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IL VESCOVO DI CHIOGGIA E LA QUESTIONE MIGRANTI

Lug 28, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni, Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

In merito al pensiero del vescovo di Chioggia sulla questione migranti, al di là della copertina di “Famiglia cristiana” e degli “elogi” di Salvini, riportiamo l’intervento di mons. Adriano Tessarollo comparso nel numero scorso del settimanale diocesano “Nuova Scintilla” (del 22/7, p. 11) – nella rubrica “Commentando” che il vescovo tiene ogni settimana a commento di eventi di attualità -, in cui il vescovo di Chioggia esprime in modo chiaro e compiuto il suo pensiero. Consigliamo a tutti di leggerlo attentamente.

Riportiamo anche, dall’ultimo numero del settimanale (del 29/7, p. 9), la risposta del vescovo Adriano ad una lettera critica inviata al giornale da Barbara Penzo a nome di “Chioggia accoglie” (mentre invitiamo eventualmente a leggere la lettera nel settimanale).

 

COMMENTANDO…
Ancora sui “migranti e rifugiati”

“Piglia qui … va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina”, leggiamo verso la fine del capitolo 24° dei Promessi Sposi. Sono le parole del sarto del paese che manda qualcosa da mangiare ad una povera vedova e ai suoi figli, in tempo pur di carestia. In questi giorni continua ad infiammarsi il dibattito su tale questione, ma a me sembra che non prenda la direzione giusta. Dovrebbe essere chiaro che accogliere significa non solo fare la prima carità, ma poi essere in grado di dare la possibilità di una vita dignitosa. E ciascuno, come si diceva una volta, “deve fare il passo secondo la sua gamba”. Accogliere indiscriminatamente, per poi impedire di muoversi, di circolare, di operare, di lavorare nelle condizioni umane, di metter su casa, di prospettarsi una vita normale, non è una soluzione. Anzi, in simili situazioni si espongono le persone al disprezzo e all’ostilità della gente, dato che la loro condizione li espone a trovare espedienti per vivere, magari ricorrendo allo spaccio di droga, a qualche furto o rapina, a fare i venditori ambulanti di merce contraffatta, alla prostituzione, al lavoro nero e a quant’altro. Il dibattito non è tanto sul farli sbarcare o meno, ma sulle condizioni alle quali possono essere accolti. Altrimenti è meglio trovare la via per far loro capire che partire è un rischio e non un’opportunità, è un’occasione per farsi ulteriormente sfruttare e schiavizzare, più che offrire loro una via di libertà e di vita migliore. Certo, bisogna rispondere all’emergenza di ‘salvarli dalle acque’, ma poi rimane tutto il resto, che è il di più. È piuttosto facile dire: “ve li portiamo lì”, poi arrangiatevi voi. Questo lo fanno già gli scafisti, dopo essersi fatti ben pagare e averli spogliati di tutto, anche della loro dignità! Accogliere significa dare loro quanto prima la possibilità di ‘cominciare a vivere con dignità’, insegnare loro il rispetto dell’altro e delle leggi del paese che li accoglie, dare loro la possibilità di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, come tutti, senza disumani sfruttamenti e in condizioni di alloggio pur modeste ma dignitose, potendo a loro volta contribuire al bene dello Stato in cui ritengono di fissare la loro dimora. Ci vorrà la pazienza costruttiva per creare queste condizioni, non anni e anni di precarietà, di inattività, di chiusura in recinti di cosiddetta accoglienza, e di sfruttamenti di vario genere o di violenze e illegalità. Questo sarà possibile se l’Europa, non solo l’Italia, lo concede e lo vuole. Quando uno entra in Europa è in Europa e ha il diritto di muoversi e di cercare in Europa. Italia e Grecia sono in Europa, e dunque l’Europa si deve assumere la responsabilità di dire: o accogliamo o respingiamo, senza altre ipocrisie. Altrimenti diventa ancora una volta fare un po’ di carità, come fatto con la Turchia o con la Libia: vi diamo qualcosa, ma teneteveli là! Così stanno facendo anche con l’Italia: dovete accoglierli, ve li portiamo anche con nostre navi, ma una volta sbarcati sono vostri, pensateci voi. Con tanto di accordi di Dublino e l’insipienza di chi li ha firmati! Per questo in passato chi arrivava cercava di fuggire prima di essere registrato in Italia. Ma poi i signori Stati vocini hanno sbarrato le frontiere, permettendosi tutti i respingimenti, giustificati solo dal fatto che non si trovavano nella condizione di “essere salvati dalle acque”. Ma anche chi fa accoglienza in Italia lo fa gratuitamente? E per quanto lo si può fare? E a quali condizioni? Anche il denaro pubblico con cui si finanzia chi gestisce le accoglienze sarà sempre disponibile?
+ Adriano Tessarollo

(Dal n. 29 del 22/7/18 di “Nuova Scintilla”, p. 11)

In risposta alla lettera inviata da Barbara Penzo a nome di “Chioggia accoglie”

Gentile Signora, fa piacere e onore quanto ha fatto e può fare ‘Chioggia accoglie’ che, aggiunto a quanto altre realtà pure fanno, inserisce anche Chioggia, civile e cristiana, nel tessuto di quanti operano per dare una prima risposta all’emergenza di accoglienza di profughi e di immigrati ‘comunque in fuga dalle loro terre’. “Unum facere et aliud non omittere”! Di fronte ad ogni uomo la cui esistenza versa in condizioni di rischio o di forte precarietà, non è né umano né cristiano ‘girare’ lo sguardo altrove. Questo non si deve omettere ed è la prima cosa da fare in ordine cronologico! Ma prendere atto di ciò che continua a generare queste situazioni è la prima cosa da fare in ordine logico e tutte le Istituzioni devono farlo. Bisogna andare oltre, porre a tema la radice del problema e dargli una soluzione, nei tempi e modi possibili, che non lasci insoluto il problema di una vita dignitosamente umana delle persone costrette a fuggire dalla loro terra in maniera pericolosa, esponendosi a rischi, sfruttamenti economici e torture di ogni genere. Occorre poi pure poter offrire una soluzione di vita altrettanto dignitosamente stabile nel territorio dove cercano rifugio o decidono di abitare, o anche magari favorire la possibilità di ritorno alle loro terre e il ricongiungimento ai loro cari, una volta che si apre loro tale possibilità e desiderio. Un cordiale saluto e augurio di ‘buon lavoro’.
+ Adriano

(Dal n. 30 del 29/7/18 di “Nuova Scintilla”, p. 9)

Incontro con il mondo del lavoro del Vescovo Adriano

Apr 24, 2018   //   by mauro   //   Incontri e conferenze, Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

In questa pagina abbiamo voluto raccogliere, in occasione dell’incontro che il nostro Vescovo Adriano – nell’ambito della Visita Pastorale Vicariale – avrà venerdì prossimo 27 aprile 2018 alle ore 21,00 in Sala Europa a Taglio di Po con il mondo del lavoro, i principali documenti che la Chiesa ha espresso su questa tematica.

Papa Francesco – Incontro con i lavoratori di Genova – 27-05-2017

Messaggio-per-la-Giornata-del-Lavoro-2018

Laborem-Exercens

Rerum-Novarum

Caritas-in-veritate

Compendio-Dottrina-Sociale-Chiesa-Cattolica

(In calce alla presente pagina tutti i documenti in pdf da poter scaricare)

Per una brevissima sintesi del patrimonio dottrinale della Chiesa in tema di Dottrina Sociale, riportiamo quanto apparso sul sito “Toscana Oggi” a commento della profonda riflessione che Papa Francesco fece in occasione della sua visita pastorale a Genova, nel maggio 2017, incontrando appunto il mondo del lavoro.

Quanto ha affermato il Papa a Genova nella sua profonda riflessione sul lavoro, appartiene da sempre al patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa che con RERUM NOVARUM, tradizionalmente considerato il primo dei documenti sociali del Magistero, inizia proprio a trattare gli aspetti morali legati al mondo del lavoro e primo fra tutti quello del giusto salario.
Per esempio all’epoca di Rerum novarum, così come spesso accade oggi, il giusto salario era generalmente considerato quello determinato dalla legge della domanda e dell’offerta. Rerum novarum invece, afferma esplicitamente che si fa violenza al lavoratore se si approfitta della sua condizione di necessità e che la quantità del salario non dev’essere inferiore al sostentamento dell’operaio e della propria famiglia (RN 34-35), ricordando che già «le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio» (RN 17).
Il tema del lavoro sarà nel corso del tempo ulteriormente sviluppato e approfondito, andando a precisare le condizioni fondamentali a garanzia del rispetto della dignità del lavoratore che, attraverso Gaudium et spes, troveranno espressione sistematica nella LABOREM EXERCENS del 1981 di San Giovanni Paolo II. Il lavoro comunque rimarrà costantemente all’attenzione del Magistero sociale restando, purtroppo, una questione sociale fino ad oggi ancora aperta. Tra i temi affrontati più importanti troviamo quello riguardante la dimensione mutualistica e solidaristica del lavoro (RN; QA; Pio XII; CA), la norma del lavoro umano (GS), nella sua dimensione oggettiva e soggettiva (LE), il problema del lavoro alienato e alienante (CA).
Anche la figura dell’imprenditore, così ben rappresentata da Papa Francesco specialmente nel raffronto del buon imprenditore con lo speculatore, è stata adeguatamente precisata nelle sue caratteristiche morali dalla Dottrina Sociale della Chiesa. A cominciare dai primi documenti dei Pontefici sono denunciate le criticità imprenditoriali che fanno capo ad una visione dell’economia incapace di mettere al suo centro la persona umana e la sua dignità. Il dipanarsi di questi insegnamenti, che spesso traggono spunto da quanto va accadendo in un determinato momento, ci offre un crescendo di annotazioni che trovano un vertice nella CARITAS IN VERITATE di Benedetto XVI del 2009.
Papa Benedetto in questa enciclica ci offre una visione dell’imprenditore, dell’economia, del mercato e della finanza nella loro autentica dimensione morale, alla quale, in perfetta continuità, si riferisce Papa Francesco con uno stile, questo sì, del tutto personale e capace di interloquire con tutti lavoratori, indipendentemente dalla loro fede, perché espressione della verità del Vangelo e dell’essere umano, di ogni luogo e di tutti i tempi.
(da Toscana Oggi – 11/06/2017)

 

Intervento del Vescovo Adriano sul significato della riapertura Chiesa Parrocchiale

Giu 18, 2017   //   by mauro   //   Parrocchia Taglio di Po, Vescovo  //  No Comments

Cliccando su questo collegamento abbiamo la possibilità di ascoltare l’Omelia del nostro Vescovo alla S.Messa di stamattina (l’audio purtroppo non è dei migliori, ma con un po’ di attenzione abbiamo la possibilità di ascoltare e meditare le parole di Sua Eccellenza)

Di seguito invece pubblichiamo un breve video, nel quale abbiamo chiesto al nostro Vescovo Adriano (durante il pranzo che è seguito alla S.Messa di riapertura della Chiesa) un breve commento sul significato di questo importante avvenimento per la comunità di Taglio di Po.

Vescovo Adriano: Dalla padella alla brace?

Mag 20, 2017   //   by mauro   //   Riflessioni, Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

tessarollo don adriano

In passato abbiamo già fiutato il vento che stava per spirare sulla nostra libertà scolastica che il pensiero di Grillo lasciava intuire, ma ora le cose si vanno chiarendo o meglio si sono ben chiarite: statale è bello e anche unico! Non importa se per ottenere lo stesso risultato invece di 500 milioni ci vogliono quasi 7 miliardi! La sua proposta infatti è che le famiglie che scelgono per i loro figli scuole che attuano il programma statale, che vengono controllate dallo Stato, che sono riconosciute dalla legge dello Stato già dal 2000, se le paghino totalmente, dopo aver pagato tutte le tasse anche per l’istruzione, come tutti i cittadini. Mi vien da pensare se questo movimento, M5S, non si stia rivelando sempre più ‘pancia’ e poco ‘cervello’. E’ vero che non sono gli unici a pensare che il servizio scolastico è ‘unica’ prerogativa dello stato laicista; lo fa già molta intellighentia di sinistra e destra erede di certo statalismo di entrambi i lati! Ma il Grillo Parlante non si è presentato come paladino di libertà e di rinnovamento? Se è questo il concetto di libertà suo e dei suo adepti, beh! Sarà meglio pensarci bene prima di buttarsi a farsi soffocare tra le sue braccia, neanche per rabbia per ciò che finora non va bene! Si dice che “il buon giorno si vede dal mattino”: è meglio che ci prepariamo l’ombrello; o forse si può anche dire, con espressione nostrana, che ‘quelli ci fan vedere le stelle’!

Ecco la proposta grillina: via la parità scolastica (niente finanziamenti), via la libertà scolastica (abolire la legge sulla parità scolastica). Tutto questo viene chiamato ‘pluralismo, libertà, innovazione, inclusività, democraticità’?  Nelle antiche scuole di pensiero greco, quando aveva parlato il maestro (autòs efa), tutto era deciso. Del resto già diversi sindaci grillini, e non solo, ci mostrano come stanno trattando le paritarie, anche dell’infanzia. Mi sembra che la scuola sia pubblica “per il servizio che offre e per chi lo offre e non per chi la gestisce”! La scuola paritaria è pubblica perché offre un servizio ai cittadini, un servizio dato da cittadini abilitati e riconosciuti dallo stesso Stato, e conforme a quanto richiesto dalla Legge. Ma dove sta il punto ideologico? Siccome nessun insegnamento è ‘neutro’, significa che il cittadino può scegliere “il colore o il clima culturale” nel quale viene impartito l’insegnamento! Qual era “il colore o il clima culturale” delle scuole statali dell’epoca fascista? E in quelle di epoca comunista o bolscevica? E in quelle  di clima laicista? E ora quale vuole essere nelle scuole dell’epoca futura grillina? Non pensiamo di chiudere le porte dopo che i buoi sono scappati! Apriamo gli occhi! E’ chiaro che quelle Scuole che ora accolgono  un milione circa di studenti, dalla scuola dell’infanzia alle superiori e alla formazione professionale, sarebbero costrette a chiudere i battenti a quei moltissimi studenti, se non a tutti, le cui famiglie non potrebbero sostenere totalmente le spese per una scuola totalmente autofinanziata, dopo che, ripeto, hanno già pagato le tasse che comprendono anche il diritto all’istruzione. Già la nostra eredità culturale è dura a recepire l’idea di libertà scolastica, figurarsi se ora viene avanti anche una cultura repressiva statalista e culturalmente monopolista. Scriveremo anche nelle scuole, come sui tabacchi e superalcolici: “Monopoli di Stato”! Ecco il gioco subdolo: chi vuole la scuola pubblica libera non statale se la deve pagare; ma siccome solo pochi possono permettersi di pagare la scuola due volte, allora tale scuola diventa selettiva e di classe, non inclusiva, quindi non va finanziata. Vi sembra che fili questo ragionamento? Giudicate voi! Nessuna scuola paritaria va imposta, ma dove viene proposta, richiesta e desiderata non va né proibita né ostacolata attraverso leggi economiche capestro che la fanno morire, come già sta avvenendo, in barba alla buona qualità e ai risparmi di denaro pubblico!

Per informazione aggiungo: “Il capitolo nel bilancio dello Stato per la scuola paritaria parla di 500 milioni, a cui si aggiungono 50 milioni destinati alla materna, 24 milioni per il sostegno. Totale: 574 milioni di spesa a fronte di 7 miliardi di risparmio. Infine la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie per l’iscrizione alla paritaria: per i redditi del 2016, si potranno detrarre il 19% delle spese fino al tetto di 564 euro (tornano 107 euro), limite che si alzerà progressivamente a 800 euro nel 2019. Se poi arriva Grillo, allora tutto finirà.

 + Adriano Tessarollo (Nuova Scintilla n.20 – 21 maggio 2017)

GLI AUGURI DEL VESCOVO – Santa Pasqua 2017 – La vita nuova in Cristo

Apr 15, 2017   //   by mauro   //   Pasqua, Rassegna Stampa, Vescovo  //  No Comments

Dalla morte alla vita

Noi celebriamo la Pasqua per rievocare il ricordo d’un fatto avvenuto, cioè la morte e la risurrezione di Cristo e l’offerta anche a noi del passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale. Ma san Paolo scrive: Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione (Rom 4,25). Nella passione morte e risurrezione del Signore quindi è insito anche un significato spirituale del passaggio dalla morte alla vita. Cosa significa per noi, al presente, passare dalla morte alla vita? Per mezzo della fede in Cristo, per la quale otteniamo il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, cominciamo a vivere nella grazia-comunione con Dio, partecipando con Cristo alla morte dell’uomo vecchio per far nascere l’uomo nuovo: “Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui” (Rom 6, 6) ed “Egli ci risuscitò insieme con lui…”(Ef 2, 6). Tutta la vita del cristiano è dunque ‘pasquale’ cioè continuo passaggio e rinnovamento dalla morte alla vita, partecipazione alla lotta e alla vittoria di Cristo sul peccato nell’impegno quotidiano per una vita rinnovata, in vista della costruzione dell’uomo nuovo.

Ma cosa significa spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo, come ci invita san Paolo? L’apostolo è molto concreto nel descrivere questa pasqua|passaggio che si attua in ciascuno di noi: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore… voi… se davvero gli avete dato ascolto… ad abbandonare, l’uomo vecchio, con la sua condotta di prima, che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito… e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo…; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date spazio al diavolo. Chi rubava non rubi più, anzi lavori operando il bene con le proprie mani, per poter condividere con chi si trova nel bisogno. Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano… Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”. Il significato della Pasqua non lo inventiamo noi, ma lo attingiamo dalla Parola di Dio!

Buona Pasqua a tutti e che sia vera pasqua nella nostra vita di tutti i giorni e non di un solo giorno.

+ Adriano Tessarolo

Riflessioni pre-pasquali – Vescovo Adriano

Apr 8, 2017   //   by mauro   //   Pasqua, Rassegna Stampa, Vescovo  //  No Comments

Riflessioni pre-pasquali perché vera sia la nostra Pasqua

Qualcuno chiama la Pasqua il Big Bang della chiesa dal quale poi progressivamente si sono andate articolando le componenti della celebrazione del mistero cristiano nell’arco dell’intero anno liturgico. La ‘settimana santa’ riassume e annuncia nelle sue celebrazioni tutto il mistero della fede cristiana che abbraccia nelle sue linee essenziali il nostro presente e il nostro futuro. Il racconto della passione, morte e risurrezione del Signore è il racconto più lungo e dettagliato di tutta la vita di Gesù e si conclude con il racconto della risurrezione, che non va disgiunto da quanto precede. La liturgia della settimana santa si apre nella domenica delle Palme proprio col racconto della Passione e morte del Signore, riproposto poi il venerdì santo nella versione del vangelo di Giovanni. Pasqua è insieme passione e passaggio, e più lungo è il tempo riservato alla passione, la cui meditazione non va relegata al solo venerdì santo e in una prospettiva di lutto e cordoglio. Pasqua non è solo la festa della risurrezione, perché essa è immersione nel mistero di Cristo e cammino dietro a Lui e con Lui. Relegata alla sola festa della risurrezione, la Pasqua perderebbe la sua dimensione e consistenza reale, rischiando di non toccare davvero la realtà della nostra vita.
La prospettiva della risurrezione di Cristo e nostra dà l’orientamento al nostro vivere quotidiano e prospetta l’orizzonte della meta verso cui siamo incamminati, ma passione/morte/risurrezione insieme illuminano tutti giorni e le vicende della nostra vita. San Paolo così riassume lo stretto rapporto tra passione/morte e risurrezione: “Se con Lui moriamo, con Lui anche risorgeremo”. Con questa affermazione annuncia che ciò che ci attende dipende da come viviamo il nostro presente. Cosa sarà quel ‘morire con Lui”? La veglia pasquale è pensata come il momento culminante dell’iniziazione cristiana, come la “notte battesimale dell’anno”. Da lì inizia il cammino cristiano di immersione e partecipazione alla vita del Signore. La schiera dei neobattezzati, dal fonte battesimale veniva accolta in chiesa con la “liturgia della luce” e ammessa alla comunione eucaristica: questo rito rappresenta visivamente la Pasqua-passaggio dalle tenebre del peccato alla luce della grazia, per vivere col Signore, come Lui e con Lui l’obbedienza al Padre, testimoniando l’amore per Lui e per i fratelli, affrontando tutte le ostilità che la vita evangelica richiede, come ha fatto Gesù nel racconto della passione e in unione a Lui. Egli ha affidato la propria vita al Padre e atteso da Lui l’adempimento della promessa di vita eterna, come avvenuto nella Risurrezione. In essa ha trovato adempimento quanto il Figlio aveva chiesto (“liberami da quest’ora”), affidandosi a Lui (“nelle tue mani, Signore, affido la mia vita”). Se tutto questo diventa fede e vita anche per noi allora i sacramenti e la liturgia diventano verità e vita, e non rimangono teatro o solenne spettacolo che finisce con la stessa sacra rappresentazione. Allora diventa vero per noi quanto Cristo ha fatto: “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo… patì…morì…fu crocifisso…è risorto il terzo giorno”! Allora anche il cammino quaresimale, nato originariamente come periodo di preparazione di chi ha deciso di immergere la sua vita in Cristo nel dono dello Spirito (battesimo, cresima) e divenire partecipe del dono che Cristo ha fatto di sé per liberarci dal peccato (“questa è la mia vita – corpo e sangue – donato per voi e per tutti per il perdono dei peccati”) giunge alla sua autentica conclusione. In questa logica la pasqua inizia o ripropone quella ‘vita nuova’ per la quale diventa reale anche il graduale passaggio “dalle passioni alla pratica delle virtù” (Origene). Culmine e Sorgente della ‘nuova vita’ (battezzati = rinati) è Gesù con la sua passione, morte e risurrezione rivissute nei Sacramenti, beneficiario è ogni uomo che si avvia per questo cammino, frutto è la vita rinnovata dallo Spirito, grazie al quale, come ricorda san Paolo (Rm 8,9-10), “apparteniamo a Cristo” o, come dice san Pietro, siamo con Lui partecipi della vita divina: “La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di Colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina… (2Pt1,3-4)”.
Con l’augurio di vivere una buona e vera settimana santa, perché vera sia anche la nostra Pasqua.

+ Adriano Tessarollo – da Nuova Scintilla n.14 – 09 aprile 2017

Il “diritto” di abortire e il “diritto” di essere padri (agg. 12 marzo)

Mar 9, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

Oltre alla morte del DJ Fabo, due fatti ci hanno accompagnato in queste due settimane: la “martellante” notizia che in Italia non si possono fare aborti perché “troppi medici obiettori” e la sentenza del Tribunale di Trento che ha riconosciuto come due bambini possano avere (e chiamare) “due papà”, legittimando di fatto, secondo alcuni, la pratica dell'”utero in affitto” vietata in Italia.

Proprio ieri riportavamo il “Grazie” di Papa Giovanni Paolo II alle donne, in particolare: “Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.”

Da qui vorremmo partire per offrire, come al solito senza giudicare ma offrendo “spunti di riflessione”, alcuni articoli di ispirazione cattolica per poter avere una idea un po’ più completa, sempre pronti comunque ad accogliere la sofferenza di chi si trova in situazioni difficili (ricordiamo che meno di un mese fa in Parrocchia abbiamo raccolto offerte per il Centro di Aiuto alla Vita di Adria, sempre vicino a chi è in difficoltà nell’accogliere una nuova vita, senza preclusioni di sorta e senza negare alcuna forma di aiuto, pur nella pochezza dei mezzi che solo il lavoro dei volontari e la generosità della gente può permettere).

Proponiamo:

  • Il mercato delle idee (di Mons. Adriano Tessarollo)
  • Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una “falsa notizia”
  • Il Mondo Nuovo che si vede e non vogliamo. Se libertà e amore si fanno contratto
  • Il Parlamento dichiari l’utero in affitto un reato universale.
  • Figli di due papà, ciò che la Corte di Trento non ha considerato

Il mercato delle idee

Vescovo-Adriano-TessarolloLa macchina della propaganda invade tutto, presiede a tutto. Il potere, le lobby di potere economico e culturale lo sanno bene e la sfruttano per bene, fino a comprare il consenso del popolo, fino a piegare i suoi rappresentati chiamati a legiferare, e fino a influenzare fortemente coloro cui è affidato di applicare le leggi, talvolta, forse troppo spesso, inventandone di nuove con le loro sentenze. Lo stiamo vedendo in questi giorni. La propaganda studia bene quali corde toccare. Ad esempio la corda del libertarismo radical-pannelliano, facendolo passare per libertà, o quella del progresso culturale e scientifico di tanta sinistra e non solo, tacciando di oscurantismo chi, con ragioni pur fondate, non lo condivide. Altro elemento usato dall’astuzia mediatica è riprendere notizie vecchie, e spesso non adeguatamente fondate, al momento opportuno, quando ‘la pentola bolle’ e più facilmente si possono imbottire le teste e eccitare gli animi (mi piacerebbe usare il termine dialettale molto espressivo: incoconare come i ochi) della gente. Leggevo quanto segnalato dalla CGIL in occasione della vicenda dei medici obiettori di Roma. Riprendo alla lettera dal ‘Corriere del Veneto’: “La Cgil: «23 ospedali  prima di abortire» . L’Usl: «Mai rifiutata» Il giallo: riemerge un caso del 2015”.
Gli indirizzi culturali della CGIL e della Moretti che si è fatta subito altoparlante di questa ‘notizia fresca’ del 2015, peraltro da verificare, e paladina di una battaglia per la quale si sveglia solo adesso, sono peraltro noti. Non sarà anche il caso di interrogarsi come mai tanti medici siano obiettori: per pigrizia o per oscurantismo? Proviamo a cambiare l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza” con “interruzione volontaria della vita di un bambino” che sta crescendo e che per crescere ha solo bisogno di essere assistito e nutrito. Che effetto fa questa espressione? La cosa sarà legale, ma ciò non significa che non ponga alcun problema etico per chi deve collaborare a quell’intervento! Basta dire: “lo vuole lei o lo dice la legge”? Nutro qualche dubbio. Leggevo pure in un giornale a proposito dell’uccisione di un cane: “A Ferrara… un cane è stato giustiziato (con un colpo di fucile), … LEAL (Lega Antivivisezionista Lombarda) stigmatizza questo ennesimo abuso nei confronti degli animali, che ultimi degli ultimi sono sempre più spesso fatti oggetto di ogni genere di abuso, e dichiara di costituirsi parte civile e di voler seguire da vicino l’evolversi della vicenda affinché i colpevoli di questo grave reato ne rispondano nelle sedi opportune”. Un feto non sarà da considerare anch’esso almeno ‘ultimo degli ultimi’ per il quale qualcuno possa farsi qualche problema di fronte alla decisione di eliminarlo? Risposta: “E’ la legge che lo permette!”. Ho detto tante volte e lo ripeto che legale non coincide con etico e giusto, neanche se lo stabilisce un referendum, un parlamento, un tribunale o un giudice: la storia insegna!
Ho l’impressione che lo stesso linguaggio si stia ora usando, sensibilizzando le scuole, per far passare come grande conquista ciò che la clinica svizzera sta offrendo, perché diventi modello della legge in discussione sul fine vita. C’è chi conosce molto bene il peso che ha la persuasione più o meno occulta fatta passare per informazione… o altro. Chissà perché oggi chi vuole dominare in ogni ambito, commerciale, economico, politico e culturale deve investire nei mezzi di comunicazione e di persuasione, che mirano più a convincere che a dare a pensare ‘criticamente’. La grande macchina della propaganda mi fa pensare alla seconda bestia di cui parla l’Apocalisse che si presenta come un agnello ma parla come un drago e che “costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia”. La prima bestia è il potere e la seconda bestia è la propaganda che induce tutti a obbedire al potere, chiunque se ne impossessi, sia esso culturale, economico o politico. Una cosa è l’autorità, altra cosa è il dominio.

+ Adriano Tessarollo – Nuova Scintilla n.10 -12 marzo 2017


Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una fake news

Perché il bando della Regione Lazio per soli “non obiettori” non ha senso. Cosa dicono i numeri, la Costituzione e la legge 194. Intervista ad Assuntina Morresi (Comitato Nazionale Bioetica)

Prima di parlare a sproposito di aborto e obiezione di coscienza sappiate che tutto quello che state leggendo sui giornali riguardo al bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori all’Ospedale San Camillo nasce intorno a una fake news: «È a rischio il servizio di interruzione volontaria di gravidanza». Lo ha affermato il governatore Nicola Zingaretti in una intervista a Repubblica, spiegando che nel Lazio «gli obiettori sono il 78 per cento. In questo modo il rischio è inverso a quello segnalato da chi si oppone al bando: e cioè che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia nei fatti quotidianamente negato alle donne».
È vero quello che dice Zingaretti (accuse negate con forza dal presidente dell’Ordine del medici di Roma e provincia, Giuseppe Lavra, che ha chiesto al presidente di revocare l’atto “iniquo”)?
«I dati della relazione al Parlamento, dati forniti direttamente dalle stesse Regioni al Ministero, raccolti struttura per struttura, e riferiti al 2014, dicono altro: in media in Italia ogni ginecologo non obiettore esegue 1,6 aborti ogni settimana. Nella Regione Lazio il carico di lavoro medio settimanale per ginecologo non obiettore, rilevato per Asl, è 3,2. Nella stessa relazione si nota che in una Asl del Lazio si raggiunge un valore molto diverso da questa media regionale: 7 aborti per ginecologo ogni settimana. Il che significa che se tutti i non obiettori effettuassero Ivg, ognuno avrebbe un carico di lavoro che non supera la mezza giornata. Difficile affermare con questi dati che in Lazio “il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è nei fatti quotidianamente negato alle donne”. I problemi, se ce ne sono, evidentemente sono altri, bisognerebbe vedere per esempio come sono distribuiti i non obiettori». Assuntina Morresi fa parte dal 2006 del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della presidenza del Consiglio dei Ministri, e invita a non dire sciocchezze sugli obiettori di coscienza: «Non è vero che sono troppi».
Repubblica scrive che «l’abuso di obiezione di coscienza sta facendo riaprire piaghe antiche»: così sostengono i ginecologi della Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) che denunciano «pochi reparti disponibili, ecco perché aumentano gli aborti clandestini».
Ovviamente non esistono numeri certi sugli aborti clandestini. Ci sono stime effettuate dall’istituto Superiore di Sanità, basate su modelli dedicati, da cui risultano costanti da diversi anni.
Sempre la Laiga, per bocca del suo presidente Silvana Agatone, sostiene che non è vero che gli aborti sono calati perché i dati della relazione al Parlamento «registrano unicamente le interruzioni di gravidanza effettuate negli ospedali, non la “domanda” di aborti che è invece nettamente più alta». Come risponde?
Chiedo alla Laiga come si misura la domanda di aborto, se non con la richiesta di Ivg, dietro presentazione del documento che attesta lo stato di gravidanza, come previsto dalla legge. Come si misura la domanda di un qualsiasi servizio medico se non con le richieste? Ebbene, le richieste ci dicono che i tempi di attesa si stanno accorciando in Italia. Non solo: ci dicono che il 92,2 per cento degli aborti – dati 2015 – viene effettuato nella regione di residenza, e di questi l’87,9 nella provincia di residenza. Da quali indicatori dovremmo dedurre che le donne non riescono ad abortire, una volta che hanno in mano il certificato rilasciato dal medico? Se la Laiga dispone di dati diversi, li comunichi con precisione, per iscritto: spieghi in base a cosa stima che la domanda è diversa e qual è l’indicatore utilizzato.
Come possiamo pensare, chiede Agatone, «che la legge sia garantita se solo il 59,6 per cento degli ospedali hanno un reparto di Ivg e quindi un 40 non assicura il servizio»?
Così come non è possibile avere rianimazione, cardiologia o punti nascita in ogni ospedale, non è possibile avere punti aborto in ogni ospedale con reparto di ostetricia e ginecologia. A questo proposito invito la Laiga a leggere a pagina 47 della relazione al Parlamento i risultati di un paragone molto interessante tra i punti nascita e i “punti Ivg” per Regione normalizzato alle donne in età fertile: si legge che mentre gli aborti sono il 20 per cento delle nascite, i “punti Ivg” sono il 74 per cento dei punti nascita. Cioè sono quasi quattro volte tanto quello che dovrebbero essere, se si rispettassero le proporzioni fra aborti e nascite. Inoltre, andando a vedere i risultati del paragone regione per regione, tra punti nascita e punti aborto, si scopre per esempio che in Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Liguria ci sono più punti aborto che punti nascita. Ricalibrando i dati sul nazionale possiamo affermare che per ogni 5 strutture in cui si fa Ivg ce ne sono 7 in cui si partorisce. Questo è il rapporto e questi sono i numeri. In base a cosa sarebbero insufficienti?
Ma tutti i medici non obiettori sono assegnati ai servizi Ivg?
Niente affatto, leggiamo nella relazione al parlamento i numeri di medici e di Ivg: nel 1983 i ginecologi non obiettori sono 1.607, nel 2014 sono 1.408. Nel 1983 però le Ivg sono 234 mila, nel 2014 diventano 96.500: se gli aborti si sono più che dimezzati, i medici non obiettori sono diminuiti pochissimo. Di questi, l’11 per cento a livello nazionale non è assegnato ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza. Questo significa che ci sono amministrazioni che nonostante abbiano medici non obiettori a disposizione, li assegnano ad altri servizi perché evidentemente non sono necessari per le Ivg.
Il Fatto quotidiano strilla in prima pagina che «la coscienza non può ribaltare una legge». Ma l’obiezione non è un diritto garantito dalla Costituzione?
Non solo il diritto all’obiezione di coscienza è costituzionalmente fondato, il che significa che non è una gentile concessione del Parlamento, bensì è fra i princìpi fondanti della nostra Costituzione, ma la legge 194 lo disciplina esplicitamente. Nessuno sta ribaltando nulla perché i numeri dimostrano che non c’è mancanza di personale non obiettore, nemmeno disaggregando i dati per Asl. Se poi al San Camillo hanno problemi organizzativi, parliamone, e cerchiamo di capire quali sono, ma non diciamo sciocchezze sugli obiettori di coscienza: non è vero che sono troppi. Ricordiamo piuttosto che l’articolo 9 della 194 prevede esplicitamente che all’interno della Regione si possa ricorrere alla mobilità del personale, sia obiettore che non obiettore, proprio per applicare la legge.
La legge 194 si intitola “tutela sociale della maternità”: viste queste premesse, l’obiezione di coscienza di massa non dovrebbe costituire la regola e non un dato sul quale sorprendersi? Perché tutto finisce nel processo alla strega cattolica?
Riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza è un segno di civiltà di una nazione. Obiettare o non obiettare è comunque una scelta personale che attiene al foro interno della coscienza e va rispettata qualunque essa sia. In Italia in trent’anni non abbiamo mai avuto contrasti tra il diritto di obiezione di coscienza e l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei termini di legge; la percentuale dei medici obiettori è sempre stata alta (era il 59 per cento nel 1983), e non è diminuita negli anni, nonostante adesso siano medici persone che sono nate quando l’aborto era già legalizzato, e quindi per loro è un percorso già dato per acquisito: se anziché diminuire, come ci si poteva aspettare, gli obiettori sono aumentati diventando il 70 per cento dovremmo farci qualche domanda. I cattolici praticanti sono il 20 per cento della popolazione, quindi l’obiezione di coscienza non è legata solo a convincimenti religiosi, ma è proprio un convincimento personale di tanti professionisti. Perché? Dovrebbe poter fare il ginecologo solo chi è disposto a fare aborti? Per quale motivo, visto che, dal punto di vista numerico, è un’attività marginale nella professione di un ginecologo? Dobbiamo dire che fare aborti è il requisito fondamentale per un ginecologo? E questa non è discriminazione? E cosa resterebbe della deontologia e della coscienza personale? La 194 peraltro non vieta ai medici di cambiare idea, in un senso o nell’altro, durante il corso della propria vita, perché semplicemente non può farlo: questo vale per tutti e sicuramente anche per i due ginecologi del San Camillo. I Mentana che pensano (e dicono) che i ginecologi dovrebbero essere tutti disposti a fare gli aborti, altrimenti che cambino mestiere, vadano al cinema a guardarsi il film “La battaglia di Hacksaw Ridge“.
Subordinare la selezione di medici ginecologi sulla base di un requisito, quello della coscienza, trova cittadinanza legislativa? E non dà avvio a discriminazioni tanto che qualunque tribunale amministrativo potrebbe annullare il bando di concorso?
La questione da chiarire è questa: è possibile reclutare dottori non obiettori “a gettone”, cioè a tempo determinato, per questo specifico intervento. Diverse strutture già lo fanno. Ma assumere a tempo indeterminato ginecologi non obiettori significa assumere o non assumere un medico – per il quale gli aborti sono un’attività marginale – in base a un convincimento personale su una questione che attiene alla propria coscienza, ai convincimenti personali e professionali. E questo è profondamente incivile, innanzitutto e non è possibile: non è un caso che l’Ordine dei Medici di Roma si sia dichiarato contrario. Per questo rispetto all’obiezione si può sempre cambiare idea nel corso della propria vita professionale: qualunque giudice lo riconoscerebbe, non c’è bando che tenga.
Faccio un altro esempio: quando ci sono scioperi molto partecipati, ci si chiede innanzitutto il perché. Qui c’è l’evidenza di una questione squisitamente deontologica: il 70 per cento degli appartenenti a una categoria professionale si rifiuta di effettuare un intervento. Il restante 30 per cento è disponibile e riesce a coprire il servizio, in base ai numeri. Primo: se ci sono problemi di accesso è evidente che i problemi sono organizzativi, e allora parliamo di quelli. Se invece per quel restante 30 per cento anche i pochi interventi a testa sono giudicati “troppi”, allora il problema, per loro, non è il carico di lavoro, ma la gravosità di quel lavoro. Di questo dovremmo parlare. E poi, terzo, dovremmo capire perché una fetta così importante di ginecologi si rifiuta di fare Ivg. Impariamo a ragionare sui numeri e cerchiamo di porci le domande giuste.

Caterina Giojelli Tempi 24/02/2017


Il Mondo Nuovo che si vede e non vogliamo. Se libertà e amore si fanno contratto

Il Mondo Nuovo è già qui. I notiziari degli ultimi giorni ce lo hanno mostrato con chiarezza: un mondo dove la mamma può anche non esserci, e si può dire che un bambino è figlio dei due uomini che lo hanno ‘commissionato’; un mondo dove ci si può far uccidere quando la vita diventa insopportabile, o, in alternativa, si può lasciar scritto di lasciarci pure morire di fame e di sete se, una volta malati o comunque inabili, non riusciamo più a nutrirci da soli e a comunicare. Eppure non è il mondo che abbiamo scelto: in Italia non ci sono leggi approvate dai nostri rappresentanti in Parlamento che consentano l’utero in affitto, il suicidio assistito o l’eutanasia, anzi, al contrario, le nostre leggi vietano tutto questo.
E i princìpi del nostro ordinamento sono orientati, secondo una grande e faticosamente costruita tradizione, al favor vitae. Anche il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è legge, perché non è uscito trionfante dalla porta principale del Paese (il Parlamento), eppure sta saltando fuori dalla finestra, con le peggiori interpretazioni possibili della legge sbagliata sulle unioni civili e una piccola e insistente serie di sentenze che puntano a rendere del tutto matrimoniale – anche nel senso di genitoriale – la convivenza tra persone dello stesso sesso.
È lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, o, per dirla più concretamente, una fortissima pressione culturale e mediatica, capillare, pervasiva e a tratti persino minacciosa, che lascia poco spazio al confronto e al dissenso, spesso confinato nello spazio anarchico ed eccitato del Web. Uno Zeitgeistche non nasce dalle esigenze e dal sentire della gente, ma dalle élite e dai circoli di pensiero e di potere anche economico che dominano per la debolezza della politica, e che emergono soprattutto nella comunicazione e in certa magistratura. La legge 40, approvata dal Parlamento e confermata dal clamoroso fallimento di un referendum popolare abrogativo, è stata stravolta a colpi di sentenze che tra l’altro hanno consentito la fecondazione eterologa, aprendo a una nuova genitorialità.
Ed è stata una Corte d’Appello, martedì, a stabilire che due uomini possono assoldare una donna per partorire un bambino (due, nel caso) e farselo consegnare, e che debbono essere approvati – anziché sanzionati come prevedono le norme – nel nome di una realtà ormai consolidata, cioè del fatto compiuto. Si sta delineando un nuovo modello antropologico e valoriale, un mondo in cui non conta nulla persino la relazione più evidente fin dall’alba dell’umanità, il legame con chi ci ha dati alla luce. Nel Mondo Nuovo che è già qui a valere sono i contratti. Non si è genitori perché si è generato un bambino ma perché lo si è desiderato e commissionato con apposito contratto. Si legittima l’acquisto di gameti e la vendita del neonato previa regolamentazione di concepimento, gravidanza e parto, e in forza del contratto i due acquirenti sono chiamati entrambi papà.
È vero, certo, che i bambini di cui si è trattato nell’ordinanza di Trento vivono da sei anni con i due uomini, uno dei quali è il padre biologico. È però altrettanto vero che l’altro uomo non è un altro padre, ma il cointestatario del contratto. E che nominarlo padre non era necessario, ed è avvenuto in violazione di tutte le leggi italiane oggi in vigore. Nessuno chiede di sottrarre i bambini al padre biologico, ma è inevitabile chiedersi come sia possibile che non si faccia valere e pesare il reato commesso ‘affittando’ il grembo di una donna per farle fare figli di altri. Per questa via si legittima l’usucapione dei bambini: uno se li procura come vuole, basta che se ne prenda cura vivendoci insieme un po’ di tempo, e diventano suoi. Pure la morte su richiesta avviene per contratto: se ti dico che la mia vita a certe condizioni è (o sarà) insopportabile e firmo l’apposito modulo, tu, medico, mi devi uccidere.
Anche qui, tutto accuratamente regolato: la ‘dignità del morire’ si concretizza nel marchingegno per bere i barbiturici se non ce la fai da solo. E se il criterio per essere uccisi nella legalità è una vita diventata insopportabile, allora non si potrà negare la morte a chi non riesce a vivere dopo la scomparsa di un figlio, o del compagno di una vita: chi l’ha detto che il dolore per un lutto è meno forte di quello per una disabilità, anche grave? Sarà sufficiente predisporre un regolare contratto. È così che libertà, amore e vita stessa si fanno contratto. Siamo sicuri di volere proprio questo Mondo Nuovo?

Assuntina Morresi – 2 marzo 2017 – Avvenire


Il Parlamento dichiari l’utero in affitto un reato universale. Parla Massimo Gandolfini

Primo: “Era evidente che le unioni civili così concepite dalla legge Cirinnà avrebbero lasciato la patata bollente ai tribunali, a una giurisprudenza creativa che oggi si pronuncia come si pronuncia”. Secondo: “Politica e giurisprudenza devono chiedersi qual è il miglior interesse per il bambino. E questo, lo dicono decenni di studi scientifici, è crescere con un padre e una madre”. Terzo: “Il laicato cattolico deve tornare ad essere protagonista politico e culturale. Deve avere le idee chiare”. Parola di Massimo Gandolfini, portavoce del comitato Difendiamo i nostri figli (medico chirurgo specializzato in Neurochirurgia e Psichiatria – ndr), che poi dice: “In Italia la maternità surrogata è condannata dalla legge 40. Solo che la giurisprudenza usa spesso un’altra legge, la 184, per legittimare pratiche illegali col pretesto della continuità affettiva. Quindi occorre una norma che dichiari che l’utero in affitto, la Gpa, la gestazione per altri, è reato universale, indipendentemente se compiuto in Italia o all’estero”.

Ecco la conversione completa di Formiche.net con Gandolfini.

Professore, la madrina delle unioni civili, Monica Cirinnà, esulta e riconosce che con l’ordinanza della Corte di appello di Trento si va oltre la stepchild adoption che pure, alla fine, per convenienza politica si era stralciata…
Che si sarebbe comunque arrivati a questo punto lo avevamo capito e denunciato da subito. Era evidente che le unioni civili così concepite avrebbero lasciato la patata bollente ai tribunali, a una giurisprudenza creativa che oggi si pronuncia come si pronuncia. E non è che l’inizio. Arriveremo all’adozione per gli omosessuali.
Quei due gemelli ci sono. Non crede che riconoscendo entrambi i componenti della coppia come genitori si sia deciso per non creare un danno ai minori?
Ma così si legittima tutto. Non è perché ci si trova di fronte ad una questione di fatto che per forza tutto va bene. Altrimenti è un ricatto. Faccio un paragone inappropriato, solo per spiegarmi: sappiamo quanto sia diffusa l’illegalità fiscale. Visto che c’è, facciamo una legge per legittimarla? Il problema è ben più serio.
Cosa c’è in ballo?
Politica e giurisprudenza devono chiedersi qual è il miglior interesse per il bambino. E questo, lo dicono decenni di studi scientifici, è crescere con un padre e una madre. Affermare il contrario è contraddire tutta la letteratura in tema di psiconeurologia dell’età evolutiva che mostra che è indispensabile per lo sviluppo organico ed equilibrato della personalità del bimbo e la costruzione dell’identità di sé che ci sia questa presenza madre/femmina, padre/maschio. Non è questione di religione. Lo scriveva Freud nel 1931 in Totem e tabù, lo ha riaffermato Lacan, e via via fino ad oggi. Ci rendiamo conto che quei bambini sono il frutto degli ovuli di una donna? Hanno passato nove mesi nella pancia di un’altra donna che ha offerto il suo utero. Che in quei mesi hanno sviluppato un rapporto? Poi il vuoto. Tutto cancellato, non hanno più la mamma.
Lei cosa propone?
Innanzitutto dobbiamo ricordare che in Italia la maternità surrogata è condannata dalla legge 40. Solo che la giurisprudenza usa spesso un’altra legge, la 184, per legittimare pratiche illegali col pretesto della continuità affettiva. Quindi occorre una norma che dichiari che l’utero in affitto, la Gpa, la gestazione per altri, è reato universale, indipendentemente se compiuto in Italia o all’estero.
E se nonostante una nuova legge qualcuno continuasse a ricorrere alla Gpa?
Quella povera vittima che è il piccolo andrà tolto alla coppia committente, che è andata all’estero contro la legge, e andrà dato in adozione. È una misura estrema, per far sì che il bambino cresca in un contesto genitoriale fatto di una madre e di un padre.
Nell’ordinanza si esclude esplicitamente che nel nostro ordinamento “vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico tra genitore e nato”. Si evidenzia “l’importanza del concetto di responsabilità genitoriale” anche “indipendentemente dal dato genetico”.
Ecco, ci mancavano proprio dei giudici che si mettono a fare i medici. Questa è un’invenzione, una posizione ideologica. Non si può prescindere dal dato biologico, che è il fondamento della nostra struttura. Cromosomi XX per la donna, XY per l’uomo. È una differenza che non plasma solo il corpo, ma anche il cervello. Lo sa bene chi intraprende un percorso di cambio del sesso, che ha necessità di assumere ormoni per smorzare anche queste differenze.
Nella discussione sulle unioni civili i parlamentari cattolici non erano certo compatti. Così il mondo delle associazioni. A qualcuno oggi fischieranno le orecchie rispetto a quanto annunciavate sulle conseguenze della legge Cirinnà così concepita, nonostante lo stralcio della stepchild?
Un esame di coscienza servirebbe. Una sana resipiscenza e finalmente ammettere: ci siamo sbagliati a sottovalutare una legge che ha creato una grande confusione tra unioni civili e famiglia. Noi non abbiamo mai contestato che si desse una costituzione giuridica alle coppie omosessuali conviventi. Ma in modo appropriato, lavorando sugli aspetti civilistici, sul mutuo soccorso. È nato qualcosa di ben diverso. Tra mediazioni e compromessi, sono sempre gli altri che vincono. Loro non recedono di un passo. Mentre i cattolici perdono. Il problema è che ormai i grandi temi antropologici sono scivolati a pagina cento dei programmi politici. Si insiste su economia e finanza, va bene, ma su questioni cruciali si è creato il vuoto. I partiti sono diventati un luogo di potere e tanti cattolici in politica li sfruttano come tali.
Quale sfida si sente di raccogliere?
Quella che portiamo avanti da anni. Il laicato cattolico deve tornare ad essere protagonista politico e culturale. Deve avere le idee chiare. Altrimenti continuerà ad essere solo impegnato nella mera occupazione di spazi di potere. Inoltre, oggi c’è, tranne rarissime eccezioni, un livello politico spaventoso. Penso a mio padre che faceva politica ai tempi di De Gasperi. Nei ragionamenti di quel periodo, ma penso anche a politici lontani da me come Berlinguer o Nenni, si respirava cultura. Oggi, a parte rarissime eccezioni, i discorsi politici sono fatti di nulla e banalità. Tantissimi in Parlamento votano senza nemmeno sapere di che cosa si tratta.
A proposito di esami di coscienza. Non trova che anche nel suo schieramento – sia pure così frastagliato – della difesa della famiglia e della libertà di educazione, spesso tanti militanti si lascino andare a espressioni violente?
C’è in generale un problema educativo, un imbarbarimento dove sembra che non si è ascoltati se non si grida più forte. Non dobbiamo cedere all’aggressività. Mai discriminare, ma sempre fermi sui valori. Poi attenzione.
Attenzione?
C’è un popolo che è sempre più arrabbiato e con questo dobbiamo fare i conti. Le famiglie sono sempre più esasperate di fronte a percorsi educativi nelle scuole che vogliono far passare il gender come cosa pacifica, o una ipersessualizzazione precoce. Se il ministero non agisce, molti non saranno più controllabili.
Cosa intende?
Può succedere l’imprevedibile. Proteste di piazza, disobbedienza civile. Come gruppo dirigente cerchiamo di moderare e prevenire i confitti. Basterebbe un po’ di buon senso da parte della classe politica. Basterebbe cominciare ad ascoltare il popolo.
Dal suo punto di vista rispetto a certi temi l’episcopato può fare di più?
La Chiesa non è mai venuta meno; i vescovi fanno il loro mestiere. Quello che manca oggi è la coscienza dei cattolici. Noi siamo una minoranza, ma continuiamo a tenere accesa la fiaccola nelle tenebre antropologiche del nostro tempo.
Il Papa coi suoi appelli alla misericordia e alla comprensione, l’affermare di non capire la dizione “principi non negoziabili”…
No, no, aspetti: il Papa è chiarissimo. Pochi giorni fa all’Angelus ha di nuovo ribadito che la vita è sacra, dall’inizio alla fine. È cristallino nel giudizio sulla colonizzazione ideologica del gender. Semmai sono i media che lo strumentalizzano. E non solo: ci sono anche alcuni uomini di Chiesa che usufruiscono delle sue parole per piegarlo alla propria agenda.
Inevitabile non pensare a chi, anche nel mondo cattolico, guarda al suicidio assistito come ad una scelta di libertà.
Appunto: sono spesso i cattolici che tradiscono i punti cruciali dell’antropologia, e del magistero che li ricorda. In politica si può e si deve mediare, ma solo avendo al centro il punto fisso della sacralità della vita e del bene dell’uomo.
A questo proposito: come segue la discussione parlamentare sul testamento biologico? Si trasformerà in una chiave per aprire all’eutanasia?
Il rischio c’è. Intanto va tenuto fermo il ruolo del medico, che non può essere un mero esecutore di volontà espresse a tavolino anni prima di un evento drammatico. Se togliamo di mezzo questo non ci siamo. Il testamento biologico non è come quello patrimoniale, le condizioni cambiano continuamente. Lo dico da neurochirurgo ma non certo per una difesa di categoria. Il medico, nel momento in cui si verifica una situazione traumatica, ha la possibilità e il dovere di fornire valutazione in base agli esami più recenti, alle possibili terapie da applicare. Non è che si prende semplicemente un foglio dal cassetto e automaticamente si decide di non intervenire per il bene del paziente.
Il giurista Angelo Schillaci, commentando il decreto della Corte di Trento, ha scritto che per la prima volta a proposito di una famiglia omogenitoriale con due padri, si conferma che “madri e padri si diventa non soltanto grazie al corpo e ai geni, ma anche e soprattutto grazie all’intenzione, dunque al desiderio che sappia tradursi in consapevole assunzione di responsabilità”. Viene in mente Abraham Heschel e la “tirannia dei bisogni”.
Ormai il desiderio, anche il più assurdo, ha la pretesa di essere un diritto. Desidero morire? Allora pretendo che qualcuno mi assista. Desidero un bambino? Pretendo di ottenerlo a tutti i costi. Poi, secondo punto, abbiamo perso il senso del limite, nell’esasperazione paranoica dell’autodeterminazione. I diritti civili sono nati come diritto a non subire discriminazioni. Oggi sono ridotti a desiderio. Si sono trasformati in “diritti incivili”. Cioè, contro l’uomo. In Olanda e in altri Paesi del Nord Europa questi pretesi diritti sono legge da anni. Sono Paesi felici? Mi risulta siano in crescita separazioni, tossicodipendenza, solitudine, suicidi.

da Formiche.net – 02-03-2017


Figli di due papà, ciò che la Corte di Trento non ha considerato

Francamente non mi riesce di condividere l’ordinanza della Corte di Trento che ha riconosciuto, disponendone la trascrizione nei registri dello stato civile, l’atto di nascita di due bimbi nati in Canada attraverso la tecnica di procreazione assistita (maternità surrogata o utero in affitto), bimbi che ora si trovano ad avere due padri e nessuna madre. Come accade in casi del genere, per fortuna assai rari, gli osservatori si sono subito schierati su due fronti opposti. I progressisti si dichiarano entusiasti e annotano il provvedimento tra i migliori prodotti della nostra giurisprudenza, i conservatori, tra cui evidentemente devo collocarmi, lo criticano con decisione relegandolo tra gli errori più madornali degli ultimi tempi.
Secondo la Corte la decisione non sarebbe contraria all’ordine pubblico nazionale perché a tal fine non può bastare una mera divergenza o occasionale incompatibilità con la legge in vigore specie se questa è l’espressione della discrezionalità del legislatore in un determinato momento storico. Se si comprende bene il pensiero dei giudici, il fatto che la legge in vigore (soprattutto la nota 40 del 2004) non autorizzi la tecnica di procreazione assistita (i due soggetti sono conviventi ma dello stesso sesso) non esclude il riconoscimento di un atto compiuto all’estero perché il divieto sarebbe appunto l’effetto di una scelta discrezionale del legislatore ordinario che bene avrebbe potuto dire il contrario. In definitiva non si tratterebbe di una conseguenza obbligata discendente da principi assoluti, ma di una mera opzione discrezionale, certamente rispettabile, ma non tale da escludere la possibilità di una diversa soluzione, magari a breve distanza di tempo.
Ammetto che non capisco l’argomento. Il divieto è assistito e rinforzato da una grave sanzione pecuniaria per il caso dell’eventuale violazione. Inoltre l’organizzazione o la pubblicizzazione della maternità surrogata è punita fino a due anni di reclusione, segno inequivocabile del rifiuto assoluto del sistema da parte del nostro ordinamento. Non è chiaro che cosa si pretenda di più dai giudici per riconoscere che si tratta di palese contrarietà all’ordine pubblico.
Il secondo argomento è ancora meno convincente. Il riconoscimento dell’atto e la trascrizione sarebbero stati decisi anche in funzione del superiore interesse della prole. Certo, se i bambini fossero stati condannati a rimanere per sempre senza madre e senza padre nel caso si fosse respinta l’istanza, si sarebbe potuto forse discutere. Invece per la Corte, meglio comunque due padri subito anche se senza madre che nessun genitore. Sembra incredibile, ma i giudici sembrano ignorare che i due minori sono destinati a vivere in un ambiente sociale dove la normalità esige la contemporanea presenza di genitori di sangue o elettivi di sesso diverso. Ora dovranno navigare tra incertezze e difficoltà di ogni genere, quando una facile adozione avrebbe potuto ovviare ad ogni problema.
Non voglio dire che i due omosessuali di Trento hanno agito spinti dall’egoismo, ma è certo difficile concludere che hanno dimostrato generosità e piena disponibilità. Ma non si devono giudicare i due conviventi omosessuali, bensì stabilire se i giudici di Trento si siano attenuti alle disposizioni in vigore. Personalmente sono molto perplesso e anzi sono persuaso che si tratti di un errore. Sarebbe bastato riflettere che in occasione dell’approvazione della legge sulle unioni civili fu accantonata la proposta di introduzione della stepchild adoption cioè dell’adozione da parte del convivente dei figli del compagno o della compagna. E l’accantonamento fu determinato senza alcun dubbio dalla contrarietà in larga misura già dimostrata dalla maggioranza. E invece oggi la Corte di Trento avalla un principio molto più avanzato e ardito sul quale è difficile pensare che le Camere sarebbero d’accordo. Non è questo, da solo, un argomento decisivo per concludere che il riconoscimento dell’atto di nascita è contro la legge e contro l’ordine pubblico?

di Ennio Fortuna (Magistrato in pensione) Il Gazzettino 08/03/2017


DJ Fabo e il Mistero della morte

Mar 5, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

Proponiamo alcune riflessioni sul caso della morte del DJ Fabo, avvenuta il 27 febbraio 2017 in Svizzera, e che tanto ha toccato le coscienze di tutti gli italiani, credenti o meno.

Proponiamo:

  • Stralci dell’intervista rilasciata al TG5 dal Cardinale Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale della CEI
  • Stralci dell’intervista rilasciata da Mons. Moraglia, Patriarca di Venezia
  • L’intervento apparso su Nuova Scintilla del nostro Vescovo Adriano Tessarollo
  • Il racconto del fisiatra che è stato accanto a Fabo per 2 anni
  • L’intervista al prete che ha incontrato Fabo
  • La testimonianza di un operatore – direttore dell’unità AULS Romagna – che da anni si occupa di cure palliative
  • Un intervento dell’On. Rocella, sul “bluff radicale” utilizzato da questa parte poltica per giustificare il loro operato
  • Un intervento del Giurista Anzani su Avvenire, dove spiega il vero funzionamento delle cliniche in Svizzera (ed i loro costi e guadagni)
  • Un intervento apparso sull’Osservatore Romano, il 22/02/2017, quindi prima della drammatica morte di DJ Fabo

Il cardinale Bagnasco al Tg5. Eutanasia, la legge non dimentichi la dignità dell’uomo.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è stato intervistato dal Tg5 sul caso del suicidio assistito, in una clinica svizzera, di dj Fabo.
È una sconfitta grave e dolorosa per tutta la società, per tutti noi – ha detto Bagnasco –, perché la vita umana trae spunto, forza e valore anche dal fatto di vivere dentro delle relazioni di amore, di affetto, dove ognuno può ricevere e può donare amore. Fuori da questo è difficile per chiunque vivere, la solitudine uccide più di tutto il resto“.
Da sacerdote, come si può accompagnare un disabile grave che chiede di morire?
Solamente Dio può raggiungere il cuore di ciascuno di noi, nessun’altro così in profondità. E allora la prima forma di vicinanza è proprio quella della mia e della nostra preghiera. ma anche quella della parola, del sostegno, del contatto fisico di cui tutti abbiamo tanto bisogno.
In casi particolarmente drammatici si può parlare di diritto all’eutanasia?
Ognuno di noi riceve la vita, non se la dà e questo è evidente e pertanto ne siamo dei servitori, dei ministri. responsabili, intelligenti, ma senza potere mai dominare la vita nostra e tanto più degli altri. Per qualunque normativa l’importante è partire dai principi giusti, soprattutto in concreto dalla visione giusta di chi è l’uomo nella sua grandissima dignità, responsabilità, ma soprattutto nel vivere la vita in completa relazione con gli altri.

28 febbraio 2017


Fine vita: mons. Moraglia (Venezia), “rendere vivibile e dignitosa l’esistenza umana, in ogni fase, è la sfida di cui dobbiamo farci carico”.

Di fronte a chi ritiene di non aver più futuro e si dibatte in gravissime sofferenze fisiche, psicologiche e spirituali c’è innanzitutto il senso di un profondo rispetto, di una grande vicinanza e solidarietà. Questi drammi e sofferenze interpellano l’uomo in quanto tale, sia esso credente sia non credente. Chi segue e accompagna questi malati e i loro familiari constata come vi possano essere risposte fra loro differenti se non, addirittura, opposte”. Lo ha dichiarato oggi il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, in riferimento ad alcune vicende di attualità relative al fine vita. “Rendere vivibile e dignitosa la vita umana anche in questi frangenti e nelle fasi di maggiore sofferenza: è questa la grande sfida di fronte alla quale tutti siamo doverosamente e appassionatamente impegnati e a cui sono chiamate a rispondere una scienza medica e una società che pongano l’uomo e la sua vita al centro di tutto, senza mai darsi per vinte”. Per il patriarca, è “questa la sfida di cui deve farsi carico una collettività che si vuole prender cura dell’uomo, mai considerato – come sempre più spesso dice Papa Francesco – prodotto di scarto”. Se “i limiti che accompagnano l’uomo e che l’uomo sperimenta costantemente lungo la sua esistenza – al di là dei diversi convincimenti culturali – portano a considerare l’esistenza di soglie, demarcazioni e delimitazioni che dicono qualcosa di significativo per l’uomo e il suo agire”, “la vita è la più rilevante di queste soglie che identificano l’uomo. In alcun modo, poi, possiamo strumentalizzare il dolore e la disperazione di queste persone e dei loro familiari”.

01 marzo 2017


Una riflessione sulla “qualità della vita”  –  + Adriano Tessarollo

Quali e quanti sono gli elementi che concorrono a determinare la qualità della vita di una persona? C’è lo stato di salute fisica, della salute psicologica e spirituale, del benessere o della povertà economica, della positività o del fallimento delle relazioni affettive, familiari e sociali… e si possono aggiungere tantissimi altri aspetti che per ciascuna persona possono avere peso diverso. Per qualcuno persino una ‘brutta figura’ o una ‘ripicca’ può essere una ragione sufficiente per decidere di rinunciare a vivere. Il gran parlare di questi giorni a proposito di questo problema mi pare abbia posto e continui a porre al centro il tema della libertà che ogni persona deve avere di decidere quando e come ritiene di rinunciare alla vita, valutando che non avrebbe più la qualità per cui vada la pena o possa essere vissuta. Libertà individuale, diritto all’autodeterminazione sulle decisioni che riguardano la propria vita, strutture e persone che aiutano o collaborano a rendere esecutiva da parte del soggetto tale decisione.
Alla fin fine, che sia stato il dj a schiacciare con la propria bocca la pompetta che metteva in circolazione la bevanda terminale o che l’avesse premuta un altro con il suo consenso non cambiava nulla: ritengo si sia trattato di spettacolarizzazione dell’evento mortale. Per me il problema più importante, e se ne parla poco, sta nel ruolo che possono avere ‘gli aiutanti’ nell’aiutare a vivere o a morire, offrendo motivazioni di ogni ordine al soggetto per vivere o morire. La medicina fa il suo compito di alleviare il dolore, prendendo atto che non può illudere che col tempo le condizioni di ‘mobilità’ o di ‘minor disagio’ senz’altro miglioreranno, anzi potranno anche peggiorare. Ma tutti i soggetti che stanno attorno, o si propongono di farlo, ritengo che abbiano molta parte nel fare nascere la consapevolezza che la condizione fisica non è l’unico componente, e spesso neanche il principale, che può dare senso a relazioni che danno ‘qualità’ e ‘significato’ al vivere umano. E’ vero che viviamo nel corpo, ma mi chiedo se tutta la qualità della vita dipenda esclusivamente e totalmente dalle condizioni del corpo. Voglio dire, in poche parole, che ogni scelta cosiddetta ‘libera’ matura a seguito di molteplici motivazioni: quando uno decide di morire consapevolmente, significa che non ha trovato né in sé né in chi gli sta attorno motivazioni sufficienti per continuare a vivere, nonostante il forte disagio fisico in cui si è venuto a trovare. Il male e il disagio proprio, e forse anche quelli provocati ai vicini, hanno prevalso sulle altre relazioni e motivazioni. Rivendicare libertà della decisione è anche prendere atto che è mancato qualcos’altro che talvolta, come dice il Manzoni del coraggio, “uno non se lo può dare”. Ora forse sta in pace lui e anche quelli che lo hanno accompagnato a questa scelta, liberati dalla fatica di condividere quel dolore e quel disagio, magari qualcuno di essi orgoglioso di avere reso possibile l’esercizio di quella libertà finale. Io non muoio di ammirazione per queste cliniche fautrici di libertà mortale, anche se sono svizzere… E anche gli ‘aiutanti’ spero non ne abbiano vanto, anche se si autodenunciano.

Da Nuova Scintilla n.9 – 05 marzo 2017


Il fisiatra: accanto a Fabo per 2 anni. «Poi ha smesso di lottare»

Parla lo specialista che ha seguito il dj: all’inizio aveva voglia di farcela, non siamo riusciti a fermarlo.
Sono stati fino all’ultimo i grandi amici di Fabiano Antoniani, che anche loro chiamano Fabo. Dal novembre del 2015, quando è tornato a casa dall’ospedale dopo l’incidente, sono stati con lui ogni giorno dandogli cura, sollievo ed ascolto: «Eravamo a casa sua cinque giorni a settimana, c’erano il fisioterapista, l’infermiere, un ausiliario, all’inizio anche la logopedista e una psicologa, di cui, però, poi ha deciso di fare a meno. Ho scritto io il suo piano di riabilitazione e lui collaborava con molta volontà, aveva una gran voglia di farcela. Poi è successo qualcosa».
Angelo Mainini, medico fisiatra, è il direttore sanitario della ‘Maddalena Grassi’, fondazione laica di diritto privato, specializzata nell’assistenza domiciliare ai disabili gravi e attrezzata per i casi più complessi. «In venti anni di attività abbiamo accompagnato la vita e la morte di centinaia di persone come Fabo o in condizioni analoghe – spiega lo specialista – e attualmente seguiamo anche un centinaio di bambini». Tra questi – scopriamo – anche Matteo Nassigh, il ragazzo ormai 19enne che non parla ed è completamente immobilizzato, ma che dalle nostre pagine domenica aveva lanciato un ultimo appello proprio a Fabo: «Non andare a morire, noi due possiamo migliorare il mondo». «L’ultima volta che siamo andati da lui è stato venerdì, il giorno prima della sua partenza per la Svizzera. C’era anche il cappellano, don Vincent, chiamato da Fabo, non so che cosa si siano detti… Non giudico quanto è successo poi, questi sono temi di assoluta delicatezza e talmente legati alla situazione di ogni singolo individuo che è impossibile dettare regole generali, ma certamente questo epilogo è una sconfitta per tutti: la scienza medica fa progressi impensabili per migliorare e allungare la vita, ma nessuno è stato in grado di dare a Fabo la motivazione sufficiente a continuare ad amare la sua». Perché è questa la profonda questione: «In decenni a contatto diretto con pazienti come Fabo – continua Mainini – vediamo che il problema è avere o non avere qualcosa per cui valga la pena vivere. Penso a tante persone come lui, anche più sofferenti, che a un certo punto trovano la spinta per voler proseguire sulla strada della vita, e in questo non ci sono regole o automatismi, sarebbe troppo facile: non dipende dalla gravità della malattia, non è nemmeno una questione di fede, il contesto familiare incide (se si sentono amati o non amati), ma poi ogni storia è a sé. Ecco perché fare una legge su situazioni così mutevoli significherebbe voler dare confini netti e cose che non possono averli».
E chi, come i radicali, si appropriano mediaticamente di queste storie umane «per farne cassa di risonanza ideologica», vanno a innestarsi in «equilibri che noi sappiamo essere delicatissimi. Ci vuole un solo istante per passare dalla speranza alla disperazione, dalla voglia di vivere a quella di morire». È quello che è successo a Fabo. I primi mesi accettava di buon grado il piano riabilitativo ideato su misura per lui da Mainini, perché ancora sperava. A dargli la forza era il suo carattere, quella energia vitale che prima dell’incidente, avvenuto nel 2014, lo aveva fatto vivere a mille. «Credeva nella possibilità di migliorare, si era affidato anche a terapie sperimentali. Poi ha capito che, almeno ad oggi, la medicina non era in grado di ridargli le sue funzioni. Caduta la speranza, non ha trovato qualcosa per cui valesse la pena vivere anche così». Non è una colpa, semmai è una sfortuna. Perché nessuno sa dire come avrebbe reagito al posto suo, e nemmeno dove trovare le parole per restituire la speranza a chi, dalle piste di discoteche chiassose e affollate, passa al buio di una vita cieca e immobile. «Per questo guai a chi giudica – prosegue il fisiatra di Fabo –. Ma anche a chi strumentalizza le situazioni di questi pazienti. Le ideologie campano sulla falsa concezione che esistano il bianco o il nero, invece la realtà è complessa. In vent’anni di lavoro sui disabili gravissimi abbiamo visto di tutto. Abbiamo una paziente che si definisce atea, da anni attaccata a un ventilatore, ma sostiene che la sua vita è piena. Abbiamo poi molti malati di Sla, e solo due ci hanno chiesto di non essere tracheotomizzati, com’è già loro diritto senza bisogno di leggi nuove, quindi li seguiamo con cure palliative per morire naturalmente, senza alcuna eutanasia ma anche senza soffrire: è la volontà di una persona lucida che dice ‘questa cura straordinaria non la voglio’. Lo prevede la Costituzione e anche il catechismo. Un caso come quello di Fabo, tra centinaia di disabili, non ci è mai capitato prima: la stragrande maggioranza chiede di ricevere tutte le cure possibili per una vita pienamente degna, e purtroppo non le hanno. Questo è il grande diritto inascoltato, vivere, ma non viene difeso con la forza con cui si reclama un diritto di morire». Persino la Lombardia, che è un’isola felice, copre buona parte dei costi altissimi di assistenza ai disabili gravi, ma ad esempio basta che il paziente in stato vegetativo abbia un lieve miglioramento perché il carico venga spostato sulle famiglie. «Perché coloro che si battono per la morte di pochi non si battono al fianco di queste povere madri, che noi vediamo letteralmente svenarsi per i figli? Sono una folla bisognosa e abbandonata». La storia di Fabo non è finita qui. Chi voleva usarla per fini ideologici da qui comincia. «Mi autodenuncerò appena rientro in Italia», annuncia dalla Svizzera il radicale Marco Cappato. Fabo si è suicidato in Svizzera come già altri italiani, Cappato gli ha dato un passaggio in macchina, ma tenta la carta del coinvolgimento e del martirio, «rischia 12 anni di carcere», ripetono per inerzia i tigì. Ciò che vede Mainini tra i suoi pazienti di Sla e di altre patologie degenerative è che «all’inizio molti pensano di voler morire, ma con il tempo il giudizio nel 99% dei casi muta, strada facendo cambiano le priorità e, con il giusto accompagnamento, riescono ad apprezzare ciò che quella loro nuova vita può offrire. Se attorno hanno persone che amano e scadenze attese con gioia, come la nascita di un nipotino o la laurea di un figlio, anche solo riuscire a fare quel sorriso o muovere la testa li appaga pienamente». Ora che Fabo non c’è più, il pensiero del medico va alla disperazione di sua madre, «al dolore immane con cui all’inizio ha fatto ciò che poteva per fermare la decisione del figlio», ma poi non ha potuto che assecondarlo e aiutarlo. «Penso a cosa sarà subito dopo», diceva al medico piangendo. E oggi che quel dopo è arrivato «spero solo che abbia vicino persone capaci di consolare il suo cuore».

intervista di Lucia Bellaspiga – 28 febbraio 2017 – Avvenire


Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»

Parla don Vincent, il sacerdote che l’ha incontrato prima di morire. «Era disperato»
L’inizio e la fine. Sono solo due gli incontri che don Vincent Nagle, 58 anni, americano, ha avuto con Fabiano, il dj morto lunedì per suicidio assistito nella clinica svizzera Dignitas. Una prima volta a primavera, quando Fabo ha iniziato a manifestare il desiderio di mollare tutto e farla finita, l’ultima venerdì scorso, il giorno prima della sua partenza per la clinica dei suicidi. Due incontri, dunque, non una frequentazione costante (Fabo aveva rifiutato anche l’assistenza dello psicologo, accogliendo solo fisioterapisti e riabilitatori che potessero restituirgli il corpo, la vita di prima, le sue funzioni ora spente), eppure in due momenti chiave.
Don Vincent, come è entrato in contatto con lui?
Rientrato dalla Palestina, dove ero parroco per la comunità cattolica di lingua araba, sono diventato cappellano della Fondazione Maddalena Grassi per l’assistenza a domicilio ai disabili gravissimi, tra i quali Fabo. In tutto abbiamo un migliaio di pazienti con situazioni come la sua o molto simili, alcuni anche più gravi.
Il suo è un osservatorio “privilegiato” sulla immensa e terribile questione di tante vite “diminuite”, che alcuni non accettano e vivono con umiliazione, altri sentono ancora ricche e piene. Un mistero che interroga tutti noi e mette in gioco la capacità della nostra società di dare aiuto concreto ai più fragili.
Nelle case dei pazienti e in sei nostre strutture tocco con mano giorno per giorno mille realtà differenti e le patologie più diverse, e in questo viaggio incontro anche i tanti operatori che lavorano a queste situazioni, dando cuore e competenza. Mi reco solo da chi richiede la mia presenza, oppure dove siano il medico o un operatore a indicarmi la necessità di andare di persona a incontrare il paziente stesso o la sua famiglia, che regge un grande peso.
E Fabo? Com’è avvenuto il primo incontro?
Sono stato chiamato da un operatore che lo assisteva molto da vicino e che era sconvolto: Fabo iniziava a manifestare pensieri di morte, dopo che per mesi aveva invece sperato e partecipato con volontà alla riabilitazione. Mi disse che la madre dell’uomo mi avrebbe incontrato. Era una donna tanto sofferente e arrabbiata con Dio, una madre che si trovava a difendere la scelta del figlio, perché sentiva che non c’erano più opzioni. Quel giorno ha parlato solo lei, ne aveva bisogno, io ho ascoltato. Quando poi il figlio l’ha chiamata in camera, mi ha invitato a seguirla e lì io e Fabo ci siamo presentati. Abbiamo iniziato a conversare, ognuno sulle proprie esperienze: io gli raccontai le mie, lui la musica e la discoteca. Siamo così arrivati a sfiorare il tema della vita e della morte, e se abbiamo nominato Dio è perché lo ha fatto lui. Non c’è stato più tempo, però, per approfondire un discorso in quel momento inattingibile: mi ha salutato con un «per favore, torna», ma poi non è stato più possibile fino all’ultimo giorno. Era un uomo generoso.
Difficile per una madre immaginare uno strazio più grande di sentirsi “costretta” ad avallare il suicidio di un figlio.
Con lei sono rimasto in costante contatto, anche con i messaggini. Certamente era una donna molto addolorata e immagino come starà in queste ore, in casa erano ormai sempre lei e lui, lui e lei da soli. Leggo che Fabo era contento di andare a morire in Svizzera. Ma come si fa a pensare questo? Fabo era disperato. Al nostro operatore ha spiegato «no che non sono contento, io voglio vivere, ma questo non è vivere». Ho a che fare con centinaia di persone come lui e vedo ogni giorno l’evoluzione dei pensieri sui volti e negli occhi. Nessun automatismo: c’è chi imprevedibilmente trova risorse per amare anche la sua nuova vita e addirittura amarla più di prima, e chi invece non ce la fa, nel senso che subentra la stanchezza, anche se non chiede di morire, e allora è una vita amareggiata. Ma c’è un passo che prima o poi tutti fanno: le domande all’ignoto. Dove mi stai portando? Cosa mi sta succedendo? È la finestra che si apre nella gabbia e da cui entra qualcosa, non necessariamente la fede, magari nuovi legami, sentimenti, aspettative… Nessuno però può costruire questo passo, che nasce dalla domanda fondamentale: ‘Cosa mi sta dando questa vita misteriosa, che non conosco?’.
A rivolgersi a lei sono più i pazienti che hanno il dono della fede?
Non c’è necessariamente fede, ci sono domande. E non necessariamente su Dio, ma su come reggere una vita che appare inutile, troppo dura, impossibile. Chiedono di me quando il dramma umano si rivela ingestibile: ‘Non ce la faccio più, mi aiuti ad accettare questa vita’. Io non posso rispondere. Ma ho desiderio di sondare con loro le risposte a queste domande e spesso con il tempo sulle loro facce vedo cambiamenti che mi stupiscono. Vedo che è già all’opera la risposta. Sono loro che aiutano me. Altrimenti sarebbe durissima andare a colloquio con occhi che mi guardano carichi di speranza che io porti un miracolo che non possiedo, oppure pieni di rancore verso Dio e la sorte che li ha colpiti.
Può fare ancora qualcosa per Fabo, ora?
Sua madre mi ha chiesto di celebrare una messa per lui dopo la morte, e che avvenga nella chiesa in cui è stato battezzato. E Fabo ha acconsentito.

Intervista di Lucia Bellaspiga mercoledì 1 marzo 2017 – Avvenire


Si può curare anche quando non si può più guarire

Tra accanimento e abbandono, la terza via delle cure palliative. Intervista a Marco Maltoni, direttore dell’Unità Ausl Romagna
Cosa rimane a un malato grave che sceglie di non andare in Svizzera? Chi e come lo può aiutare ad accettare la propria condizione senza cedere alla sofferenza? Una risposta viene da Marco Maltoni, direttore dell’Unità cure palliative Ausl Romagna, che da anni si occupa di “cure palliative”. Il termine, spiega Maltoni, indica l’assistenza fornita ai pazienti che si trovano nella fase avanzate di malattia, caratterizzata dalla totale mancanza di autonomia. «Questa tipologia particolare di assistenza nacque negli anni Sessanta-Settanta grazie all’iniziativa di un’infermiera inglese Cicely Saunders, la quale intuì che fra l’eccesso inappropriato di un intervento, il cosiddetto “accanimento terapeutico”, e una precoce e immotivata resa, chiamiamola “abbandono terapeutico”, esiste una terza via. Saunders capì infatti che la sofferenza delle persone gravemente malate è un dolore totale, che implica bisogni e problematiche trasversali, dalla sfera fisica a quella psicologica, sociale e spirituale. La persona è coinvolta nella sua interezza davanti al rischio di una doppia e grave perdita. Innanzitutto quella della compagnia, perché spesso il malato viene marginalizzato e quindi abbandonato. Segue poi la perdita del senso: il paziente osserva la propria disgrazia, si interroga sul perché di questa condizione e inevitabilmente si domanda che senso abbia continuare a vivere».
Ma non è solo il paziente a trovarsi in un tale stato di fragilità: anche la sua famiglia ha bisogno di supporto. È quindi un intero nucleo a dover essere preso in cura. «Serve perciò un lavoro d’equipe che lavori su due fronti. Da un lato questo supporto implica un rapporto personale, che ponga attenzione sul singolo, ma dall’altro questa assistenza deve essere istituzionalizzata e messa a sistema dallo Stato, il cui compito è quello di favorire e mettere in priorità l’assistenza alla vulnerabilità, alla fragilità. Serve quindi una rete nazionale di cure palliative che preveda la possibilità di una presa in carico e di una continuità di cura in vari aspetti e in varie forme. Il luogo per eccellenza è una residenza specifica che, in questo caso, prende il nome di hospice. Oltre a queste strutture si deve garantire anche un approccio personalizzato che preveda cure a domicilio, in ospedale o, per i casi meno avanzati, in ambulatorio».
Proprio per favorire questa continuità di cura, è importante coinvolgere varie figure professionali, a cominciare da quelli che da tempo seguono il malato, per esempio il medico di famiglia o diversi specialisti. A questi si devono affiancare persone che assistano il malato a tempo pieno, cioè l’equipe specializzata nelle cure palliative. Il corpo è importante tanto quanto lo spirito: queste strutture offrono anche servizi integrativi e complementari: di fisioterapia per cercare di favorire la massima autonomia possibile dei pazienti, di massaggi, musicoterapia e bagni in vasche con gli ultrasuoni. Ci sono anche parrucchieri che si prendono cura dell’aspetto fisico dei pazienti perché questi possano riconoscersi allo specchio e affermare la propria identità davanti agli altri. «La sfida è questa: creare una squadra di lavoro in grado di far emergere che la persona in cura non è definita dalla sua malattia, ma si trova in una situazione in cui è ancora possibile trovare un significato e la verità di sé. Tutto ciò non è ovviamente scontato e passa sempre attraverso la libertà della persona. Le cure palliative non risolvono il problema, però mettono il malato nelle condizioni di affrontare la propria condizione il meglio possibile. Innanzitutto, consentono al paziente di non essere solo e di percepire di avere ancora un valore agli occhi degli altri. Come ha detto un paziente di un mio famigliare, “una persona può dimenticare il degrado del proprio corpo se nello sguardo degli altri scopre la tenerezza”».
La rete umana di solidarietà e sostegno è dunque la forza chiave di queste cure, ma certo il senso religioso può certo venire in aiuto: «Io credo che questa possibilità di vivere positivamente ogni momento della quotidianità esista per tutti, ma chi vive nella fede ha un punto di forza in più da cui partire. Poi ogni singola esperienza è diversa. Una volta mi è capitato un paziente non credente che aveva deciso di andare in Svizzera. Io non potevo accompagnarlo e gli ho suggerito di provare per qualche tempo a vivere quella drammatica situazione con spirito e occhio diversi, stando sempre in compagnia dei familiari. Gli ho detto di provare a usare quel tempo per guardarsi dentro. Quella persona era un imprenditore, quindi uno abituato a prendere decisioni autonome non solo sul lavoro, ma anche nella vita privata. Non ha reiterato la sua richiesta e dopo una settimana o due dal nostro colloquio l’ho visto in mezzo ai suoi famigliari, con un aspetto tranquillo. Mi ha detto che durante quel periodo di prova aveva cambiato idea e non voleva più partire. Ha sperimentato il calore dello stare in mezzo alla sua famiglia e l’attenzione che gli veniva riservata dallo staff e, riconoscendo il buono che c’è in tutto questo, ha deciso di seguirlo». Per questo nelle strutture di cure palliative non mancano assistenti spirituali. «Come fissi abbiamo quelli cattolici, ma è possibile richiederne anche di altre religioni». Gli ospiti e gli operatori di queste strutture infatti non sono tutti credenti, ma «il fertile terreno comune è quello del senso religioso e dell’apertura alla domanda sul significato». Maltoni ricorda per esempio di qualche paziente musulmano e racconta di due donne, una cristiana e una islamica, che pregavano insieme, una con il rosario e l’altra con i versi del Corano. Certo, riconosce Maltoni, le cure palliative, gli hospice e i vari servizi offerti «sono solo strumenti, tuttavia sono importanti e in grado di fare la differenza perché permettono di conferire valore e attenzione ad ogni singolo istante».

Francesca Parodi – 2 Marzo 2017 Tempi


Il bluff radicale e la “via italiana” all’eutanasia

Per giorni i radicali, e quasi tutti i media, hanno lamentato che dj Fabo era andato a morire in Svizzera perché da noi, in Italia, non sarebbe stato possibile. Per giorni hanno addebitato alla politica, alle sue incertezze e ai suoi tempi lenti, la mancanza di una legge sul biotestamento e sull’eutanasia accusando di inciviltà un paese che costringe persone gravemente sofferenti ad emigrare per esercitare il “diritto a morire”. Però, ascoltando attentamente quello che gli stessi Marco Cappato e Maria Antonietta Coscioni hanno detto, si scopre che non è proprio così.
Si scopre che Fabiano Antoniani avrebbe potuto tranquillamente rinunciare alle cure e spegnersi nel suo letto, a casa sua, senza problemi con la legge e i tribunali, e che quella di andare in Svizzera è stata una scelta tutta politica, un’efficace strategia mediatica tipicamente radicale.
Ospiti entrambi di Telese su la7, un interessante battibecco tra i due svela l’esistenza di una “via italiana all’eutanasia”, che però, nel caso di Fabiano, si è deciso di non seguire. Dice Coscioni: “Fabo poteva percorrere la strada di Welby, una via italiana già percorsa con Pannella, la sospensione della respirazione artificiale”. Cappato, allarmato, nega e tenta di fermarla: “Non è vero, non è vero….” Ma la Coscioni insiste: Fabo era attaccato al ventilatore e aveva un’autonomia respiratoria ridotta, si poteva staccare per pochissimo tempo. Inoltre era alimentato con una nutripompa, quindi per morire avrebbe potuto semplicemente rinunciare a idratazione e alimentazione artificiali.
Telese chiede che differenza c’è tra la “via italiana” e il suicidio assistito in Svizzera. La Coscioni diligentemente spiega: “Non fa differenza se morire in un giorno o in poche ore. E’ l’impatto che abbiamo voluto dare.” E a un’ulteriore domanda di Telese, conferma: “Per il malato il suicidio assistito, l’eutanasia o la desistenza terapeutica non sono diversi: la finalità è la stessa.” Ricapitolando: la scelta di andare in Svizzera piuttosto che optare per l’abbandono delle cure, come nel caso Welby (distacco dal ventilatore e sedazione continua profonda), è dovuta “all’impatto che abbiamo voluto dare”; qualunque legge sul biotestamento che preveda la “desistenza terapeutica” è sostanzialmente eutanasica.
Cappato, che ha costruito con tanta sapienza e tempismo il “caso dj Fabo”, sia sul piano dell’effetto mediatico che su quello politico, scalpita: per lui è essenziale invece drammatizzare, puntare sull’impossibilità di morire legalmente in Italia, per spingere la legge sul testamento biologico (che andrà in aula alla Camera il 13 marzo) e ottenere un testo il più possibile aperto all’eutanasia. Cerca quindi di bloccare la Coscioni: “Non mi pare che abbia senso il paragone di Maria Antonietta su vicende che non conosce direttamente…” ma non può smentirla, quindi ammette che sì, “la Costituzione riconosce il diritto a interrompere le terapie, anche le terapie vitali. Ma nel caso di Fabo sarebbe stato straziante, dover aspettare anche 5 giorni, è quello che non ha assolutamente voluto…”.
Straziante? E’ esattamente quello che è stato fatto per Eluana. Sospensione di idratazione e nutrizione (e non c’era nemmeno la nutripompa, solo un sondino, perché in realtà Eluana poteva deglutire), e un’agonia durata qualche giorno, perché la morte per disidratazione non è immediata. Ma nessuno si è preoccupato dello strazio, in quel caso.

di Eugenia Roccella – 02 Marzo 2017 – L’Occidentale


In Svizzera l’eutanasia non c’è ma si fa. La morte spacciata

Ci vorrebbe uno svizzero come Erich Fromm, autore del celebre saggio sulla “Anatomia della distruttività umana”, per spiegare dal lato psicologico le mistificazioni che in questi giorni risuonano nei commenti sulla tragica fine del giovane Dj Fabo. Sembrano onde concentriche che battono sul tema della morte come scelta, diritto, assistenza, soccorso virtuoso persino; e descrivono la meta svizzera come un approdo accogliente, aperto al desiderio di farla finita «con dignità». Una morte spacciata per libertà. Quasi libero traguardo, legalmente protetto, di una libera eutanasia. La prima falsificata prospettiva è quella di confondere il sistema giuridico elvetico con l’attività di alcune associazioni private che operano in Svizzera; di confondere il diritto svizzero con i margini permissivi che permettono a queste associazioni di passare immuni da sanzioni penali; di immaginare (o lasciar credere) che il suicidio assistito sia una specie di protocollo sanitario regolato e gestito negli ospedali secondo le regole del servizio pubblico nazionale o cantonale.
Falso. In Svizzera l’eutanasia è un delitto, punito dall’art. 114 del Codice penale.
È un delitto anche l’istigazione e l’aiuto al suicidio (art. 115). Ma in questo caso la norma aggiunge «per motivi egoistici». E così, se i motivi non sono egoistici, s’interpreta che pena non c’è. L’origine di questa piega normativa pesca fin nell’800, – spiega il professor Bondolfi del Comitato nazionale di bioetica svizzero – per non infierire su chi avesse dato un’arma a un altro per usarla contro se stesso (fosse per delusione d’amore, o per disperazione). La norma, oggettivamente, anche nella sua formulazione attuale, non si collega per nulla a malattie o stadi terminali. Uno potrebbe volere ammazzarsi perché non trova lavoro, e la vita senza lavoro è una tragica sofferenza di dignità ferita (e a volte, purtroppo tragicamente succede). E neppure si occupa, la norma, del modo con cui la morte viene procurata, se morte di veleno o d’altro. Ad occuparsene sono gli intermediatori privati della morte. È falsa l’immagine che la legge svizzera “regoli” con un determinato protocollo positivo l’esercizio del suicidio assistito in ambito pubblicistico. E falsa del pari è l’idea che il suicidio assistito abbia a che fare con il sistema sanitario svizzero. In realtà, chi si occupa di penetrare nella smagliatura dei «motivi non egoistici» dell’art. 115 del Codice penale svizzero sono le associazioni private; sono loro che procurano il medico perché prescriva la ricetta del barbiturico mortale; sono loro che si occupano della logistica; sono loro che organizzano il percorso, con regole e prassi interne, che conduce alla fine. Sono loro che riscuotono le tariffe. Non è gratis, il cammino; può costare anche 13mila euro.
Chi pensa che si dovrebbe adottare anche in Italia il sistema svizzero per evitare il turismo della morte, probabilmente immagina un servizio pubblico, gratuito, on demand, a carico del servizio sanitario nazionale. Al solito, viene così spontaneo esigerlo, se si proclama il diritto di morire in quanto “titolari della propria vita” e si postula che altri abbiano dunque il dovere (ma perché?) di aiutare la morte. Ed è in questo ultimo corto circuito del pensiero che emerge, infine, il quesito supremo della “relazione” che contrassegna la vita umana sul piano sociale e fonda le reciproche istanze, le reciproche attese, l’intrecciata appartenenza degli esseri umani gli uni agli altri, in solidale fraternità. Nessun diritto è per se stesso e basta, nessun diritto si realizza senza che un altro vi si impieghi dando qualcosa di sé, per costruire e non per distruggere, per la speranza e non per l’abbandono. Lo svizzero Erich Fromm, quello della anatomia della distruttività umana, l’ha lasciato scritto chiaro nell’altro suo più celebre saggio: quello sull’”Arte di amare”. È in quest’arte, il compimento d’ogni diritto.

di Giuseppe Anzani 1 marzo 2017 – Avvenire


Di fronte alla propria morte · La difficoltà delle direttive anticipate ·

Spot televisivi, annunci sui giornali e un sito internet completamente dedicato a un soggetto che suscita nel medesimo tempo una naturale repulsione e decise reazioni: la fine della vita. Il ministero della salute francese ha reso noto di aver avviato una grande campagna di sensibilizzazione e di educazione sulla morte e sul morire.
La Francia dispone da tempo di una legge sulla fine della vita, la legge Leonetti del 2005 poi divenuta Claeys-Leonetti nel 2016, ma il testo è ampiamente misconosciuto dalla popolazione e, cosa ancor più grave, anche da parecchi medici. I risultati sono sotto gli occhi soprattutto di coloro che di fine vita più si occupano: i medici palliativisti. La campagna ideata dal Centro nazionale di cure palliative e del fine vita (www.soin-palliatif.org) vorrebbe colmare una lacuna culturale e portare i francesi a riflettere sulla fine della loro vita, sulla medicina palliativa, a comprendere che cos’é la sedazione, che cosa sono le direttive anticipate e a imparare a scriverle.
In un paese come la Francia dove spesso si sono alzate le voci di chi chiede il diritto ad abbreviare la propria vita ci si scopre ignoranti e impauriti di fronte alla morte e alle possibilità che la medicina offre a chi vi si trova di fronte, e questo a distanza di anni dall’approvazione di un’articolata e buona legge sul fine vita, una legge che ha inciso così scarsamente sulla popolazione che a oggi sono pochissimi coloro che hanno redatto delle direttive anticipate, ancor meno quelli che le hanno scritte in modo corretto e comprensibile.
La situazione francese non può non insegnare qualcosa e sarebbe a dir poco superficiale lasciare scorrere quanto sta avvenendo al di là delle Alpi senza farne tesoro. A furia di parlare di diritti il rischio è quello che nessuno o quasi si occupi dei contenuti e della loro reale portata, arrivando alla situazione paradossale di scrivere una legge mediocre o, se buona, destinata a essere poco compresa o, peggio, mal applicata.
Chi si occupa di cure palliative sa che scrivere una direttiva anticipata di trattamento è cosa molto difficile. Quando ero chef de clinique in una grande unità di medicina palliativa di un ospedale universitario svizzero mi è capitato spesso di assistere a un esercizio che il primario chiedeva a tutti gli specializzandi di fare almeno una volta: scrivere le proprie direttive anticipate. Io stesso mi sono cimentato con l’esercizio e non sono mai arrivato a redigere una forma di direttiva che, riletta dopo qualche tempo, mi lasciasse soddisfatto e tranquillo: troppi punti difficili da prevedere, troppe affermazioni generiche o al contrario troppo precise per situazioni sconosciute quando si è sani, troppe variabili ignote.
Anche affermazioni come “non vorrei essere idratato o nutrito in caso fossi affetto da una malattia inguaribile in fase avanzata o terminale” lasciano aperte molte domande. Quale sarà esattamente la mia prognosi in quel momento? Chi avrò vicino sarà contento davvero della mia scelta? E se magari un minimo di idratazione mi assicurasse più comfort senza allungarmi la vita ma eliminando un sintomo come la nausea?
Il fatto che pochi abbiano scritto le proprie direttive anticipate anche in paesi che offrono la possibilità di farlo fa riflettere e mette al riparo da illusioni. Tali strumenti non sono inutili ma senza una serena svolta culturale e una profonda e pacata conoscenza del soggetto potrebbero rivelarsi insufficienti.
La morte «proprio come il sole non si lascia guardare in faccia» scriveva La Rochefoucauld. Ma almeno si potrebbe provare a parlare per tempo e con professionalità degli sforzi umani per starle di fronte. Soltanto allora diritti e obblighi diventerebbero più chiari e più condivisi.

di Ferdinando Cancelli – Osservatore Romano, 22/02/2017


Vescovo Adriano: Quaresima è alle porte

Feb 26, 2017   //   by mauro   //   Quaresima, Rassegna Stampa, Vescovo  //  No Comments

I grandi avvenimenti vanno preparati per tempo. Alla festa del Natale ci prepariamo con il tempo dell’Avvento, che può durare da 22 a 28 giorni e comprende 4 domeniche. Alla Pasqua ci prepariamo invece con il tempo di Quaresima che dura 40 giorni e comprende 5 domeniche per giungere alla sesta domenica, detta “delle Palme” che apre la ‘settimana santa’, memoria dell’ultima settimana della vita terrena di Gesù che si conclude con la celebrazione della sua Risurrezione nella notte e nel giorno di Pasqua.

Con quale spirito vivere ‘da cristiani’ questo tempo per vivere ‘da cristiani’ la Pasqua?

Papa Francesco, nel suo messaggio per la quaresima di quest’anno si è ispirato alla parabola che leggiamo nel vangelo di Luca (16,19-31), nella quale Gesù mette in scena un ricco ‘senza nome’ “che ogni giorno si dava a lauti banchetti”, e un povero di nome Lazzaro, nome che significa «Dio aiuta». Con questa parabola Gesù ci mette davanti il peso e la responsabilità delle nostre scelte concrete quotidiane, dalle quali dipende la nostra sorte nella vita futura. Papa Francesco definisce l’insieme degli atteggiamenti di quel ricco come “peccato che acceca” e che impedisce di riconoscere in quel povero un “dono di Dio” servendo il quale si diventa eredi e partecipi dei beni spirituali e della salvezza del Signore. Ma chi può aprire i nostri occhi, il nostro modo di pensare, la disponibilità del nostro cuore per vedere e accogliere l’altro come dono di Dio?

Per giungere a questo nuovo modo di pensare abbiamo bisogno di un altro dono, quello della sua Parola. La sua “Parola è il dono” che indica in maniera semplice e concreta la ‘conversione’ e che ci dona la forza per realizzarla. Nella parabola infatti Gesù mostra un uomo ricco che banchetta lautamente e uno povero, Lazzaro, che sta alla sua porta e si ciba delle briciole che cadono dalla tavola del ricco, senza che il ricco si accorga di quel povero e quindi neanche si faccia carico dei suoi bisogni condividendo con lui le proprie risorse. Queste sue scelte di vita avranno per lui, il ricco, conseguenze disastrose che leggiamo nella seconda parte della parabola e si concretizzano come rovina eterna. Ma come evitare di finire a quel modo? “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli!” risponde Abramo. Il vero problema del ricco e la radice dei mali suoi e dei suoi familiari è il non prestare ascolto alla Parola di Dio: questo non prestare ascolto alla Parola lo ha portato a non amare più Dio e a disprezzare il prossimo. La ‘Parola che è dono’ indirizza alla conversione al Signore in maniera molto concreta; essa è forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Con la sua Parola, di cui ci fa “dono”, il Signore interpella la nostra coscienza, chiama a quella conversione di cui non ci sembra di avere alcun bisogno, ci spinge a rinnovare la nostra relazione con Dio e di conseguenza a cambiare il nostro comportamento e le nostre azioni verso l’altro che ci sta accanto, della cui presenza anche noi, come il ricco, neanche ci rendiamo conto. Convertirsi vuol dire guardare alla nostra vita alla luce del vangelo, prendere coscienza della nostra lontananza da Dio e del nostro stile di vita lontano da quanto lui ci chiede. Chiudere il cuore al dono di Dio che ci parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al fratello, non più visto come ‘dono di Dio’. La Quaresima può diventare per noi, scrive papa Francesco nel suo messaggio, un “nuovo inizio” che ci permette un rinnovato incontro con il Signore nella Parola, nel sacramento del perdono e della riconciliazione, e in un rinnovato rapporto con i fratelli che ci permette di vederli e di vedere le loro necessità. “Cari fratelli e sorelle, – conclude il papa- la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo… Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua”.

+Adriano Tessarollo – Da Nuova Scintilla n.8 – 26 febbraio 2017

 

Diocesi: l’Emporio della Solidarietà

Gen 29, 2017   //   by mauro   //   Caritas, Rassegna Stampa  //  No Comments

Un “nuovo” emporio per dire la Misericordia

emporioAnche la Diocesi di Chioggia si è inserita nel grande fiume di gesti e segni che ha caratterizzato il volto delle Diocesi Italiane nell’Anno Giubilare della Misericordia. Una traccia di eventi e opere che ha contraddistinto il magistero episcopale del Vescovo Adriano e che ha portato a pensare e strutturare segni e gesti su situazioni che richiedevano attenzione e progettualità delle comunità cristiane. Dalla Comunità Familiare nell’anno 2010 alla Comunità Educativa – che si è specializzata nella disabilità e nell’accoglienza di minori problematici – fino ai due gesti Giubilari che hanno visto la luce ad agosto 2016 con una Casa di Accoglienza per senza fissa dimora, nell’ambito di un sistema di housing sociale, e ad oggi l’apertura e la presentazione alla Diocesi dell’Emporio della Solidarietà che è stato inaugurato ufficialmente sabato 21 gennaio a Chioggia. L’Emporio della Solidarietà rappresenta la conclusione di un cammino che, nelle parrocchie e nei Centri di Ascolto Caritas, ha focalizzato la sua attenzione sul senso dell’aiuto alimentare e sulla effettiva valenza educativa che ha oggi la distribuzione di viveri a persone che versano in stato di necessità.

La riflessione sulla contemporanea declinazione del “dare da mangiare agli affamati” ha portato la Chiesa Locale Clodiense a ripensare al metodo classico di distribuzione e di riproporlo attraverso la nuova strumentazione dell’Emporio. Questa nuova strumentazione ricalca l’esperienza già in atto in diverse diocesi che vede centrale non solo il momento della consegna dei beni ma ciò che viene prima: l’ascolto, l’accompagnamento, il discernimento che si attuano nei Centri di Ascolto e nelle Caritas parrocchiali. Con la persone – dove è possibile – si costruisce un progetto condiviso di consapevolezza e del recupero delle proprie capacità di acquisto. Il Centro di Ascolto Caritas si rapporta con i Servizi Territoriali – di norma i servizi sociali del Comune – per condividere il percorso e per valutare insieme gli obiettivi. L’invio all’Emporio vede un colloquio d’ingresso nel ‘sistema degli aiuti’ e l’erogazione di una tessera magnetica (card) caricata con una certa quantità di punti (50, 100 a seconda delle necessità e delle valutazioni), che possono essere spesi nell’Emporio. Non vi è quindi circolazione di denaro liquido nell’acquisto dei generi alimentari. La card è reiterabile sempre con valutazioni congiunte e condivise. La persona può essere accompagnata a ‘far la spesa’ da un volontario dell’Emporio. In occasione dell’inaugurazione della struttura, appositamente acquistata dalla Diocesi, che ha costituito la Fondazione “Servizio della Carità Diocesi di Chioggia”, sono stati sottolineati alcuni punti che definiscono il senso di questo gesto giubilare: il buon uso e la finalità visibile dei Fondi 8×1.000 che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica; la capacità di queste opere segno di diventare luoghi dove si elabora un pensare un nuovo welfare, cioè un modello di servizio alla persona che produca benessere sociale e sostenibilità economica, per superare il modello erogazionista/assistenzialista non più sostenibile. In questo si sono trovate sinergie e alleanze comuni con Fondazioni (il cui ruolo potrà essere sempre più propositivo nella costruzione del nuovo welfare) e il variegato mondo del Terzo Settore. Una Chiesa quindi che, di fronte alle domande della povera gente (direbbe Ignazio Silone) che oggi sono domande su lavoro (in assoluto la prima e le più importante), casa, minimo vitale (leggi anche pericolo di cadere nella grave marginalità), salute, istruzione e non ultimo il tema dirompente delle migrazioni, dovrà trovare una comunità cristiana attenta a questi ‘segni dei tempi’. In maniera acuta uno dei soggetti intervenuti ha esordito affermando che con l’Emporio della Solidarietà si sta ‘costruendo un tassello culturale del nostro stare insieme e nel contempo un gesto di moderna e contemporanea carità”. Attualmente l’Emporio della Solidarietà ha in carico circa un centinaio di persone, comprensivo anche di nuclei familiari. In prospettiva vi è l’apertura di un secondo Emporio in una Vicaria della Diocesi, in provincia di Rovigo, Comune di Porto Tolle, nel Delta Polesano. Un gesto quindi di Misericordia, di prossimità, di nuova cultura (anzi di cultura nuova) per il vasto ambito dei servizi alla persona che vede la Chiesa Diocesana di Chioggia in prima fila, oggi si direbbe nelle periferie dell’umano.

Mc – Da Nuova Scintilla n.4 – 29 gennaio 2017

Benvenuti!

Benvenuti nella nostra Unità pastorale!

Accolti dal vescovo e dai fedeli di Taglio di Po e Mazzorno Destro i frati Maurizio Vanti, Lorenzo Zanfavero, Giuseppe Amante e Aldo Spadari

Frate-Maurizio-VantiI tagliolesi-parrocchiani dell’Unità Pastorale di Taglio di Po centro e della frazione di Mazzorno Destro hanno accolto con grande entusiasmo l’entrata del nuovo parroco frate Maurizio Vanti dell’ordine dei Frati Minori Francescani e altri tre suoi confratelli, frate Lorenzo Zanfavero, frate Giuseppe Amante e frate Aldo Spadari. Due sono stati i momenti salienti dell’evento: il saluto del sindaco Francesco Siviero e della Giunta comunale in sala consiliare gremita, dopo avere accolto all’entrata del Municipio l’intera nuova comunità francescana accompagnata dal vescovo diocesano mons. Adriano Tessarollo, e la celebrazione della Santa Messa in sala Europa a causa della chiusura per restauri conservativi della Chiesa parrocchiale San Francesco d’Assisi in piazza Venezia. Il benvenuto del sindaco al parroco e agli altri religiosi è stato caratterizzato da un clima festoso e “dall’auspicio che le due Comunità di cittadini, quella civile e quella religiosa siano unite per dare spirito ad un’unica forza viva della comunità”. Il sindaco ha fatto omaggio al parroco del libro-storico del Consorzio di bonifica perché conosca l’origine della nostra terra. Poche parole di ringraziamento di frate Maurizio “mi sento già a casa mia!”. Poi, in sala Europa, gremita come la sala consiliare, presenti il sindaco Francesco Siviero con gli assessori Veronica Pasetto e Doriano Moschini, la celebrazione della Santa Messa, animata dal coro per giovani, inizialmente presieduta dal vescovo Adriano e poi proseguita dal parroco Maurizio, con un “cerimoniale previsto dalla chiesa cattolica per l’insediamento di un nuovo parroco”. L’aspirante diacono Giuseppe Di Trapani ha quindi dato lettura del decreto di nomina, con effetto 2 ottobre, di frate Maurizio a parroco dell’Unità Pastorale e successivamente la promessa di fedeltà e osservanza delle regole del ministero del pastore parrocchiale. Successivamente tre piccoli segni, spiegati dal vescovo Adriano: l’aspersione con l’acqua benedetta; la consegna del Vangelo poi alzato al cielo e mostrato ai fedeli; l’invito a prendere posto nella sede e quindi a presiedere la celebrazione. Dopo alcune parole di frate Maurizio, d’inizio del suo mandato di parroco, il vescovo Adriano si è soffermato sul significato del “dono dello Spirito Santo datoci da Dio con il Battesimo e confermato con la Cresima”. “Caro Maurizio – ha sottolineato il vescovo – è un grande impegno che tu hai per ravvivare la fede, animare, e se necessario anche correggere, e custodire lo Spirito Santo in questa Unità Pastorale. Si tratta di una Comunità vivace, ricca di associazioni e di iniziative. Bisogna fare come il Buon Pastore: uscire per andare in cerca della pecorella smarrita”; “e voi – rivolto ai fedeli – non abbiate paura di avvicinarvi ai sacerdoti; mettete tutti i vostri doni al servizio dei vostri sacerdoti”. “Ringraziamo il Signore per averci dato ancora quattro religiosi – ha infine detto il vice presidente del consiglio pastorale, Giuseppe Di Trapani -; chiediamo un po’ di stabilità ed ora lavoriamo insieme per fare un buon cammino”. Ha concluso frate Maurizio, visibilmente commosso, confermando quello che aveva detto in sala consiliare: “Mi sento già a casa mia”.
È seguito poi un momento di fraternità in Oratorio Parrocchiale, per facilitare l’incontro e la conoscenza con la nuova comunità francescana.

Giannino DianDa Nuova Scintilla n.37 – 9 ottobre 2016

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