aiuto, a chiedere la guarigione. Guardare a Lui è l’atto della fede, è guardarlo per attendere da Lui la vita; ed è solo attraverso questa fede che si può rinascere.

Il Libro della Sapienza, commentando l’episodio del serpente (Sap 16,5-7), lo dice bene: “Infatti chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, salvatore di tutti”, per cui la liberazione dal veleno della morte era donata alla fede di chi si affidava a quel “simbolo di salvezza” (Sap 16,6) che era messo in alto, perché tutti, vicini e lontani, potessero vederlo.

La salvezza è per tutti, ma può accadere di vivere senza sapere di essere salvati. E questa è la grande sventura dell’uomo, una sventura più grande del peccato stesso: il non sapere, il non credere di essere stati perdonati.

A questo punto Gesù afferma che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), e aggiunge che il Padre non lo ha mandato a giudicare il mondo, ma a salvarlo (Gv 3 17-18).

Nicodemo probabilmente pensava che Dio ha mandato il Figlio per giudicare il mondo: se l’uomo ha peccato, è normale che ci sia un giudizio. E in parte questo è vero. Il giudizio c’è, ma in questo giudizio Dio non si pone come giudice, ma come avvocato e medico.

L’idea di Dio come giudice inclemente porta alla morte. Il giudizio è quello che ciascuno sceglie per sé nel momento in cui rifiuta la realtà di un Dio che salva, e che salva così, morendo in croce per tutti.

Nicodemo è chiamato a fare questo passaggio, questo ribaltamento. Da ciò che si sa di Dio (Gv 3,2) allo sguardo su un amore da cui lasciarsi semplicemente guardare e amare.

Questo è il vero, grande rovesciamento, questa è la conversione a cui siamo tutti chiamati.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Quaresima

Mar 3, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

Dopo aver iniziato la Quaresima con il Vangelo di Marco, oggi cominciamo a seguire fino alla domenica delle Palme brani del Vangelo di Giovanni. Il brano di oggi (Gv 2,13-25) narra l’episodio di Gesù che entra nel tempio, vede venditori e cambiavalute e li caccia fuori. Siamo all’inizio del Vangelo (cap. 2).

Per comprendere meglio questo brano partiamo un po’ da lontano.

Ogni evangelista inizia il proprio racconto con un “rovesciamento”, con un evento o con delle parole capaci di dire tutta la novità che sta irrompendo nella storia.

Tutti gli evangelisti pongono alla base della loro narrazione alcuni elementi comuni e quindi pensiamo anche fondanti: le scritture si sono compiute; il Regno di Dio si è fatto vicino; sta iniziando un tempo nuovo, in cui Dio opererà la salvezza gratuita per tutti i poveri. Per entrare in questo Regno è necessario non fare altro se non convertirsi, lasciare un modo vecchio di vivere la relazione con Dio, per aprirsi ad un nuovo modello di relazione con Lui.

Matteo, ad esempio, dopo i racconti dell’infanzia in cui il Messia atteso accoglie l’adorazione dei pagani, fa iniziare la vita pubblica di Gesù con il grande discorso della Montagna, una sintesi di tutta la novità di vita che i chiamati al Regno possono vivere da quel momento in poi.

Marco racconta che Gesù viene in mezzo agli uomini e annuncia che Dio si è fatto vicino.

Anche Luca racconta gli eventi della nascita di Gesù, e con il Magnificat mette sulla bocca di Maria il grande rovesciamento della storia, che Maria vede con i propri occhi nella propria carne (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” Lc 1,52). E dopo il battesimo e le tentazioni, Gesù inizia il suo ministero a Nazareth, dove un sabato entra nella sinagoga e pronuncia il suo discorso programmatico, che da subito gli crea grande ostilità. E in questo discorso dice che si è aperto l’anno di grazia del Signore, anno di misericordia per tutti gli ultimi della storia.

In Giovanni questo rovesciamento è addirittura fisico, concreto, plastico.

Questo evento della “purificazione” del tempio, che tutti i sinottici mettono alla fine del Vangelo, dopo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, Giovanni lo pone qui, all’inizio.

Dopo l’incontro con il Battista e la chiamata dei primi discepoli, Gesù inizia il suo ministero in due luoghi strategici: a Cana, in una casa in cui si celebrano delle nozze, e nel tempio di Gerusalemme.

A Cana dona in abbondanza il vino nuovo per l’alleanza nuova, di cui è giunta l’ora.

Nel tempio di Gerusalemme, Gesù pone un gesto simbolico importante: afferma che quel modo di celebrare il culto, con compravendite e denaro, non è un culto a gradito Dio, ma un mercato, un’idolatria. È mercato e idolatria qualsiasi relazione con Dio, in cui si pensi che la salvezza debba essere acquistata.

Gesù dice che è finito questo tempo, questo modello di culto, e inizia un nuovo modo di vivere la fede: il capovolgimento è completo, come i banchi dei cambiavalute che Gesù rovescia a terra (Gv 2,15).

È capovolto il rapporto tra sacro e profano, è capovolta l’immagine di Dio, è capovolto il senso del culto, del sacrificio e del tempio, che viene riportato alla sua originaria dimensione di gratuità.

Nel gesto che Gesù compie vi è un richiamo all’ultimo versetto del Libro del profeta Zaccaria (14,21) in cui si parla dei tempi messianici come tempi in cui “non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti”. Non stupisce dunque che i capi del popolo chiedano un segno (Gv 2,18) che dia a Gesù la legittimità del suo comportamento, ritenuto da essi scandaloso.

Cosa, dunque, rende legittima questa pretesa di Gesù di inaugurare un tempo nuovo?

Gesù risponde parlando della sua passione. Sarà essa a rendere definitivo il gesto di oggi, perché allora il suo corpo glorioso, risorto dopo tre giorni dalla distruzione (Gv 2, 19), sarà davvero il nuovo tempio, nuovo luogo di incontro tra Dio e l’uomo, ogni uomo.

È normale che i capi del popolo e i farisei non capiscano. Neppure i discepoli capiscono, e si inaugura così una dinamica di fraintendimenti che percorrerà tutto il vangelo di Giovanni.

Se non capiscono, però, non significa che il discorso di Gesù sia inutile: Giovanni anticipa già ora che, dopo la risurrezione di Gesù, i discepoli ricorderanno (Gv 2,22) queste parole e questo gesto, e crederanno.

Sarà la resurrezione l’evento chiave che renderà i discepoli finalmente capaci di comprendere, e sarà lo Spirito Santo (Gv14,26) a far loro ricordare le cose in modo nuovo.

Il cammino di Quaresima si sta dunque facendo impegnativo: non perché ci sia chiesto di fare qualcosa in più, ma piuttosto di lasciare che il Signore operi anche in noi quel rovesciamento che ha operato con i banchi dei mercanti, nel tempio di Gerusalemme…

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: II Domenica di Quaresima

Feb 24, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

L’episodio della Trasfigurazione fa parte del cammino di formazione alla comprensione della vera missione messianica che Gesù sta portando avanti con i suoi discepoli. Gesù, diremmo oggi, fa ai discepoli una catechesi sulla sua messianicità e sulla Pasqua. Proprio sei giorni prima (Mc 9,2), infatti, Gesù aveva parlato loro, per la prima volta, della morte in croce che avrebbe subito a Gerusalemme (Mc 8,31). In seguito, aveva anche chiarito quali dovessero essere le condizioni che rendono adatto un discepolo alla sequela di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34).

Ma non parla loro solo della croce: la formazione, così, sarebbe incompleta. Sul Tabor, trasfigurato e risplendente di gloria, Gesù parla ai discepoli anche della risurrezione, e annuncia loro, non a parole ma con un evento di luce, che la croce ha come suo esito ultimo non il fallimento definitivo, ma il passaggio alla gloria, alla vita del Padre. Nell’imminenza della passione, Gesù prepara i discepoli, e lo fa mostrando loro un anticipo di gloria, perché dalla croce non rimangano scandalizzati.

Ma è solo questo? Questa catechesi di Gesù sulla Pasqua ha davvero come esito una maggiore comprensione da parte dei discepoli? Evita loro lo scandalo, il tradimento, il rinnegamento, la fuga, la vergogna? Il ricordo dell’esperienza del Tabor li custodirà dalla paura? Effettivamente no.

La trasfigurazione, come l’annuncio della passione, non serve ad evitare ai discepoli lo scandalo della croce, non è un’esperienza così forte da renderli capaci di stare con Gesù fino alla fine. Nonostante i tre annunci della passione, nonostante la trasfigurazione, tutti i discepoli misurano, sotto la croce, la loro incapacità a seguire il loro Maestro, il loro non essere discepoli che sanno rinnegare se stessi. Tradiscono (Mc 14,43), fuggono (Mc 14,50) e perfino rinnegano (Mc 14,72), come sappiamo.

Ciò ci apre a due ulteriori comprensioni.

La prima è che in realtà, come non avevano compreso l’annuncio della passione, così ora i discepoli non capiscono quasi nulla dell’esperienza della trasfigurazione (Mc 9, 6.10). E questo non perché siano particolarmente ottusi, ma perché al cuore della fede in cui i discepoli stanno camminando c’è qualcosa che non si può comprendere con le sole capacità umane, che va oltre le categorie umane che i discepoli posseggono per leggere la vita. Non possiamo comprendere la croce, la Pasqua, attraverso un insegnamento come se fosse qualcosa da sapere, quasi fosse una informazione da ascoltare qualche volta per recepirla. Per comprendere fino in fondo la Pasqua, i discepoli dovranno invece sperimentare il proprio fallimento, la propria incomprensione, nonostante durante il suo ministero fossero stati in qualche modo preparati dai discorsi di Gesù. Solo dopo avere preso coscienza del loro fallimento e del loro tradimento, potranno rileggere il cammino fatto con Gesù e ricordare tutto con una memoria nuova, che cambia la vita, che dona la chiave degli avvenimenti.

Ma solo lo Spirito Santo potrà compiere nei discepoli questo passaggio (Gv 14,26), fino a incidere nel loro cuore il vero Volto del Signore, quello crocifisso e risorto.

La seconda comprensione è che la trasfigurazione – che non è servita a sostenere la fedeltà dei discepoli – è un momento assolutamente gratuito della vita di Gesù e della sua relazione con i suoi: Gesù mostra loro semplicemente la Vita, mostra che la vita vera è un’umanità rivestita di gloria, abitata da Dio. Questa Vita è generata e donata dal Padre.

E’ il Padre che interviene dentro questo momento, sul Tabor, per mettere il suo sigillo, per dire che questa vita piena e bella viene solo da Lui. Non c’è trasfigurazione senza il Padre, perché la vita nuova che risplende in Gesù è la vita dei figli: “Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mc 9,7).

La notte di Pasqua, la Chiesa battezzerà diversi bambini e adulti, genererà a vita nuova dei nuovi figli: darà loro questa vita, quella che oggi vediamo risplendere in Gesù: quella che la Chiesa stessa ha ricevuto dal costato trafitto del Signore, quella dei figli che sanno perdere se stessi nell’amore. E questi nuovi figli saranno rivestiti di una veste bianca, proprio come Gesù sul Tabor.

Pietro, di quanto sta accadendo sotto i suoi occhi, capisce bene solo questo: che è bello (Mc 9,5) e sorge perciò il desiderio di stare lì, di fermarsi lì.

La via per rimanere lì, però, non è fare tre tende. La via è indicata dal Padre: “Ascoltatelo” (Mc 9,7).

“A lui darete ascolto” è la profezia che prometteva a Israele un nuovo Mosè (Dt 18,5). Ascoltare Lui solo (Mc 9,8), il Signore, è la via della nuova liberazione, della nuova e definitiva Pasqua.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: I Domenica di Quaresima

Feb 17, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

Nel Vangelo di Marco, il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto occupa il breve spazio di soli due versetti (Mc 1,12-13). Marco non ne riporta il contenuto, non dice quante siano state; e – cosa molto importante – non racconta neppure come Gesù le abbia superate. A Marco sembra stare a cuore e consideri importante solamente l’idea che Gesù sia stato messo alla prova.

Gesù ha appena vissuto l’esperienza forte del battesimo, in cui ha ascoltato la voce del Padre che l’ha chiamato “figlio amato” (Mc 1,9-11). Il vangelo di oggi ci dice che lo stesso Spirito che al battesimo si è posato su di Lui, ora lo spinge nel deserto, dove Gesù impara almeno due cose importanti della vita.

Nel deserto Gesù impara innanzitutto che non c’è solo la voce del Padre. Accanto alla voce del Padre, come accadde all’inizio con Adamo ed Eva, c’è un’altra voce, che parla di altro, che indica l’altra via possibile. E sono due voci molto diverse.

Lì dove il Padre parla di sacrificio, l’altro parla di realizzazione di sé.

Lì dove il Padre parla di servizio umile, l’altro parla di potenza e di successo.

Allora Gesù impara che dentro le circostanze della vita bisogna scegliere chi ascoltare, da quale voce lasciarsi condurre, quale strada percorrere, di chi fidarsi.

Per tutta la vita Gesù dovrà saper distinguere una voce dall’altra, riconoscere la via della vita, proprio come Israele, negli anni di cammino nel deserto, per imparare ad essere libero. Si tratterà di far propria, di interiorizzare la volontà del Padre, la Sua preferenza, fino a farla diventare la propria, anche quando costerà la vita.

E nel deserto, poi, Gesù impara cosa significa essere “figlio”, cosa significhi cioè essere liberi.

Essere figli significa necessariamente essere messi alla prova. Un servo non viene messo alla prova, non deve scegliere: può solo obbedire. Il figlio, invece, può e deve scegliere: se non sceglie il Padre, diventa un servo. E scegliere comporta dubbio, turbamento, preghiera, memoria, discernimento. A Gesù non è risparmiato nulla di questa esperienza, come a ciascuno di noi.

Per Marco, quindi, non si tratta tanto di svelare le tre possibili concupiscenze nascoste dentro le scelte della vita. Si tratta piuttosto di comprendere che la vita è anche una prova, una lotta. Non solo in un determinato momento, ma ad ogni istante.

La Volontà di Dio, infatti, non si impone, ma chiede di essere scelta, di essere amata. E non c’è amore che non passi per delle scelte concrete: amare significa preferire. Come ogni uomo, Gesù deve decidere, e ogni decisione sarà un combattimento. E questo non una volta per sempre: non basta la scelta iniziale, ma bisogna preferire sempre, e in modo nuovo, dentro le nuove situazioni che la vita presenta.

Abbiamo detto che Marco, a differenza degli altri sinottici, non specifica quali siano le tentazioni, né come Gesù le abbia superate. Piuttosto sottolinea l’esito di una vita vissuta in obbedienza al Padre, di una vita che sceglie di ascoltare quella voce che ci chiama figli: Gesù “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13).

Per capire il significato di questa immagine, ci viene in aiuto il Libro di Daniele. Nel racconto della vita del profeta, vediamo che ad un certo punto Daniele e i suoi compagni vengono messi alla prova. Infatti, fu imposto di mettere a morte chiunque avesse rivolto suppliche ad altre dèi o uomini all’infuori del re Dario. Chiamati a scegliere chi ascoltare, a chi affidare la propria vita, Daniele e i suoi compagni, come figli, scelgono il Padre, e perciò vengono gettati una prima volta nel fuoco (Dn 3), una seconda in pasto ai leoni (Dn 6). Ma né il fuoco né i leoni scalfiscono la vita del profeta Daniele e i suoi compagni; queste potenze di morte non hanno su di loro alcun potere, al punto che Daniele e i suoi compagni possono lodare Dio, mentre un angelo sta accanto a loro nella fornace (Dan 3, 49.92).

La prova dell’uomo diventa così anche una prova di Dio, a dimostrare che Dio non abbandona chi gli si affida con tutto il cuore. Per cui Gesù, dopo l’uscita dal deserto, può annunciare che davvero il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino (Mc 1,15).

+Pierbattista

Vescovo Adriano: Quaresima è alle porte

Feb 26, 2017   //   by mauro   //   Quaresima, Rassegna Stampa, Vescovo  //  No Comments

I grandi avvenimenti vanno preparati per tempo. Alla festa del Natale ci prepariamo con il tempo dell’Avvento, che può durare da 22 a 28 giorni e comprende 4 domeniche. Alla Pasqua ci prepariamo invece con il tempo di Quaresima che dura 40 giorni e comprende 5 domeniche per giungere alla sesta domenica, detta “delle Palme” che apre la ‘settimana santa’, memoria dell’ultima settimana della vita terrena di Gesù che si conclude con la celebrazione della sua Risurrezione nella notte e nel giorno di Pasqua.

Con quale spirito vivere ‘da cristiani’ questo tempo per vivere ‘da cristiani’ la Pasqua?

Papa Francesco, nel suo messaggio per la quaresima di quest’anno si è ispirato alla parabola che leggiamo nel vangelo di Luca (16,19-31), nella quale Gesù mette in scena un ricco ‘senza nome’ “che ogni giorno si dava a lauti banchetti”, e un povero di nome Lazzaro, nome che significa «Dio aiuta». Con questa parabola Gesù ci mette davanti il peso e la responsabilità delle nostre scelte concrete quotidiane, dalle quali dipende la nostra sorte nella vita futura. Papa Francesco definisce l’insieme degli atteggiamenti di quel ricco come “peccato che acceca” e che impedisce di riconoscere in quel povero un “dono di Dio” servendo il quale si diventa eredi e partecipi dei beni spirituali e della salvezza del Signore. Ma chi può aprire i nostri occhi, il nostro modo di pensare, la disponibilità del nostro cuore per vedere e accogliere l’altro come dono di Dio?

Per giungere a questo nuovo modo di pensare abbiamo bisogno di un altro dono, quello della sua Parola. La sua “Parola è il dono” che indica in maniera semplice e concreta la ‘conversione’ e che ci dona la forza per realizzarla. Nella parabola infatti Gesù mostra un uomo ricco che banchetta lautamente e uno povero, Lazzaro, che sta alla sua porta e si ciba delle briciole che cadono dalla tavola del ricco, senza che il ricco si accorga di quel povero e quindi neanche si faccia carico dei suoi bisogni condividendo con lui le proprie risorse. Queste sue scelte di vita avranno per lui, il ricco, conseguenze disastrose che leggiamo nella seconda parte della parabola e si concretizzano come rovina eterna. Ma come evitare di finire a quel modo? “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli!” risponde Abramo. Il vero problema del ricco e la radice dei mali suoi e dei suoi familiari è il non prestare ascolto alla Parola di Dio: questo non prestare ascolto alla Parola lo ha portato a non amare più Dio e a disprezzare il prossimo. La ‘Parola che è dono’ indirizza alla conversione al Signore in maniera molto concreta; essa è forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Con la sua Parola, di cui ci fa “dono”, il Signore interpella la nostra coscienza, chiama a quella conversione di cui non ci sembra di avere alcun bisogno, ci spinge a rinnovare la nostra relazione con Dio e di conseguenza a cambiare il nostro comportamento e le nostre azioni verso l’altro che ci sta accanto, della cui presenza anche noi, come il ricco, neanche ci rendiamo conto. Convertirsi vuol dire guardare alla nostra vita alla luce del vangelo, prendere coscienza della nostra lontananza da Dio e del nostro stile di vita lontano da quanto lui ci chiede. Chiudere il cuore al dono di Dio che ci parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al fratello, non più visto come ‘dono di Dio’. La Quaresima può diventare per noi, scrive papa Francesco nel suo messaggio, un “nuovo inizio” che ci permette un rinnovato incontro con il Signore nella Parola, nel sacramento del perdono e della riconciliazione, e in un rinnovato rapporto con i fratelli che ci permette di vederli e di vedere le loro necessità. “Cari fratelli e sorelle, – conclude il papa- la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo… Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua”.

+Adriano Tessarollo – Da Nuova Scintilla n.8 – 26 febbraio 2017

 

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi